Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Il Pd è morente, ma tutti vogliono guidarlo

Salvatore Merlo

Zingaretti, Calenda, Delrio e gli altri. A gomitate per le stoviglie

Roma. E certo è ancora tutto dubbio, indeterminato, il Pd è da tempo l’isola della nebbia per i suoi stessi abitanti, il ceto politico e parlamentare che ancora non sa se essere il partito che si allea con il centrodestra di Matteo Salvini o quello che aiuta il Movimento cinque stelle di Luigi Di Maio a formare una maggioranza, ma che già si assorda tra imbonimenti e richiami, in una corsa surreale alla segreteria, con gran rincorsa di candidature, vere, presunte, invocate o sospirate. E allora tutti dicono che il partito sta morendo, anzi è già morto, eppure mai si era vista una contesa così affollata, così bellicosa, così accesa e viva per mettersi a capo di qualcosa che non c’è più, che è stata amputata. Ecco infatti Nicola Zingaretti, il presidente del Lazio, con le sue tesi congressuali quasi da vecchio Pci, ecco Carlo Calenda, il ministro silenziosamente benedetto da Paolo Gentiloni e anche da Walter Veltroni, ecco Maurizio Martina, il vicesegretario che con Andrea Orlando e Gianni Cuperlo esprime il senso d’ufficio di chi si sente interprete ed erede di una tradizione partitica che si rinnova e sopravvive nei decenni, ecco poi Graziano Delrio, sospeso tra Matteo Renzi e Sergio Mattarella, ecco persino Tommaso Cerno, l’ambizioso ex condirettore di Repubblica, e infine, imbucato, da fuori, ad animare ancora di più questa folla non allegra ma variopinta di candidati alla segreteria del più grande partito morente della storia repubblicana: Riccardo Magi, già segretario di Radicali italiani.

 

E per tutti un passato ancora prossimo è perduto, e fermenta di asprezze. Mentre il futuro è una verità schiusa a misteriose promesse. Martina e Lorenzo Guerini hanno le facce torve e confuse mentre scendono le scale di Montecitorio, dopo l’ennesimo incontro vago e straniante con i Cinque stelle. Discorsi, mugugni e sussurri non riguardano più questi colloqui che procedono con l’andatura di uno zoppo che corre, ma l’organizzazione interna, la tenuta dei gruppi e del partito, l’assemblea da organizzare e le eventuali primarie da fare, ma ancora prima i capigruppo da indicare e le contromosse degli avversari da anticipare: “Che fa Renzi?”. “Ma non è che Franceschini sottobanco si sta mettendo d’accordo con lui?”. E si capisce che la politica non c’è più. Persino le veline offerte ai giornalisti sono piene di favole torbide, e di rimpianti. Allora si lamenta Sandra Zampa, mentre raggiunge l’ufficio da deputato che presto dovrà lasciare perché non è stata rieletta, colpita anche lei dalla débacle elettorale: “Tutti temono di essere fatti fuori al prossimo giro. Ed ecco la corsa a occupare posizioni di potere. E non importa che la torta si faccia sempre più piccola. L’unica cosa che conta è averla questa torta, ciò che conta è sopravvivere”.

 

Così Matteo Renzi dichiara “opposizione dura” ai Cinque stelle, e intanto però cerca un accordo con Dario Franceschini per eleggere i capigruppo, un patto di tenuta interna che prescinde dalla linea politica, dai rapporti con il centrodestra o con Di Maio che dividono in realtà Franceschini da Renzi. Un accordo tra avversari necessari, dunque, che serve soltanto a evitare che Martina e Orlando si prendano il partito barcollante: chi lo controlla compila anche le liste elettorali (e il voto potrebbe non essere così lontano). E l’immagine è quasi quella di una nave che imbarca acqua, che si piega tra i flutti, mentre i marinai, chiusi dentro e quasi affogati, fanno a cazzotti per dividersi l’argenteria rimasta. “Non m’impressiona la ressa, ma spesso l’assenza di un orizzonte, di un’idea, di una visione”, dice Walter Verini su un divanetto di Montecitorio. Poi il vecchio amico di Veltroni sentenzia: “Manca la politica. E non è un caso se Veltroni diventa un punto di riferimento, anche se esterno”. E davvero il Pd si presenta come una folla turbolenta, debole, a tratti inamabile e così incredibilmente mortale, così precaria, che secondo qualcuno sta già sparendo, razza condannata, quasi i pellerossa o i pigmei. A un certo punto, in Transatlantico, passano Michele Anzaldi e Alessia Morani, i renziani. E Verini: “Anzaldi, tu e Orfini potreste anche toglierveli i guantoni da boxe. Sai chi mi sembri? Mickey Rourke in quel film… ‘il Wrestler’”. Dice Anzaldi: “Il gioco è dare addosso a Renzi, animale ferito… Ma nel Pd meglio di Renzi non c’è nessuno. Chi c’è, dimmi chi c’è?”. E si capisce che il gioco ricomincia. Dimissioni, ri-immissioni, primarie, congressi, lotte nel fango, nomenclatura e rottamazione. Ma in un campo sempre più tragico. Ripetitivo. E piccolo.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.