Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, e quello delle Infrastrutture, Graziano Delrio

Minniti, Delrio e il Pd "a venature variabili" sulla sicurezza

Marianna Rizzini

Dopo Macerata si riapre la spaccatura fra il “rigore" del ministro dell'Interno e l'“umanitarismo” di quello delle Infrastrutture

Roma. “Noi abbiamo intrapreso una strada per affrontare i temi della sicurezza slegandoli dalle questioni emergenziali. Io sono maniacalmente convinto che la parola sicurezza vada separata dalla parola emergenza e dai temi della questione migratoria”. È il ministro dell’Interno Marco Minniti che parla (da Firenze, durante la firma del nuovo patto sulla Sicurezza urbana tra il sindaco Dario Nardella e il prefetto), nel giorno immediatamente successivo alla settimana infernale di Macerata – quella in cui il centrosinistra si è trovato a specchiarsi nelle proprie divisioni sul tema “immigrazione, violenza, neofascismo”.

 

“La sicurezza non è una questione che può essere affrontata rincorrendo l’emergenza”, dice un Minniti loquace in particolare sull’opportunità di “liberare l’Italia dalla sindrome dell’anno zero, per cui ogni volta si ricomincia da capo…”: “…a parlare continuamente di emergenza si trasmette ansia. La sicurezza è un tema strutturale…”. Ma sono parole, queste, che in qualche modo si trovano a dover smentire l’ottimistico-razionale Minniti dell’estate scorsa, quello che, durante un forum a Repubblica, aveva formulato un pensiero esortativo-fiducioso: “Sulle questioni della nostra sicurezza”, aveva detto il ministro, “si chiamino emergenza migranti, terrorismo, incolumità, decoro urbano e legittima difesa – non si giocano le prossime elezioni politiche. Ma il futuro e la qualità della nostra democrazia”.

 

E invece, al momento, proprio le elezioni politiche più di ogni altra cosa sono in ballo, con campagna elettorale avvitata proprio su quei temi – emergenza migranti, terrorismo, incolumità, legittima difesa – per giunta con tripla divisione nel centrosinistra (due linee nel Pd, e una linea fuori dal Pd). E nel Pd, le due linee sull’argomento “sicurezza e immigrazione”, non da oggi, hanno i volti governativi dell’uomo a lungo identificato con la parola “rigore” (Minniti stesso) e dell’altro uomo (e ministro delle Infrastrutture) a lungo identificato con la parola “umanitarismo” (Graziano Delrio). Due facce di uno stesso governo Gentiloni, e prima di uno stesso governo Renzi, sebbene in ruoli diversi. Due facce complementari, anche simbolo del passato che non si concilia mai del tutto (uno con storia ex Pci-Pds-Ds, tendenza dalemiana poi veltroniana infine diversamente renziana), l’altro con storia cattolica di sinistra.

 

E insomma: mentre Minniti, ora lodato da Luciano Violante sul Messaggero, dopo i fatti di Macerata insisteva sul concetto “è sbagliato parlare alla pancia del paese” e sul postulato “i valori dell’antifascismo li difendiamo” con “il comportamento quotidiano”, Delrio rilanciava con preoccupazione accorata l’allarme sulla “stagione neofascista”. E i due parevano di nuovo parlare i linguaggi non sempre componibili dei due centrosinistra a venature variabili (che l’estate scorsa avevano fatto temere il patatrack all’interno del governo Gentiloni). Era accaduto infatti che la sfumatura Minniti e la sfumatura Delrio si trovassero sovrapposte, con imbarazzo globale nel partito, sul caso “soccorso ai migranti”. E lì Minniti, ministro filologo con passione letteraria per lo stile asciutto di Javier Cercas, criticato da Roberto Saviano e dal quotidiano cattolico Avvenire, aveva fatto capire di non essere disposto a cedere di un millimetro rispetto alla più morbida linea Delrio (soprattutto riguardo al codice di regolamento delle ong). E alla fine, a ridosso delle ferie d’agosto, le sfumature si erano composte forzosamente in un unico colore, non prima che le parti in causa potessero ascoltare l’intervento sul tema del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo il quale era stato letto come segno di pace momentanea l’emissione di una nota di Palazzo Chigi che parlava di “strategia d’insieme sull’immigrazione”. E tutto è cambiato e nulla è cambiato, a pochi giorni dalle elezioni, ma è chiaro che le linee, per quanto si voglia ridurle a una, restano due (e due potrebbero restare anche in futuro).

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.