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Il listone di Calenda non basta, dice Pino Pisicchio

Il fondatore di Api: “Con il proporzionale serve un’offerta plurale”. E riformare l’Europa

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14 Febbraio 2019 alle 10:33

Il listone non basta

Pino Pisicchio (foto LaPresse)

Roma. Dice Pino Pisicchio che la proposta di Carlo Calenda di fare un “listone” in vista delle Europee “non funziona, per una serie di ragioni. La prima, di natura tecnica, è che siamo nel proporzionale. Quindi una proposta unica frontista non funziona”. In Italia, peraltro “i fronti popolari hanno sempre fatto una brutta fine”. E in un sistema elettorale proporzionale, aggiunge Pisicchio, “l’unica cosa che funziona è offrire una proposta multipla, plurale. Qui invece vedo molti vedovi o orfani del maggioritario. Ma il maggioritario non c’è”.

 

La seconda ragione, dice Pisicchio, già fondatore dell’Api con Francesco Rutelli, è la direzione che intende prendere il centrosinistra italiano, a partire dal Pd, che naturalmente sarebbe il fulcro del fronte anti-sovranista. Il Pd, chiede Pisicchio, come intende confrontarsi con i due grandi gruppi che finora hanno guidato il parlamento europeo, vale a dire il Pse – di cui il Pd fa parte – e il Ppe, di cui però fa parte anche Orban “certamente uno che non condivide un pensiero degasperiano”. Nel Pse invece “ci sono anche personaggi come Jeremy Corbyn, che non ha aperto bocca di fronte alla tragedia della Brexit”. Entrambi questi gruppi, Pse e Ppe, “hanno messo la firma sopra tutto quello che ha fatto diventare l’Europa meno appealing di quanto invece dovrebbe essere”.

 

Dunque, che fare? “Io penso che avrebbe senso mettere insieme le forze che vanno dalla Bonino al solidarismo cattolico, dalla comunità di Sant’Egidio alle forze ecologiste che non dicono no a prescindere, alle forze liberal-democratiche che sul piano europeo non possono che riconoscersi nell’Alde”. In questo modo, dice Pisicchio, “potremmo esprimere un giudizio non assolutorio sull’Unione Europea evidenziando le mancanze e le omissioni, perché è vero che una certa politica miope dei dirigenti europei ha messo tutti nelle peggiori condizioni economiche e sociali. Le classi medie sono in difficoltà in tutta Europa e per molti la piazza è diventata l’unico momento alternativo in un momento in cui il parlamento europeo e i singoli parlamenti nazionali non riescono a dare una piena risposta”.

 

Detto questo però “l’Europa è la nostra unica chance, la dobbiamo cambiare e dobbiamo anche negoziare nuovi patti in Europa ben sapendo però che l’Europa è il nostro destino. Ogni volta che facciamo cose diverse da queste, semplicemente compiaciamo gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin, rendendoci solidali con chi non gradisce molto la presenza dell’Europa in quanto tale”. Insomma, Pisicchio “condivide largamente il manifesto di Calenda, perché sta dentro una dimensione di rilancio europeo”, però il tiro va aggiustato, anche se non di poco. Gli avversari – i sovranisti e i populisti – d’altronde hanno una strategia precisa, che funziona.

 

Sull’immigrazione per esempio. Tema sul quale, dice Pisicchio, “c’è stata moltissima propaganda”. “I livelli di presenze di stranieri in Italia non superano l’8 per cento. In Germania e in Francia mediamente stanno attorno al 10 percento. Da noi invece abbiamo avuto una percezione addirittura debordante di queste presenze. Noi dobbiamo ricollocare tutto dentro uno schema di realtà e dire che i nostri interessi non sono quelli che portano avanti Orban e il gruppo di Visegrad, che quando c’era da riscrivere il regolamento di Dublino per rivedere le quote hanno votato no. Noi, andando loro dietro, siamo andati contro i nostri interessi. Ciò detto, penso che dovremmo lavorare anche su altri temi. Da un nuovo Erasmus formativo per il lavoro all’europeizzazione e all’internazionalizzazione degli studi”. Sarebbe un modo, dice Pisicchio, per uscire fuori dall’agenda introdotta dai sovranisti e dal governo gialloverde. I quali sovranisti “svolgono una dialettica di maggioranza e opposizione all’interno della stessa maggioranza. Così facendo, tolgono spazio anche all’opposizione, che quando scende in piazza lo fa con le madamin di Torino e gli imprenditori: bisogna offrire una possibilità alternativa anche a questo popolo”. 

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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