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Documenti, liste di proscrizione e millennial divisi. Perché non può nascere un governo Pd-M5s

La maggioranza della Direzione nazionale del partito ha già firmato un documento promosso da Lorenzo Guerini che dice no a un esecutivo guidato da Di Maio o Salvini. Resta aperta la possibilità di “riscrivere insieme le regole”

2 Maggio 2018 alle 16:05

Documenti, liste di proscrizione e millennial divisi. Perché non può nascere un governo Pd-M5s

Il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina e l'ex segretario, Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Alla vigilia della direzione di giovedì 3 maggio, inizialmente convocata per decidere se dare il via a un dialogo con il M5s oppure no, il Pd cerca di evitare possibili rotture e “conte”. Lorenzo Guerini ha diffuso un documento-appello per ridurre il rischio fratture, ormai inevitabile dopo il duello fra Matteo Renzi da una parte e Maurizio Martina/Dario Franceschini dall’altra. “Crediamo dannoso fare conte interne nella prossima Direzione Nazionale. E’ più utile riflettere insieme sulla visione che ci attende per le prossime sfide e sulle idee guida del futuro del centrosinistra in Italia”, si legge nel documento firmato da parlamentari e/o membri della direzione del Pd. “Crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell'esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. E’ utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema politico-istituzionale”.

Secondo quanto trapela in queste ore la maggioranza del membri della Direzione avrebbe già firmato il documento. Impossibile quindi, a meno di clamorose sorprese, pensare che dalla riunione di domani possa arrivare un via libera ad un eventuale governo Pd-M5s. In ogni caso, al netto degli appelli all’unità, il passaggio politico chiave è contenuto nell'ultima frase del documento che sembra aprire alla possibilità di trovare delle convergenze per cambiare la legge elettorale.

 

 

Il clima all'interno del Pd, però, è tutt’altro che cordiale, come dimostra il caso del sito www.senzadime.it dove, per alcune ore (foto sotto), è stato possibile visionare un elenco, stile lista di proscrizione, dei favorevoli a un confronto-dialogo-governo con il M5s.

 

 

Un’iniziativa giudicata dannosa persino dagli stessi renziani, che hanno criticato la sortita sui social network. I nomi, dopo le proteste, sono stati tutti cancellati e sostituiti dalla scritta omissis (foto sotto). 

 

 

Nel Pd insomma si discute. Ma i millennial che ne pensano della piega che sta prendendo il dibattito? Che cosa vorrebbero? Alleanza-dialogo-confronto con il M5s oppure no? Il Foglio ne ha contattati alcuni. “Questa sera - dice al Foglio Umberto Costantini, sindaco di Spilamberto - incontrerò gli iscritti della mia zona, è importante confrontarsi con la base, il momento di ascolto è necessario in un passaggio così dirimente e per farlo non basta un click facilmente manipolabile.  Da amministratore in questi quattro anni ho visto cosa vuol dire dialogare con i pentastellati devo dire che purtroppo anche sui temi che i loro elettori apprezzano come l'ambiente e la salute, la lotta agli sprechi e la legalità il loro modo di parlarci si è limitato più che altro alle carte bollate. Spilamberto su questi temi è virtuosa e invece loro tutt'oggi non perdono occasione per denunciarci e segnalarci a corte dei conti e prefettura, Anac e procura. Tutte cose che finiscono in niente, ma che invece che fare il bene dei cittadini trovando convergenze programmatiche cercano solo di paralizzare l'amministrazione perché di diverso colore politico. 

In più ho vissuto sulla mia pelle i loro cambiamenti repentini di linea politica su altri temi cari alla sinistra. Un esempio su tutti le unioni civili. In commissione dissero sì, poi all'ultimo in aula no. Mero calcolo politico fatto sulla pelle di tante persone che si amano, io compreso. Hanno accampato quisquilie burocratiche come scuse per nascondere puro calcolo politico. Anche qui in contrasto con un pezzo del loro stesso elettorato, ma ormai è chiaro: se Milano decide Roma si adegua. L'hanno fatto su un sacco di temi. Chi ci garantisce che non faranno la stessa cosa anche dopo aver siglato un ipotetico patto col Pd? Quanto vale la parola di Di Maio? Niente. Questi anni che vedranno un'onda verde e gialla democraticamente eletta calare sull'Italia un giorno verranno studiati dai libri di storia. Quel giorno vorrei che in quelle pagine si possa leggere che il Partito Democratico non fu sostenitore e complice di un governo guidato da Salvini o Di Maio. Piccola curiosità, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i politici locali M5s e il loro militanti di fare un'accordo di governo con il Pd. Ma purtroppo temo che decida tutto l’azienda proprietaria del movimento”. 

