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Di Maio resta senza nemmeno un forno. Ma a litigare sono un po' tutti

"Tornare subito al voto", dice il leader del M5s. Ma Salvini non ci pensa affatto. E intanto, nel Pd, volano gli stracci. Martina e Franceschini attaccano Renzi, che conferma la sua presenza alla Direzione del 3 maggio 

30 Aprile 2018 alle 21:40

Di Maio resta senza nemmeno un forno. Ma a litigare sono un po' tutti

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

E alla fine dei due forni, non ne restò neppure uno. Luigi Di Maio abbandona il tavolo delle trattative, e anzi lo ribalta. Attacca i partiti, tutti intenti in una "vergognosa" difesa del "proprio orticello" e dei "propri interessi di parte", e lo fa con un lessico che sembrava aver dismesso, in queste settimane di doroteismo autoimposto, arrivando fino ad invocare il voto anticipato. Tornare alle urne il prima possibile, è questo che bisogna fare: a giugno, magari - ipotesi impossibile, per via dei sessanta giorni d'anticipo con cui vanno indette le nuove elezioni per gli italiani all'estero, ma vabbè: i tecnicismi qui contano poco.

 

La mossa è tutta politica. Il video con cui - nonostante qualche inconveniente, che impone allo staff di ricominciare la diretta Facebook interrottasi - il capo politico invoca la exit strategy è rivolto in primo luogo al Movimento 5 stelle stesso. Parla agli altri, certo, agli avversari; ma parla soprattutto al morale delle pattuglie pentastellate. "L'apertura al Pd internamente è stata devastante per i nostri", confessa un deputato assai vicino a Di Maio. Confermando che sì, nella war room grillina la rottura era stata pianificata già ieri sera: quando, al termine dell'intervista di Matteo Renzi a Fabio Fazio, era diventato chiaro che i margini di manovra su quel fronte erano pochissimi. E tutto diventava tremendamente pericoloso, per il M5s. "Se a intestarsi l'apertura sarà Renzi - era il ragionamento di Di Maio coi suoi - vuol dire che lui trasformerà il Parlamento in un Vietnam quotidiano, e controllando i suoi 30 senatori avrà un perenne potere di ricatto".

 

E allora in fondo l'ostilità dell'ex premier a un'ipotesi di accordo è stata perfino un assist, per Di Maio: quella prospettiva andava scongiurata in fretta. Tanto più che in parecchi, nell'ala barricadera del Movimento, cominciavano a crederci davvero, nell'ipotesi di una "legislatura costituente" insieme al Pd. Non a caso Paola Nugnes, la senatrice più vicina a Roberta Fico, in mattinata pubblica un lungo post che innesca grosse discussioni, nelle chat interne: "Io credo si dovrebbe fare uno sforzo per provare a trovare le ragioni comuni di un accordo di governo", scrive la Nugnes. Altro che cambiare la legge elettorale. La colpa semmai, per lei, è "delle persone, dei personalismi esasperati, dei partiti, degli interessi di parte, più o meno male interpretati, se non si riesce a dare un governo al paese".

 

Passano poche ore, però, e Di Maio con un video su Facebook fa saltare tutto. E, se lo scopo è quello di ricompattare il Movimento, in buona parte riesce. Arriva subito, infatti, l'appoggio di Alessandro Di Battista, che pure nelle scorse settimane era sembrato remare contro; arriva la benedizione di Beppe Grillo con un post sul suo nuovo blog personale; arrivano le dichiarazioni entusiaste di Paola Taverna e soprattutto di Carla Ruocco e Carlo Sibilia, due tutt'altro che allineate, ultimamente. Scandisce Di Maio: "I partiti resistono al cambiamento con tutte le forze". E dunque "non c'è altra soluzione: bisogna tornare al voto il prima possibile", fermo restando che a decidere "sarà ovviamente il presidente Mattarella". Di Maio pensa a una sorta di secondo turno di fatto, ipotesi costituzionalmente strampalata, ma tant'è: "Tutti parlano di inserire un ballottaggio nella legge elettorale, ma il ballottaggio sono le prossime elezioni. Quindi dico a Salvini: adesso chiediamo insieme di andare a votare, e facciamolo finalmente questo secondo turno a giugno". 

