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La politica estera fai da te di Roberto Fico

Dal caso Regeni al Global Compact, il presidente della Camera difende posizioni diametralmente opposte a quelle del suo governo

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cicchetti@ilfoglio.it

30 Novembre 2018 alle 12:05

La politica estera fai da te di Roberto Fico

Roberto Fico con i genitori di Giulio Regeni (foto LaPresse)

Roma. Ieri, 29 novembre, la magistratura italiana ha iscritto nel registro degli indagati diversi agenti della polizia segreta dell'Egitto perché sospettati dell'omicidio del giovane ricercatore Giulio Regeni, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto con segni di tortura e mutilazioni quattro giorni dopo in una discarica, lungo la strada che dalla capitale conduce ad Alessandria. La decisione di indagare per la prima volta agenti egiziani è stata presa dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, al ritorno a Roma dal decimo incontro con le autorità egiziane al Cairo. Tecnicamente il pm, insieme al procuratore Giuseppe Pignatone, dovrebbe formalizzare l'atto istruttorio all'inizio della prossima settimana. Si sblocca quindi lo stallo che da mesi caratterizzava i rapporti tra i due uffici giudiziari, al di là delle dichiarazioni di rito di proficua collaborazione. E allo stesso tempo, però, la mossa di Roma segna un “fallimento della via diplomatica tra Italia ed Egitto”, come sostiene l'ex senatore Luigi Manconi, che da tempo segue il dossier Regeni.

  

Come previsto, l'interruzione della cooperazione giudiziaria sul caso ha avuto parecchie conseguenze politiche. In particolare, il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, ha annunciato la sospensione dei “contatti diplomatici con il parlamento egiziano finché il caso Regeni non sarà risolto”. Una scelta presa in assoluta autonomia visto che, mentre i capigruppo a Montecitorio approvavano all’unanimità la linea della terza carica dello stato, il premier Giuseppe Conte si limitava a commentare: “Non conosco le ragioni della scelta”.

 

Fico è da sempre considerato il presunto leader della cosiddetta “ala sinistra” del M5s. Quella più critica nei confronti dell'alleato leghista e vicina agli attivisti provenienti, ad esempio, dai movimenti in difesa dell'acqua pubblica (ma non solo). Ciò nonostante, a dispetto della sua aura di “dissidente”, negli ultimi anni anche Fico ha dimostrato una notevole fedeltà verso il partito azienda di Beppe Grillo e Davide Casaleggio.

 

Sempre nella serata di ieri, una nota della Farnesina ha puntualizzato che “si faranno i passaggi necessari per richiamare le autorità egiziane a rinnovare con determinazione l’impegno più volte espresso, anche al massimo livello, di raggiungere risultati concreti e significativi, che consentano di fare pienamente giustizia”. Fatta la tara del “diplomatichese”, la nota non è una chiara sconfessione di Fico, ma è almeno una decisa frenata, che fa apparire ancora più isolato il presidente della Camera. Tanto più che dagli altri esponenti del governo non si è levato un fiato, neppure dal solitamente loquace Salvini che, prima della dichiarazione di Fico, aveva cercato di stemperare le polemiche: “Penso che tutto il governo e tutto il Parlamento stiano facendo il massimo. Ma non governiamo in Egitto, purtroppo”.

    

  

Così, mentre il capogruppo di Fratelli d'Italia Francesco Lollobrigida si rivolgeva direttamente all’esecutivo (“Che cosa pensa il governo italiano della decisione del presidente Fico?”), il suo compagno di partito, Guido Crosetto, ha scelto Twitter per far notare l'assurdità della navigazione solitaria del grillino: “Capisco che ormai nulla ha più valore, nulla ha più senso, nulla ha più regole”, ha scritto sul social network “ma il fatto che il Presidente della Camera inauguri una SUA politica estera, diversa da quella del suo STATO, che è indicata dal Governo e magari del Senato, è istituzionalmente gravissimo. Machissene”.

  

  

Nemmeno due ore dopo questo tweet, ecco un'altra tessera che sembra incastrarsi alla perfezione nella lettura degli eventi data da Crosetto. A margine di un convegno all'Accademia dei Lincei, Fico si smarca dalla linea di governo anche sul documento dell'Onu Global Compact sulla migrazioni e sul decreto Salvini: “Ritengo che l'Italia dovrebbe assolutamente dire sì al Global Compact ed invito tutti a leggersi davvero il contenuto di questo accordo, perché, tra l'altro, ci consentirebbe di non restare soli nella gestione del fenomeno dell'immigrazione”, ha dichiarato il presidente della Camera. E ancora: “La mia assenza al momento della votazione del dl Sicurezza è stata interpretata come una presa di distanza dal provvedimento? Be', avete interpretato bene”. Insomma, non è la prima volta che un presidente della Camera compie pubblicamente valutazioni opposte a quelle del governo. Ma Fico sembra comportarsi da premier aggiunto portando avanti una politica estera diametralmente opposta a quella del governo che pure lo rappresenta. 

  

Certo, prima di arrivare a Palazzo Chigi, il M5s si era sempre posto in maniera intransigente sul caso Regeni (allora c'era da recitare la parte dei duri e puri). Nel febbraio 2016, il portavoce Manlio Di Stefano (oggi sottosegretario agli Esteri) aveva chiesto l’interruzione immediata di ogni rapporto diplomatico con l’Egitto e la creazione di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Mentre nell’agosto 2017, in un post intitolato “Renzi copre l’omicidio Regeni?”, chiedeva, immancabili, le dimissioni di Gentiloni. Il 4 settembre 2017, Alessandro Di Battista in commissione Esteri accusava di ipocrisia il governo italiano per avere rimandato un ambasciatore al Cairo senza aspettare la fine dell’inchiesta. 

 

Poi, però, il M5s è andato al governo e di colpo la lettura della realtà è stata stravolta: l’invio dell'ambasciatore “ha consentito di portare avanti una assidua azione di sensibilizzazione nei confronti delle autorità egiziane, a tutti i livelli, che allo stallo nelle indagini dell’anno e mezzo precedente ha fatto seguire risultati positivi, non scontati” (Di Stefano, 13 luglio). Il primo viaggio di Di Maio, il 29 agosto, è stato proprio al Cairo. L'ultimo di tre ministri italiani ad andare in missione in Egitto nel giro di un mese, dopo Moavero Milanesi e Salvini. “Mi fido del Cairo”, tagliò corto il titolare del Viminale ad al Jazeera. “Al Sisi ha detto 'Giulio Regeni è uno di noi'”, dichiarò poi Di Maio. Così il presidente egiziano è passato, nelle parole dei grillini, da male assoluto a partner speciale (Al Sisi è stato anche uno dei principali protagonisti della Conferenza di Palermo sulla Libia lo scorso 13 novembre). Pragmatismo e realpolitik, alla fine, hanno contagiato anche i grillini. Con buona pace del “dissidente” Roberto Fico.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    30 Novembre 2018 - 18:06

    Bisogna spezzargli le reni. Subito il Dibba in Egitto con volo diretto dal Guatemala.

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  • Skybolt

    30 Novembre 2018 - 14:02

    La Grande Speranza Rossa, nel senso dei Rossi (pallidi)

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