 

Meno ostile all’idea di un confronto con il M5s Dario Costantino, che dice: “Bisogna sedersi al tavolo e confrontarsi, senza paura. Abbiamo le nostre proposte e i nostri valori come bussola. Andando sul terreno politica può nascere qualcosa di inedito. Ci si potrebbe scoprire troppo diversi o più vicini di quanto non sembri, ma nulla di tutto questo può accadere se si dice il contrario di quello che si vuole davvero”. 

 

Spiega Bernard Dika: “Credo che sia giusto che il Pd si confronti con tutti nell’interesse dei cittadini ma rispettando l'esito del voto che ha premiato la Lega e i 5 Stelle. Vedo diversi ‘leader’ del Pd che spingono sull’ipotesi di un governo Pd-5Stelle. Li inviterei a venire ad ascoltare la base del Pd di cui tanto parlano. Lì ci chiedono a gran voce che ciò non accada. Ho la responsabilità di far parte della Direzione Nazionale. Non sono lì a rappresentare me stesso, tantomeno una corrente. Sono lì per rappresentare la mia generazione e, sfido chiunque a smentirmi, non ho trovato ancora un mio coetaneo che mi chieda di fare il governo con i 5 Stelle. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori che ci hanno votato con un determinato programma, inconciliabile con le proposte dei 5 stelle. Ci tengo anche a chiarire che il ruolo di opposizione del Pd non deve assomigliare affatto a quello tenuto dai nostri ‘avversari’ politici nell’ultima legislatura. Vorrei un’opposizione davvero costruttiva che abbia come bussola l’interesse dei cittadini. Mi auguro comunque che il Pd riesca ad affrontare questo contesto difficile in maniera unitaria, un’unita sostanziale e non di forma, so di chiedere troppo ma con l'impegno di ognuno ci si può fare”. 

 

Il Pd, dice Caterina Conti, “deve innanzitutto mettere ordine al suo interno. Renzi si è dimesso, il reggente è Martina. Subito l’assemblea nazionale per dargli la forza politica necessaria. Poi: i parlamentari eletti con il Pd rispondano ai capigruppo e al segretario del Pd. Non ad altri. Ognuno il suo ruolo. Un governo 5 stelle–PD mi sembra difficile a questo punto, e non solo per il profilo dei protagonisti. Grillini e leghisti devono arretrare rispetto alla pretesa di indicare il premier: quando si cerca un compromesso, ciascuno deve partire da una rinuncia, in questo caso, per il bene del Paese. Dal punto di vista strategico, spetta a chi ha vinto le elezioni uscire dai tweet e dalle dirette FB per dirci dove vogliono portare l’Italia: su scala europea, con i Paesi di Viségrad o con i nostri valori di sempre? In Italia, con gli xenofobi o per l’inclusione sociale? Per favorire la creazione di posti di lavoro o per dare un sussidio assistenzialista senza lavorare? Su questa base, aprendo un dialogo sulla base dei nostri principi, penso sia necessario indirizzare la discussione pubblica. Ma ne siamo ancora lontani, purtroppo. Il Pd a quel punto potrà decidere se andare o meno a ‘vedere le carte’: se ci fossero queste premesse, dovrebbe andarci, senza queste premesse sarebbe ‘un gioco delle tre carte’”. 

 

Per Davide Ragone, “sarebbe impolitico decidere pregiudizialmente di non confrontarsi con le altre forze parlamentari in una fase così delicata. Le condizioni di partenza sono difficili per le grandi distanze politiche, ma facciamo il PD e rilanciamo con coraggio le nostre proposte per il Paese. Non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio, ma possiamo verificare convergenze sullo spartito (il programma da definire, magari partendo dal lavoro e dalle riforme istituzionali) e sull’orchestra (la squadra di governo per realizzarlo)”. 

