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Lo stadio metafora dell’Italia bloccata

Costruire impianti qui è quasi impossibile. E ai 5 stelle andava bene così

15 Giugno 2018 alle 21:01

Lo stadio metafora dell’Italia bloccata

Virginia Raggi commenta gli arresti per lo stadio della Roma (foto LaPresse)

Se i 5 stelle non si stessero sempre più dimostrando quei formidabili risanatori della vita pubblica quali si erano autoproclamati (“Onestà, onestà!”), avrebbero evitato nel 2016 di qualificare il debutto a sindaca di Virginia Raggi con la guerra alla “colata di cemento” del nuovo stadio della Roma. E oggi non si troverebbero tra capo e collo il boomerang di un Luca Lanzalone imposto dalla Casaleggio srl, da Luigi Di Maio, da Alfonso Bonafede, sorta di brasseur d’affaires da Prima Repubblica “premiato” con la presidenza dell’Acea, azienda quotata, come candidamente ammette Di Maio (Consob e Corte dei Conti non hanno nulla da dire?). Né, se costruire un impianto sportivo in Italia fosse normale come nel resto d’Europa, investimenti per i quali si muovono i grandi nomi dell’architettura, su quell’impianto forse avrebbe puntato tutte le fiche Luca Parnasi la cui holding Parsitalia aveva accumulato 450 milioni di debiti con Unicredit: ma magari un gruppo più solido del costruttore amico di Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti.

 

Il primo progetto dello stadio prevedeva, si sa, un “businesspark”, tre torri progettate da Daniel Libeskind, e il prolungamento della metropolitana e un nuovo ponte sul Tevere finanziati dai privati (“E levando il ponte sarà il caos” dicono gli indagati); progetto approvato con delibera di quello sfrenato liberista che era l’ex sindaco Ignazio Marino. Ma business è parola bandita dalla propaganda pentastellata. Dunque ecco scendere in campo soprintendenze e geologi, uffici tecnici nazionali e di quartiere, il Codacons, il Tar, l’artiglieria burocratica che paralizza ogni cosa, producendo il magico arrivo del mediatore. Tutto funzionale alla retorica grillozza, finché, come per la cosiddetta “Mafia Capitale”, non è sbracata tra chiacchiere da bar, cene in pizzeria, incontri da Doney, Whatsapp e sbruffonate. Inizialmente è stato utile, alla virginea Virginia e ai suoi controller, che in Italia costruire uno stadio sia pressoché impossibile. Il precedente proprio a Roma è l’impianto che lo scomparso presidente giallorosso Dino Viola voleva realizzare sui suoi terreni e con propri soldi alla Magliana. Sarebbe stato perfetto, vicino all’aeroporto (anche lì con prolungamento del metrò a Fiumicino) e alle autostrade, lontano dal centro. Ma fu bollata come “opera di palazzinari”, e dunque nel 1987 bocciata.

 

Per i Mondiali del 1990 si preferì rifare l’Olimpico, senza parcheggi e collegamenti, con costi triplicati a 200 miliardi di lire e successive inchieste. Negli ultimi anni per il nuovo stadio Is Arenas del Cagliari sono finiti dentro il presidente del club Massimo Cellino, e sindaco e amministratori di Quartu Sant’Elena. A Firenze è bloccato il rifacimento del Franchi, del 1932, progettato da Pier Luigi Nervi, e per questo il presidente della Fiorentina Diego Della Valle minaccia di andarsene. Idem a Bologna con la ristrutturazione del Dall’Ara del 1927. Per non dire degli stadi che Maurizio Zamparini avrebbe voluto costruire a Venezia e Palermo, bloccati con lo stesso anatema alle aree commerciali previste.

 

Nel frattempo in Inghilterra è stato ricostruito Wembley, “tempio del calcio”, reinserendovi la tribuna reale a opera di Norman Foster; la Emirates ha finanziato il nuovo stadio dell’Arsenal, con due delle antiche tribune dei Gunners inserite in un nuovo centro residenziale; lo stato ha costruito in tre anni lo Stade de France a Saint-Denis, l’Allianz Arena del Bayern è stato inaugurato a Monaco nel 2005. I due soli club italiani che sono riusciti a rifarsi senza intoppi il proprio impianto sono Juventus e Udinese. Il settore degli stadi chiavi in mano è fiorente, ci sono aziende (italiane, tedesche e portoghesi) che li fabbricano anche in legno o cemento ecologico. Ma gli affari vengono soprattutto dalla Cina e dall’Europa dell’est, non dall’Italia. Tornando a Roma, il nuovo campo centrale del tennis aspetta da anni la copertura mobile. Quando piove, com’è accaduto agli ultimi Internazionali, si sospende il match.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    19 Giugno 2018 - 00:12

    Sottotitolo: "E ai 5 stelle andava bene così"- Mi spiegate per cortesia che c'entrano i 5S con Dino Viola o con Italia 90? O con il mancato stadio del Milan, non costruito per gli incredibili oneri di urbanizzazione chiesti dalla giunta Pisapia? Ormai siamo arrivati al punto che se non si fosse stata la diga del Vajont, invece di essere contenti per le mancate vittime, si darebbe la colpa a Casaleggio (ed a Salvini, of course) per la mancata costruzione

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