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Il trucco di Toninelli

Per Di Pietro il ministro dei Trasporti non può dichiararsi “parte civile”, potrebbe esserci omesso controllo

17 Agosto 2018 alle 06:00

Il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Danilo Toninelli

Roma. C’è qualcosa che non va nel tentativo vistoso del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, di prendere le distanze dal crollo del ponte Morandi a Genova. Anzi, c’è molto che non va. Secondo Antonio Di Pietro, che è stato ministro dei Trasporti tra il 2006 e il 2008, questa continua insistenza nel volersi dichiarare parte civile nel processo che seguirà il disastro “è un’operazione di propaganda, è una cosa scorretta. È chiaro che non è lui il colpevole di quello che è successo perché era appena arrivato, ma non può dichiararsi parte civile perché la parte civile in questo processo, quindi la parte offesa, saranno i morti, i feriti, le loro famiglie, la città di Genova che adesso deve far fronte alle conseguenze e ai danni del crollo. Non il ministero dei Trasporti. Anzi, potrebbe essere che durante il processo si scoprirà che il ministero invece è tra i responsabili civili – e non una parte civile. Cambia soltanto una parola, ma dal punto di vista finanziario c’è una differenza enorme: vuol dire che il ministero potrebbe dover pagare tantissimi soldi”.

 

A caldo dopo la sciagura Toninelli aveva dichiarato: “Troveremo i colpevoli, pagheranno tutto” (una dichiarazione che in realtà competerebbe ai magistrati e non ai Trasporti) e poi aveva annunciato la decisione di costituirsi parte civile contro colpevoli non meglio specificati (almeno in quelle prime ore). Ma, dice Di Pietro, “se io fossi nel ministro Toninelli aspetterei l’esito processuale delle indagini sul crollo del ponte Morandi, perché se salta fuori che è dovuto a mancanza di manutenzione – e questa potrebbe essere una causa – allora è anche possibile che ci sia stata omissione di controllo da parte del ministero dei Trasporti, che è tenuto a esercitare un ruolo di controllo su quello che fa Autostrade per l’Italia, come è stabilito dall’accordo che regola la concessione”. L’ex magistrato s’interrompe per sfogliare la Convenzione con Autostrade per l’Italia dell’ottobre 2007: “Articolo sette. Il Concedente richiede informazioni ed effettua controlli, con poteri di ispezione, di accesso, di acquisizione della documentazione e delle notizie utili in ordine al rispetto degli obblighi di cui alla presente Convenzione…”.

  

Di Pietro continua: “Tradotto. Caro ministro Toninelli, sei sicuro che il ministero dei Trasporti non sia tra i responsabili di quello che è successo?”. Questo diventerà uno dei punti dirimenti di tutta la vicenda. C’è chi sostiene la tesi opposta e quindi che la responsabilità del crollo del viadotto di Genova è soltanto di Autostrade, ma ci sono invece molti elementi per dire che la responsabilità va spartita anche con il ministero dei Trasporti (impersonale, quindi inteso come parte del governo presente e dei governi passati). Ovviamente il governo gialloverde appoggia molto la prima tesi, perché in questi giorni si è preso il ruolo del giudice popolare per indicare un colpevole da offrire in fretta all’attenzione pubblica – la famiglia Benetton – come se fosse del tutto estraneo.

   

In realtà, se si va ad analizzare la Convenzione si arriva a conclusioni diverse. Per fare un esempio, l’allegato F della Convenzione elenca in modo specifico gli interventi di manutenzione a carico della società Autostrade ed esclude in due punti gli interventi che possano modificare “il sistema statico e le caratteristiche dimensionali e di portanza”. Questo vuol dire che Autostrade poteva insomma procedere con interventi di manutenzione minori, ma non rifare l’opera per assicurarsi che non crollasse.

 

Quindi il resto della responsabilità spettava al ministero, che di fatto è il concedente del bene e il responsabile ultimo. Inoltre, colpisce il fatto che anche in caso di un inadempimento di Autostrade che avesse portato alla fine della concessione, il concedente (lo stato) è tenuto comunque a indennizzare le Autostrade. Una misura molto favorevole, che si può spiegare con il fatto che si pensava che gli inadempimenti non potessero che essere eventi minori (quindi non il collasso catastrofico di un viadotto).

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    17 Agosto 2018 - 22:10

    Il comunicato del Mit che afferma che ad esso compete solo la vigilanza sulla manutenzione convenzionale (segnaletica, guard-rail non in ordine e via dicendo) semplicemente non sta in piedi. C'è un palese conflitto tra il legittimo interesse privato del concessionario a massimizzare il profitto e quello pubblico a massimizzare la sicurezza. L'interesse pubblico è prioritario, sì che l'interesse privato può essere perseguito dal concessionario entro i limiti consentiti dal pieno soddisfacimento dell'interesse pubblico. Ma solo un pubblico ufficiale può garantire che l'interesse pubblico sia soddisfatto e che il concessionario subordini l'interesse privato a quello pubblico. Non è sostenibile la tesi che l'organo di controllo ministeriale possa disinteressarsi completamente della sicurezza dei ponti, limitandosi a puntare il dito accusatore sul concessionario solo una volta che il disastro sia già avvenuto. Nessuno può sentirsi sicuro se le cose stanno così come dice il Mit.

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  • guido.valota

    17 Agosto 2018 - 11:11

    Ci sarebbe anche il cortocircuito logico per il quale un ministro dei trasporti e delle infrastrutture individua, subito e per qualche ora dopo il fatto, la causa del crollo nell'assenza di manutenzione adeguata da parte del consìcessionario. Ma se il ministero ne era a conoscenza con il grado di certezza che il ministro ha manifestato urbi et orbi, perchè non è intervenuto chiudendolo prima? Qual è la favoletta, tra le due?

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  • m.pascucci

    17 Agosto 2018 - 10:10

    Il mio parere (sono ingegnere civile) è che la sostituzione degli stralli non rientra tra quegli interventi che possono modificare "il sistema statico e le caratteristiche dimensionali e di portanza". Sostituendo uno o più stralli non si alterano le caratteristiche statiche della struttura, ma ci si limita a sostituire degli elementi ammalorati. L'allegato F citato nell'articolo riporta testualmente nella "Classificazione degli interventi di ordinaria manutenzione", per le cosiddette "Opere d'arte" (con questa parola si indicano genericamente i manufatti come ponti, viadotti, ecc...) che l'ordinaria manutenzione comprende "tutte le operazioni e gli interventi tesi alla salvaguardia e alla conservazione delle strutture e tali da non modificare il sistema statico e le caratteristiche dimensionali e di portanza" e poi al primo punto cita esplicitamente "a) riparazione pile e sostegni". Non ci piove, quindi, che almeno dal punto di vista esecutivo l'intervento spettasse al concessionario..

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  • giantrombetta

    17 Agosto 2018 - 09:09

    Tanto per capirci, mi par di ricordare che nei codici vigenti sia contemplato il reato di omessa vigilanza. E siano numerose le sentenze della Cassazione in tema di responsabilità per omessa vigilanza in capo a chi riveste una posizione di garanzia pubblica o contrattuale. Mi auguro vivamente che almeno Il Foglio, che può contare sulla collaborazione di autorevoli e stimati esperti anche giuridici, ci aiuti a inquadrare e capire i fatti al di là delle squallide e miserabili polemiche politiche. Grazie di cuore. Gianfranco Trombetta

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