 

 

Il leader della Lega, dal canto suo, a salire al Quirinale insieme al leader del M5s non ci pensa neppure. Si gode il trionfo del suo Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia, e si toglie qualche sassolino dalla scarpa, regalando un due di picche sia al Pd sia a Di Maio, e restando fedele al patto di coalizione che lo lega a Silvio Berlusconi.

 

  

Ci pensa lo stesso Fedriga, poi, ospite di Lilli Gruber a "Otto e mezzo", a esplicitare il pensiero del leader: "L'offerta di dialogo resta aperta al M5s, ma non al Pd, perché con loro è assolutamente impossibile trovare una convergenza programmatica". Insomma, se un governo lo si vorrà fare, dovrà essere - secondo Salvini - a guida del centrodestra, o meglio della Lega, e sostenuto anche dal M5s. 

 

Il non detto, ovviamente, è che la paura del segretario del Carroccio è molto simile a quella del capo politico del M5s. E cioè "un governo del Nazareno" (così lo definisce, sprezzante, un senatore grillino): insomma, un accordo tra Renzi e Berlusconi, che convinca anche Mattarella a vagliare l'unica ipotesi finora esclusa, quella di una convergenza tra centrodestra e Pd. E forse è anche per questo che la fuga in avanti di Renzi diventa il pretesto che scatena le polemiche interne. La più aspra, tra tutte le dichiarazioni, è quella di Dario Franceschini, che per l'apertura al dialogo col M5s si è speso come pochi, in queste settimane.

 

 

Attacchi arrivano anche da Gianni Cuperlo, da Andrea Orlando, da Michele Emiliano e da Francesco Boccia. Ma ad aprire il fuoco è Maurizio Martina, che da reggente del partito si sente messo ai margini, e attacca: "Impossibile guidare il partito in queste condizioni". Annuncio di dimissioni? No, pare di no. L'allarme rientra subito, ma non il malessere: "Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave - dice Martina, in riferimento all'intervista di Renzi - nel metodo e nel merito. Così un partito rischia solo l'estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società". Poi, l'annuncio: "Per il rispetto che ho della comunità del Pd porterò il mio punto di vista alla Direzione Nazionale di giovedì". Alla quale, ormai è certo, parteciperà anche lo stesso Renzi. Che in serata, sentendosi al centro del fuoco incrociato, replica su Facebook. E si difende attaccando, com'è sua abitudine. Dice di non essere d'accordo con quei suoi "compagni di partito" che vorrebbero "fare un governo col M5s". Dice di rispettarli, ma ribadisce: "Non sono d’accordo con loro. L’ho detto. Era mio dovere farlo anche per rispetto a chi ci ha votato. Chi è stato eletto ha un obbligo di trasparenza verso i propri elettori. Rispetto per tutti, censura per nessuno: davvero tutti possono andare in TV tranne uno? Non scherziamo, amici". 

  

 

E insomma anche nel Pd, pare, sembra partita la resa dei conti in vista dell'assemblea di giovedì. "Che evidentemente - dice Martina - ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione". Scontata la chiusura al M5s, si comincerà a discutere, dunque, di altri scenari. Il ritorno al voto? Forse. Ma più probabilmente un sostegno a un governo ampio, che duri almeno qualche mese e si occupi di mettere mano alla legge elettorale, oltreché della finanziaria di autunno. E intanto, lo spettro del Nazareno continua a tormentare in parecchi, un po' dovunque. 

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Commenti all'articolo

  • giuseppek

    01 Maggio 2018 - 09:09

    Grazie a Renzi per avere relegato all' OBLIO questo minuscolo pseudo capo politico.

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  • giuseppek

    30 Aprile 2018 - 23:11

    Grazie a Matteo Renzi l'unico che riesce ancora a battersi e indicare la verità circa la precaria condizione delle Istituzioni di questo Paese a dispetto di chi si rifiuta ormai categoricamente di guardare in faccia questa realtà. Notevole inotre il risultato di aver relegato ormai al meritato OBLIO, il capo politico grillino.

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  • albertoxmura

    30 Aprile 2018 - 22:10

    Martina e gli altri sapevano benissimo che il loro operato degli ultimi giorni (con tanto di "passi in avanti" nella trattativa con il M5S) era null'altro che un tentativo di far fuori Renzi. Inevitabile che giocassse d'anticipo, prima della direzione del 3 maggio, quando il golpe interno avrebbe potuto consumarsi. Se Martina pensa di non poter guidare il partito se Renzi non si riduce al silenzio perché non si dimette?

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