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La faccia come il Cairo

Ricordate le posizioni dei grillini su Eni, Egitto e caso Regeni prima della visita ufficiale di Di Maio?

29 Agosto 2018 alle 21:03

La faccia come il Cairo

Foto LaPresse

Roma. Il 4 settembre 2017, meno di un anno fa, l’onorevole Alessandro Di Battista prese la parola in commissione Esteri per accusare di ipocrisia – e con parole durissime – il governo italiano. Di Battista era furioso perché l’Italia aveva rimandato un ambasciatore in Egitto e aveva ripreso i rapporti diplomatici senza aspettare la fine dell’inchiesta sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso all’inizio del 2016. “Quando un paese sacrifica un ragazzo sull’altare degli interessi economici è un paese morto. E lo avete ammazzato voi questo paese, lo ha ammazzato la vostra ipocrisia”, disse Di Battista, che nel suo intervento fece il quadro di un terribile compromesso: l’esecutivo Gentiloni agiva con troppa cautela perché non voleva guastare le relazioni dell’Italia con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Il Movimento cinque stelle aveva preso fin da subito una posizione intransigente a proposito del caso Regeni. Nel febbraio 2016 il portavoce Manlio Di Stefano (oggi sottosegretario agli Esteri) aveva chiesto l’interruzione immediata di ogni rapporto diplomatico con l’Egitto e la creazione di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite perché “questo è il prezzo che oggi l’Italia paga della sua politica estera senza scrupoli, intessendo affari sporchi con i regimi in cui viene applicata una repressione feroce, di cui stavolta, se le notizie emerse dovessero essere confermate, a caderne vittima è stato Giulio Regeni”. Nell’agosto 2017 Di Stefano scrisse un post molto duro sulla vicenda che s’intitolava “Renzi copre l’omicidio Regeni?” e si concludeva con l’immancabile richiesta di dimissioni: “Gentiloni ascoltaci, evita a noi e alla famiglia Regeni questa ennesima triste pantomima e dimettiti il prima possibile”.

 

E’ trascorso meno di un anno e i Cinque stelle sono passati dall’opposizione al governo. Di colpo l’invio di un ambasciatore italiano al Cairo deciso dal governo Gentiloni non è più “il sacrificio di un ragazzo sull’altare degli interessi economici”. Ecco cosa ha detto il sottosegretario Di Stefano il 13 luglio: “L’arrivo dell’ambasciatore Cantini al Cairo il 14 settembre 2017 ha consentito di portare avanti una assidua azione di sensibilizzazione nei confronti delle autorità egiziane, a tutti i livelli, che allo stallo nelle indagini dell’anno e mezzo precedente ha fatto seguire risultati positivi, non scontati”. Ieri l’arrivo del ministro del Lavoro e vicepremier, Luigi Di Maio, è stato celebrato dalla stampa egiziana, che non può fare a meno di notare le visite consecutive di tre ministri italiani (Salvini, Moavero Milanesi e Di Maio) nel giro di un mese. Il sito del giornale egiziano Youm7 parla di “balzo senza precedenti” nelle relazioni tra Egitto e Italia e di “rapporto speciale”. All’uscita dell’incontro Di Maio ha detto di auspicare che entro la fine dell’anno arrivi una svolta nell’inchiesta su Regeni. “Il presidente Al Sisi ha detto: ‘Regeni uno di noi’”, secondo Di Maio. Il ministro era accompagnato nella visita al Cairo dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, perché il grosso dei colloqui riguardava lo sfruttamento del giacimento Zohr al largo della costa egiziana, così vasto che cambierà per sempre l’equilibrio economico del Mediterraneo. “Eni – ha detto Di Maio – è un attore produttivo importantissimo”. Sono lontani i tempi (tre anni fa) in cui Beppe Grillo arrivava all’assemblea degli azionisti dell’Eni per dire di pensare “tutto il male possibile” di Descalzi e per accusare il gruppo di avere dato vita a “un sistema corruttivo di portata internazionale” che “depreda i paesi africani”.

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