W le primarie a destra

David Allegranti

Bari e Foggia. Toti ci spiega perché il centrodestra deve ripartire dai gazebo per non essere ostaggio di Salvini

Roma. “Le primarie a Bari e Foggia sono un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per il centrodestra, se sa cogliere la lezione”, dice al Foglio il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, teorico da sempre di un rinnovamento radicale del suo partito, Forza Italia. Partito che nel fine settimana ha appunto vinto le primarie di centrodestra battendo gli alleati ingombranti della Lega. “A Bari l’apertura ai civici e la chiamata a raccolta dei militanti a esprimersi hanno costruito un bell’esempio di coalizione nella quale vince un outsider, con una storia riformista che viene da altre esperienze e da altri partiti. A Foggia ha vinto il sindaco uscente che forse non avrebbe avuto bisogno del rito delle primarie, visto che è al primo mandato. Ma sono entrambe scelte win-win, perché rafforzano il centrodestra”. 

 

“Oggi – prosegue Toti – vedo applaudire tanti dirigenti di Forza Italia che fino a 24 ore prima del voto non solo ingoiavano le primarie come un’amara medicina, ma tacciavano di diserzione e tradimento politico chi, come il sottoscritto, indicava questo metodo come scelta politica generalizzata. Spero dunque in un ravvedimento operoso anche per il futuro”. I casi di Bari e Foggia, dice Toti, “dimostrano quanto non sia vera l’inevitabile e predefinita sudditanza del centro di fronte alla destra. C’è semmai una competizione, ma la reale subalternità alla Lega crescente e alla destra sovranista – posto che non sono brutte parole ma legittime posizioni politiche – ce l’ha chi non vuole fare nulla se non ripetere apoditticamente parole del passato”. Con “un buon candidato di estrazione forzista o con un pedigree riformista che viene dalle fila di altri partiti possiamo imporre la nostra egemonia in una libera competizione interna. Da ciò se ne discende che se il movimento moderato si organizza - in un paese che oggi di moderato ha pochissimo - e si mette in gioco, scegliendo le persone giuste, dismettendo liturgie logore e gettando non solo il cuore oltre l’ostacolo ma anche qualche poltrona e pure chi la occupa da tempo alle ortiche può essere competitivo: le partite si giocano volta per volta e non c’è un risultato scontato”.

 

Semmai sono le “cacce alle streghe e i processi inquisitori” dentro Forza Italia per chi invoca rinnovamento che portano “sudditanza verso il declino”. “Ogni volta che pongo il tema del rinnovamento della classe dirigente di Forza Italia nel mio partito vengo definito sicofante, frazionista, traditore, quinta colonna leghista. Io dico: no, siete voi la quinta colonna leghista, perché portate acqua al mulino di Salvini”. Peraltro, dice Toti, “quando dico che bisogna rinnovare il partito mi viene risposto che la metà dei parlamentari sono nuovi. Ma il problema il metodo. Parlamentari vecchi scelti con metodo nuovo avrebbero maggior legittimazione di nuovi parlamentari scelti con il vecchio metodo della cooptazione”.

 

Insomma, dice Toti, il leader della Lega non è inarrestabile. E neanche il M5s lo è. “Le elezioni sarde ci dimostrano se ci sono due candidati credibili di centrodestra e centrosinistra che si spartiscono il risultato, ritornando a una sorta di bipolarismo ancorché abborracciato, il M5s torna nell’alveo ideologico della protesta e del nichilismo politico”. Dunque, “è responsabilità della politica tradizionale se i movimenti populisti crescono. Se i movimenti politico-culturali con tradizione di governo ritornano a rispondere alla necessità di partecipazione, come nel caso delle primarie in Puglia e delle regionali in Sardegna, la politica torna a prevalere e la gente sceglie la risposta più credibile”. Senta Toti, ma perché con il momento effervescente del centrodestra Matteo Salvini non prova a capitalizzare? Con nuove elezioni potrebbe liberarsi del M5s. “La Lega è attrezzata per nuove elezioni, Fratelli d’Italia sta facendo il suo percorso, vedremo dove sfocerà. Invece, il mondo moderato, da Forza Italia all’area popolare, che per 20 anni è stato egemone, vive un momento di difficoltà e le elezioni sarde lo confermano. Senza che questo mondo si organizzi, vedo complicato mettere insieme una coalizione che abbia equilibrio e un disegno di paese chiaro e alternativo a quello del governo gialloverde. Insomma, un’opposizione ma c’è poca alternativa”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.