 

Marco Schirripa, firmatario dell’appello di Guerini, dice “sì al confronto con tutti ma non si può non tener in conto l’esito del voto e le profonde distanze tra 5 stelle, Lega e Pd. Bene se si vogliono riscrivere le regole del gioco insieme, la sfida della riforma costituzionale interrotta il 4 dicembre per me è infatti ancora molto attuale”. 

 

Marco Pierini qualche giorno fa aveva espresso la sua posizione su Facebook: “Nel corso dell'ultima Direzione ho votato perché il Pd non facesse un accordo con il M5s e non avrò problemi a rimarcare questa posizione in futuro, visto che si parla di convocare una nuova riunione. E due cose mi preme sottolineare. La prima, nel metodo: mi sarei volentieri risparmiato la lettura di interviste che sconfessavano la linea del partito da parte di chi in Direzione non ha aperto bocca. In una fase così delicata le decisioni prese al nostro interno devono essere rispettate. La seconda, nel merito: il giustizialismo, la violenza verbale come strumento di lotta politica, l'avversione alla democrazia rappresentativa, i contratti con penale firmati dagli eletti 5s con una srl sono questioni politiche, altro che critiche di aventinismo o sciocchezze simili. Non intendo legittimare queste che per me sono aberrazioni rispetto ai valori in cui credo e per cui mi batto. Questo ‘accomodamento’ sarebbe un errore storico che avrebbe come unico risultato la facile scomparsa dell'unica forza di sinistra moderata nel Paese. E io scusate ma non ci sto”. Dice invece Elisa Graffi: “Personalmente credo che il dialogo con i 5 stelle vada fatto, portando però con forza a quel tavolo le nostre posizioni, il nostro programma e anche i nostri principi ideali, perché in politica sono fondamentali anche quelli e non vanno dimenticati. E’ giusto sedersi al tavolo con i 5s e confrontarsi, ma non credo che si possano trovare molti punti in comune. Il movimento è oggettivamente molto distante da noi, lo è stato negli ultimi anni e anche nella campagna elettorale, quindi dubito fortemente che ad oggi possa essere cambiato qualcosa. Pensare di fare un governo con una forza politica che guarda a noi come guarda alla lega (dimenticandosi però che siamo due cose totalmente diverse) sembra nascondere l’unica volontà di di maio e cioè andare a palazzo Chigi in un modo e nell’altro. Ma al di là di questo le distanze che oggettivamente vedo tra noi e i 5s e per le quali ritengo veramente difficile che si possa fare un governo con loro, sono legate a temi come quello del lavoro dove la loro unica proposta è il reddito di cittadinanza, dell’immigrazione e della politica estera dove non hanno una posizione chiara, diritti civili sui quali sono stati sempre su posizioni diverse dalle nostre, della nostra idea di democraticità che è molto diversa dalla loro (ammesso ne abbiamo una visto che sono diretti da una società privata che decide tutto a differenza nostra che lo facciamo nei nostri organi democratici e che inoltre cambia i programmi del movimento quando e come vuole) e potrei andare avanti. E’ chiaro che tutto questo renda difficile un accordo, seppur a mio avviso sia giusto sedersi ad un tavolo a confrontarsi. Detto ciò sembra che Di Maio abbia già cambiato idea su un possibile dialogo con noi, viste le sue ultime dichiarazioni”. 

 

Decisamente contraria Arianna Furi: “Mi sembra evidente che le differenze ideologiche, di programmi e anche di stile tra Partito Democratico e 5 stelle sono insormontabili. La pensiamo diversamente sulla scienza, sull'Europa, sui diritti, sull’immigrazione. Ci siamo già dimenticati del livello di campagna elettorale che è stata fatta dai 5 stelle? È assurdo prendere in considerazione l’ipotesi di governare con chi fino a ieri ci ha dato dei mafiosi, dei corrotti e degli assassini. Il Pd è alternativo al fronte populista”.

