Una Sardegna modello Hawaii

Redazione

I pastori protestano (stile gilet bianchi) ma nessuno parla di competitività

A chi è educato al rispetto per i prodotti della terra e per chi li produce, fa effetto vedere i pastori sardi versare a terra il latte, circondati da pecore stupite; ma ancora più straniante è lo slogan “Senza la pastorizia la Sardegna muore”. Le ragioni della protesta sono note: il crollo del prezzo pagato dai caseifici di pecorino romano, ai quali il prodotto è destinato quasi in esclusiva: 0,6 euro al litro contro lo 0,79 di luglio 2018, il che – come accertato dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare (Ismea) – fa sì che le stalle sarde lavorino in perdita per 0,14 euro al litro.

 

Il compromesso proposto dal ministro dell’Agricoltura, il leghista Gian Marco Centinaio, su 0,72 euro da far salire a uno a fine anno, nonché la promessa del vicepremier Matteo Salvini di fissare per legge il prezzo minimo del latte (domenica si vota per le regionali sarde) oltre a lasciare il tempo che trovano non appaiono la soluzione. Il problema è nel consegnare alla pastorizia lo sviluppo di un’isola dell’Unione europea, nel mezzo del mare più attrattivo del mondo. Isola che ottiene continui sussidi pubblici e ha certo il merito di difendere l’ambiente e tenere fuori la malavita organizzata, ma che ahimè non ha sviluppato né il modello turistico delle Baleari né quello votato sia al turismo sia alla ricerca hi-tech delle Hawaii. Nella pastorizia poi ci si è affidati a una monocoltura, il latte per il pecorino romano, che fa sì che il prezzo sia determinato dall’acquirente. Tutto questo mentre l’Italia ha superato la Francia per varietà di formaggi prodotti, 490, oltre 50 a marchio Dop.

 

Il che ha fatto del 2018 l’anno record dell’export italiano di formaggi e prodotti caseari, 450 mila tonnellate, in aumento dell’8 per cento. Un risultato al quale concorrono quantità, qualità e marketing: i caseifici lombardi, trentini, emiliani, toscani e anche campani e calabresi si presentano spesso come boutique mentre i prodotti entrano negli scaffali di catene tipo Eataly. Il cui fondatore Oscar Farinetti, oltre a farci bei soldi, si batte contro la propaganda anti Ceta e anti Ttip, i trattati di scambio con Canada e Stati Uniti, propaganda cara al M5s e alla Lega. Argomenti assenti dalle diatribe sui gilet bianchi della Sardegna.

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