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Grillo e i danni della pulizia morale

Il M5s applica la legge con i nemici e la interpreta con gli amici. Difende il sindaco familista di Bagheria e crocifigge i poveretti delle firme false. Appunti sugli ultimi cortocircuiti di senso e di logica del grillismo, sintomi di un mondo che viene giù

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

22 Settembre 2017 alle 06:00

Grillo e i danni della pulizia morale

Patrizio Cinque (Foto LaPresse)

Troppo spesso ci è capitato di pensare che le loro severissime regole siano una mappa di intersecazioni e coincidenze, di rigidezze prestabilite che tuttavia lo scatto di uno scambio, se azionato dal barbuto capostazione Beppe, può deviare verso tutt’altri orizzonti e destini. E infatti lui dice “fidatevi di me”, e tutti si devono fidare di lui. Così succede che uno che ha vinto le primarie si trasforma d’un tratto in uno sfigato che le ha perse, un altro che è indagato e dunque incandidabile finisce invece candidato premier, uno pulitissimo viene avvolto dal sospetto d’avere la rogna. “Fidatevi di me”, dice Beppe. E va bene. Facciamo pure a fidarsi, come si dice a Roma. Però, da quei periferici, superficiali e ignari osservatori-elettori che siamo, sempliciotti e pure un po’ giornalisti, dunque abbastanza inaffidabili, dobbiamo a un certo punto stare, un po’, anche a ciò che vediamo. E cosa vediamo?

 

Vediamo che il sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque, che proteggeva le case abusive dei suoi parenti e li avvertiva di un controllo a sorpresa dei vigili urbani, lui che adesso se ne sta con l’obbligo di firma e i carabinieri sotto casa perché sospettato di turbativa d’asta per un appalto sui rifiuti, ecco, lui non lo cacciano. Anzi, lo difendono. “Devi tenere duro”, gli ha fatto sapere Giancarlo Cancelleri, che è il giovane aspirante alla carica di presidente della regione Sicilia (quello del famoso “abusivismo di necessità”). E dunque, veri garantisti di cui s’è perso lo stampo, i Cinque stelle difendono fino a prova contraria il loro sindaco di Bagheria, il ragazzo senza macchia che saprà dimostrare di non aver compiuto nessun reato, malgrado quelle intercettazioni in cui se la prende con i colleghi che hanno votato le leggi contro l’abusivismo edilizio. Bravi. Bene. Bis. Viva Beppe! Però – e qui un brivido percorre la malferma spina dorsale d’ogni garantista – ecco che gli stessi coraggiosi difensori del principio d’innocenza fino a prova contraria sospendono, e minacciano di rapida espulsione sommaria, quei poveretti di consiglieri regionali e parlamentari siciliani che un po’ scioccamente, mesi fa, avevano ricopiato su un documento ufficiale delle firme che loro avevano effettivamente raccolto. E così si insinuano, si fanno strada, sempre qui tra noi che siamo un po’ sempliciotti e giornalisti, il sospetto dell’arbitrio e l’ombra dell’ipocrisia, che non sono certo categorie inventate dai Cinque stelle, ma sono l’anticamera del dispotismo e delle purghe che tornano a noi da un fondo remoto e inquietante della storia, lo scriveva anche Orwell, d’altra parte, descrivendo ben altri mostri, “tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

 

Così, mentre questo virgulto della pulizia morale che i Cinque stelle hanno issato sul palcoscenico di Bagheria trova gli accenti del complotto mediatico-giudiziario che già fece illustri vittime in questo paese: “E’ un attacco ad arte, un attacco a orologeria: si mette dentro di tutto per attaccare un sindaco e un’amministrazione Cinque stelle a meno di due mesi dalle elezioni regionali”, mentre lui pronuncia queste parole scagliandole contro un magistrato, il procuratore di Termini Imerese, considerato eroico mesi fa dagli stessi Cinque stelle nell’inchiesta sulle Ong, mentre insomma si consuma un cortocircuito di senso e di logica, si conferma pure una costante grillina: non è il sospetto a essere a orologeria, ma il garantismo. E infatti il sindaco, indiziato di un reato grave, è difeso perché in Sicilia ci sono le elezioni, mentre quei poveretti dei deputati, che si sono forse macchiati di un reato bagatellare, sono meritevoli di punizione perché avevano cominciato a disubbidire, a fare di testa loro in quel mondo parallelo, in quella sorta di controrealtà nella quale Grillo fa ballare tutti al suo proprio ritmo.

 

Mai appoggiarsi troppo ai princìpi, perché poi si piegano, diceva Longanesi, che dei moralisti un tanto al chilo invitava a diffidare. E d’altra parte Beppe e i suoi ragazzi erano partiti col dire che non avrebbero mai avuto un indagato iscritto, poi che non avrebbero avuto nessun indagato iscritto ma le querele non valgono, poi, quando i magistrati hanno indagato sia la Raggi sia il sindaco di Livorno, allora la linea è diventata: “L’importante è che non sia un reato infamante”. E però adesso, ci chiediamo noi, sempliciotti e giornalisti, cosa c’è di più familistico e inaccettabile d’un sindaco che invoca l’onestà tenorile contro l’abusivismo edilizio per tutti gli altri fessi, ma non per i suoi parenti più prossimi?

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