 

Mentre Gaia Romani scrive su Facebook: “La Direzione Nazionale è domani. Il suo scopo è quello di DISCUTERE e prendere una decisione che sia CONDIVISA. Una delle ragioni principali per cui il Pd è nella situazione in cui si trova è proprio che per protagonismo e smania di dire la propria, i singoli si sono sempre espressi senza la previa consultazione del gruppo, disattendendo e non rispettando la funzione stessa della Direzione. Trovo assurdo e molto poco serio che ci siano delle liste pubblicate su internet che indicano le posizioni dei singoli membri racchiudendole in categorie. Io rientro tra quelli che non si sono ancora espressi. Non mi son ancora espressa perché la mia opinione e il mio voto saranno frutto di una discussione comune. Mi hanno anche chiesto di firmare un documento, ma mi chiedo, qual è il senso di sottoscrivere una posizione definitiva prima della discussione? Mi auspico che tutti i membri abbiamo l’onestà intellettuale di essere aperti a un ascolto sincero e presentarsi disposti eventualmente a modificare la propria posizione in seguito a una decisione che sarà collegiale, senza assurdi arroccamenti e conte del caso. Spero anche che una volta che la maggioranza si sarà espressa, la classe dirigente mantenga unita la linea, come si fa nei partiti seri”.

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  • Gianni.Ba

    02 Maggio 2018 - 19:07

    La cosa che continuo a non capire è come faccia Renzi a non accorgersi che il PD così com'è non regge. I suoi principali detrattori (in taluni casi ancor più delle opposizioni) erano, nel corso della sua segreteria, Bersani, D'Alema, Speranza & dispari, poi logicamente fuoriusciti. Ora lo sono, in pari misura, Franceschini, Emiliano, Boccia & altri, più o meno noti. A questo punto o se ne va lui dal partito (e per sempre!), magari fondandone uno nuovo, oppure se ne vanno loro (come si auspica...). Altrimenti alle prossime elezioni spariranno letteralmente!

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  • miozzif

    02 Maggio 2018 - 17:05

    La lettera di Giovanni mi fa pensare che se davvero anche il Pd si aggregasse al Clan dei Casaleggio non ci resterebbe altro che entrare nell'Aventino (quello sì!) del non-voto perché tutti i partiti finora, Pd a parte, si son detti pronti a dialogare con i seguaci del comico. È questo, anche dal punto di vista dell'offerta elettorale, non è sensato. Casomai per conquistare la platea dei non votanti, in cui confluisce una buona percentuale di gente nauseata dai rutti demagogici, ci sarebbe bisogno di un partito moderato marcatamente lontano da toni, gesti, parole e azioni dei grillini. Altro che trattative per governare insieme.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    02 Maggio 2018 - 17:05

    La sinistra,anzi i partiti tutti, avevano un senso politico, quando le decisioni sulla linea del partito venivano prese dai rispettivi segretari e organi direttivi e, la famosa “base” si fidava e seguiva quelle scelte. Le lotte per il controllo del partito, cioè del potere politico, ci sono sempre state, ma l’interesse generale del partito sfociava sempre in una linea ufficiale, netta e dirimente. Quella che, al netto se fosse la migliore o no, la base faceva sua. La linea Berlinguer – Moro fu decisa solo nelle rispettive segreterie. Le linee di politica estera pure. Per quella economica interna si consociava. Oggi quattro interviste raccolte per strada pretendono di dettare la linea politica del partito. Surreale, assurdo, antidemocratico. In una democrazia a rappresentatività delegata. Quella prevista dalla Costituzione. Uno vale uno, è slogan per imbecillotti.

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  • Giovanni Attinà

    02 Maggio 2018 - 17:05

    Il problema del Pd potrebbe essere uno solo: a furia di discriminare a destra e a sinistra si ritroverà da solo, dimenticandosi che se c'è stato un insuccesso elettorale evidentemente moltissimi elettori non hanno gradito l'operato dei governi, a partire da Letta sino a Gentiloni.Quanto poi alle strategie dei partiti mi apre che , nonostante il risultato elettorale confuso( nessuno ha vinto, né il M5Stelle e né la coalizione di centrodestra),si continui nella confusione , tra veti, discriminazioni e così via. Se si viole chiarezza , bisogna fare un governo per una legge lettorale con doppio turno alla francese. Poi ci sarà , dopo altre elezioni, il problema dell'assetto costituzionale italico, sempre in discussione dai tempi della commissione bicamerale presieduta dall'esponente liberale Aldo Bozzi.

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