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“Il faro è il contratto di governo: e Tria lo sa bene”, dice Paragone

Il senatore M5s fa pace col ministro. Ma lo avverte: “Il programma non si tocca, e lui lo ha accettato. Ne tragga le conseguenze”

18 Luglio 2018 alle 06:15

“Il faro è il contratto di governo: e Tria lo sa bene”, dice Paragone

Foto LaPresse

Roma. Sulla soglia della Sala Garibaldi, quella che dalla buvette conduce verso l’aula di Palazzo Madama, Gianluigi Paragone alza il braccio sinistro. Con la mano disegna in aria un semicerchio: “Ora – dice il senatore grillino – immagina che qualcuno ti dia in gestione questo locale. Tu puoi, ovviamente, pensare a una diversa disposizione delle sedie. Ma non puoi mica pensare di farci una piscina”. Metafora non troppo criptica, che un po’ suona come un avvertimento a Giovanni Tria. Al quale l’ex conduttore della “Gabbia” non ha risparmiato critiche.

  

“I soliti poteri che si oppongono al decreto dignità ringraziano sentitamente il ministro Tria per la confusione che sta generando”, ha twittato domenica scorsa. Accusa irrevocabile? Macché. “In fondo creare confusione può talvolta fare emergere anche qualche verità: come il sasso che rompe il vetro. Fa rumore, ma apre uno squarcio”. E insomma pare arrivato il tempo della riconciliazione, tra la maggioranza grilloleghista e il ministero dell’Economia. O forse sarebbe più corretto parlare di una tregua armata, almeno a giudicare dalla fermezza con cui Paragone sentenzia che “il faro di questo esecutivo è il contratto”. E pertanto, “chiunque accetta di fare il ministro, sa bene su cosa dovrà impegnarsi”. Va da sé, allora, che se si arrivasse all’incompatibilità tra il programma e il titolare del Tesoro, “non si dovrebbe certo cambiare il contratto, ma sarebbe il ministro a dover trarre le sue conclusioni”. Scenario, comunque, che in questo afoso pomeriggio romano appare un po’ più improbabile, dopo le dichiarazioni di Tria davanti alla commissione Finanze del Senato. “E’ tornato al centro il programma, e questo è un bene”, dice Paragone, che tende a liquidare le polemiche sulla tabella allegata al decreto dignità, quella che certificherebbe – “una stima che non sta in piedi” – una riduzione di ottomila posti di lavoro l’anno connessa alla stretta sui contratti a termine. “Di Maio sapeva? Fermi tutti: non è che se io ricevo una mail, e la leggo senza rispondere, vuol dire che ne condivida il contenuto”. E però il ministro del Lavoro ha parlato di “manine”, di agguati messi in atto nottetempo. “Ovvio, perché un conto è fare una segnalazione al ministro. Un conto è fare in modo che questa diventi parte integrante del testo del decreto”. E sia. Ma pure dando credito a questa versione, l’immagine che ne emerge è quella di un ministro non ancora in grado di governare la macchina. “Il lavoro è difficile, certo. Ma la sostanza politica ora è chiara: anche Tria ha confermato che quelle cifre non hanno basi scientifiche”. E siccome una certa concordia sembra essere stata ritrovata, Paragone si dice convinto che “lo sforzo del Mef per realizzare al più presto il reddito di cittadinanza è scontato. Quello d’altronde è un architrave del governo. Pensa pure all’impatto che avrebbe sull’altro fronte aperto, quello dell’immigrazione”. L’immigrazione? “Sì, certo. E’ chiaro che se tu riduci il disagio economico, mitighi anche quel conflitto sociale tra gli ultimi che è alla base di molti istinti di diffidenza verso i nuovi arrivati”. Eppure Tria si è mostrato assai cauto, nell’indicare la tabella di marcia, e anzi ripete a ogni pie’ sospinto che i margini sono stretti, i vincoli europei sul deficit indiscutibili. “Pensa a Cristiano Ronaldo”, risponde Paragone, evidentemente in vena di parallelismi arditi. “Se la Juve lo compra e sul contratto gli impone di fare venti goal, poco importa che lui li segni di testa o su rigore. Ognuno ha i suoi metodi, e va bene così. Purché, alla fine, l’obiettivo rimanga lo stesso. Per tutti”.

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