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Martina e la sindrome di Stoccolma del Pd

Inseguire solo l’elettorato che ha abbandonato il partito, e non la propria constituency riformista e i ceti medi urbani, e inseguire il populismo sulle nazionalizzazioni anziché parlare di riforme è un autogol

22 Agosto 2018 alle 15:28

Martina e la sindrome di Stoccolma del Pd

Foto LaPresse

La condizione del Partito democratico è obiettivamente difficile e a prendersela con il segretario provvisorio Maurizio Martina sembra di sparare sulla Croce rossa. Tuttavia si fatica a sottrarsi all’impressione che Martina sia vittima di una specie di sindrome di Stoccolma. Quando parla del “nodo della nostra distanza da larghe fasce di cittadini” sembra volersi rivolgere soltanto all’elettorato che ha abbandonato il Pd, di volerlo inseguire verso i lidi protestatari e populisti, rinunciando a dare rappresentanza e peso all’elettorato che invece continua a confidare nel Pd. Il fatto che si tratti soprattutto di ceti medi, di residenti nei centri urbani più che nelle periferie, viene sentito quasi come una colpa. Un partito, qualsiasi partito e a maggior ragione uno che nutre l’aspirazione a una vocazione maggioritaria, deve naturalmente puntare ad allargare l’area del consenso, ma a partire da quello di cui già dispone.

 

Inseguire gli avversari sul terreno della demagogia e dello statalismo strisciante, invece di difendere il valore della modernizzazione che ha avuto un suo fulcro nei processi di privatizzazione, è un cedimento strutturale, che può avere conseguenze deleterie non solo per il Pd. Si può e si deve discutere delle forme specifiche delle privatizzazioni, correggere gli errori e superare le troppo ampie zone grigie in cui è cresciuta la mala pianta dell’irresponsabilità. Negare invece il senso di marcia generale verso una società e un’economia aperte significa un ritorno a una preistoria della sinistra di cui nessuno, se non qualche estremista ideologizzato, nutre alcuna nostalgia. A cominciare dagli elettori del Pd.

 

Quando Martina parla di un Pd che si rimette “in strada fianco a fianco alle persone che vogliamo rappresentare” esprime una sorta di volontarismo attivistico ma anche una specie di spaesamento, una sotterranea contraddizione tra chi si rappresenta e chi si vorrebbe rappresentare. La campagna che descrive il Pd come partito delle élite lontano dal popolo non può essere affrontata con un populismo di serie b, che peraltro non sarebbe concorrenziale con quelli che si sono affermati e ora debbono affrontare la prova di realtà che ogni giorno si presenta più esigente. Per governare servono anche esperienza e competenza, il che significa perone esperte e competenti, accettare che a queste si appiccichi l’etichetta di élite antipopolari è sbagliato in generale, autolesionista per un partito che dovrebbe invece farsene vanto. Senza presunzione ma anche senza quel complesso di colpa che esprime , magari inconsciamente, il suo segretario, per fortuna provvisorio.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    22 Agosto 2018 - 23:11

    Spaesamento e’ il termine perfetto per definire il Pd odierno. E Il segretario Martina, sempre spaesato, e’ la migliore immagine di questo spaesamento. Temo non provvisorio, come si augura il Foglio.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Agosto 2018 - 17:05

    Il PCI e il PSI e pure il Saragat, d'allora, correva l'anno 1959, rifiutarono, ammantandosi con la purezza dell'ideologia marxista, di andare al congresso di Bad Godesberg, dove la parte più illuminata della sinistra tedesca si convertì al riformismo e, come titolò il Corriere del giorno: "E Marx andò in soffitta". Si perpetuò così il destino del partito nato dalla scissione del 1921. proprio dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Il parallelo con la Sindrome di Stoccolma è azzeccato. Basta precisare che i carcerieri sono sempre stati dei loro. Riformismo? Attualmente il lemma ha perduto il suo significato proprio che era il collante di un grande spazio culturale e sociale. Il nodo è soprattutto semantico, lessicale. Si crede di poter descrivere un tir usando gli stessi termini impiegati per descrivere i carri dei pionieri. Ma il male è comune a tutto il linguaggio politico in essere. Chi dovrebbe spiegare non ha altre parole, chi dovrebbe ascoltare non ha altri orecchi.

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  • Giovanni

    22 Agosto 2018 - 17:05

    Vogliamo dire tutta la verità? La verità è che il PD ante Renzi, quello per intenderci dei D'Alema e dei Bersani, era sostanzialmente un partito populista di sinistra, necessariamente più pacato, senza vaffa e più acculturato,per potersi coalizzare con i partiti centristi, a loro volta rimasugli della Democrazia Cristiana. A dimostrarlo i LeU assai più vicini ai 5 Stelle di Fico piuttosto che al PD. Il PD deve parlare con i ceti deboli ma non per assecondare i loro piagnucolii ma per spiegare la fallosità e la pericolosità degli atti dell'attuale governo e proporre nuove strategie di affrancamento. Certo non è facile ma reputo sia l'unica strategia possibile. Purtroppo il problema dell'attuale PD è la frammentarietà di intenti, i tanti, troppi verticismi che ne fanno la classica anatra zoppa. Occorre che chi ha le idee chiare lanci il dado e attraversi il Rubicone. In fondo i sondaggi, malgrado il caos interno, danno il partito ancorato stabilmente al 18%. Si riparta da qui.

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  • fiorevalter

    22 Agosto 2018 - 15:03

    sono d'accordo, francamente trovo stucchevole questo piangersi addosso con l'abbandono delle periferie, dei ceti deboli e tutto il bla bla sociologico che sentiamo da mesi, da esponenti del partito e da intellettuali. Il PD deve (dovrebbe) rivendicare un'idea riformista contrapposta a questi deliri nostalgici nazionalisti, protezionistici e trovare idee e forze per proporre soluzioni nel campo del welfare, dell'istruzione, dello sviluppo adeguate al mondo di oggi e di domani. Quando sento un Rossi che si accoda al grillume nel riproporre la statalizzazione di autostrade e gli altri nostalgici del "bel tempo andato" temo davvero che salvini governerà per i prossimi trent'anni

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