Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Il governo del commissariamento

Claudio Cerasa

Bilanciamento, non cambiamento. Banche, cancellerie, sindacati, imprenditori, ambasciate, vescovi. Chi sostiene il tentativo di Mattarella di mettere a tutti i costi un Berlusconi o un Renzi tra le ruote dei pericolosi populismi alla Di Maio e Salvini

Ci sono le consultazioni che si vedono e che sono quelle in cui i protagonisti sono i partiti, con i loro capricci, i loro dispetti, i loro voti, i loro veti, i loro progetti, le loro trappole, le loro speranze, i loro incubi. Le consultazioni che si vedono sono quelle che da due settimane vanno in scena al Quirinale e finora non hanno permesso al paese di trovare una soluzione definitiva al governo che ancora non c’è. Accanto a queste consultazioni ce ne sono altre meno visibili, ma non meno importanti, che da giorni lo staff del presidente della Repubblica ha scelto di ascoltare con attenzione per capire quale confine la volontà popolare non può permettersi di superare per non diventare una minaccia per il futuro del paese. Non è detto che le consultazioni parallele avranno la forza di pesare quanto le consultazioni primarie. Ma ciò che è certo è che nelle ultime settimane il presidente della Repubblica ha raccolto un’indicazione unanime da parte di chi ha uno sguardo privilegiato sulle leve dell’interesse nazionale. E sia che le parole siano quelle sussurrate dalla Banca d’Italia. Sia che le parole siano quelle sussurrate dalla Banca centrale europea. Sia che le parole siano quelle sussurrate da Confindustria. Sia che le parole siano quelle sussurrate dai sindacati. Sia che le parole siano quelle sussurrate dall’ambasciata americana. Sia che le parole siano quelle sussurrate dalle cancellerie europee. Sia che le parole siano quelle sussurrate dai grandi gruppi editoriali. Sia che le parole siano quelle sussurrate dagli amici della Corte costituzionale. Sia che le parole siano quelle sussurrate dai vertici della Cei. Il messaggio, in ogni caso, è sempre lo stesso: caro presidente, l’Italia non può essere lasciata in mano a un governo populista.

 

L’idea che sia possibile “commissariare” Di Maio e Salvini è un’idea non attuabile a meno che non si voglia ragionare sul commissariamento da un punto d’osservazione diverso. Da un punto che coincide cioè con la traiettoria che fino all’ultimo il capo dello stato tenterà di dare a questa legislatura: costringere i partiti vincitori a trovare un accordo con almeno uno dei partiti sconfitti per non essere costretti a dover accettare un accordo con entrambi i partiti sconfitti. In altre parole: o il M5s accetterà le condizioni di Forza Italia per far nascere un governo con il centrodestra, o il M5s dovrà accettare le condizioni del Pd per evitare di ritrovarsi all’interno di un governo che potrebbe nascere con la presenza contemporanea di Pd e Forza Italia.

 

Al momento è difficile sbilanciarsi su quale potrà essere la sintesi che troverà il presidente della Repubblica, ma ciò che è certo è che nelle ultime settimane le indicazioni raccolte dal Quirinale sono unanimi e suonano più o meno così: l’unico governo capace di non mettere economicamente a rischio l’interesse nazionale è un governo formato non dal 5 stelle e dal centrodestra ma dal 5 stelle e dal Partito democratico. E per questo – seguendo sempre questo ragionamento – al governo del cambiamento formato da Di Maio e Salvini sarebbe opportuno contrapporre un governo del bilanciamento formato da Di Maio e Renzi. Cosa ci guadagnerebbe Di Maio è chiaro: avrebbe la possibilità di andare al governo senza essere costretto ad allearsi con Forza Italia (“il male assoluto”), avrebbe la possibilità di svuotare l’elettorato democratico, correrebbe il rischio di perdere ancora di più la propria presunta verginità politica ma si porrebbe nella condizione di moltiplicare le chance per porre fine all’esistenza del Pd. Cosa ci guadagnerebbe il Pd nell’alleanza mostruosa con i grillini è meno chiaro, ma la logica dovrebbe essere questa: avrebbe la possibilità di mettere un populista al posto di due alla guida del paese, di far nascere un governo più europeista di quello che potrebbe nascere mettendo insieme Salvini e Di Maio, di confermare alcuni ministri, di ricompattare il centrosinistra, di far esplodere le contraddizioni dei 5 stelle.

 

Allo stato attuale non sappiamo quale governo nascerà, ma il dato importante è che le consultazioni parallele avute in questi giorni dallo staff di Mattarella con i piccoli e grandi stakeholder dell’Italia lo hanno convinto ulteriormente di una necessità: non essendo stati finora né Di Maio né Salvini in grado di dar vita a un governo alle loro condizioni, qualsiasi governo adesso nascerà alle condizioni del presidente della Repubblica. E se il Movimento 5 stelle – a cui il capo dello stato imporrà di non stare all’opposizione – non intenderà trovare un accordo con Forza Italia, per evitare di ritrovarsi in un governo contemporaneamente con Renzi e Berlusconi, Di Maio dovrà accettare le condizioni che nei prossimi giorni arriveranno dal Quirinale: un governo per l’Europa, non anti Fornero, non anti Jobs Act, non anti vaccini, non antiglobalizzazione. Bilanciamento, più che cambiamento. Potrebbe convenire sia a Renzi sia a Di Maio. Che convenga anche all’Italia avere un bipolarismo populista è tutta un’altra storia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.