Foto LaPresse

La crisi nera del populismo

Claudio Cerasa

Grillo ma non solo. Le sorgenti delle forze antisistema hanno smesso di pompare acqua e ora i populisti si mostrano per quello che sono: incapacità e incompetenza. Perché è arrivato il momento di guardare negli occhi la patacca del secolo

Nel corso della giornata di ieri si sono materializzati almeno quattro spunti di cronaca che in modo più o meno lineare ci aiutano a fotografare un fenomeno politico sempre più evidente con il quale forse occorrerebbe cominciare a fare i conti: la crisi irresistibile e forse inarrestabile del modello populista. L’immagine goffa di Luigi Di Maio che nel suo primo giorno da candidato premier bacia in diretta tv l’ampolla di san Gennaro (“E’ un evento che ho vissuto prima di tutto come fedele, poi come istituzione”) e l’immagine comica degli scranni del Parlamento che la Lega nord ha lasciato vuoti per protestare contro l’interventismo della magistratura nella vita di un partito (la stessa Lega che da anni suggerisce di impiccare con un cappio i politici indagati) sono due metafore perfette della fase storica attraversata dai principali esponenti dei partiti antisistema.

 

Per ragioni del tutto simmetriche, il Movimento 5 stelle e la Lega nord offrono ogni giorno l’impressione di non sapere più cosa diavolo inventarsi per deviare l’attenzione da quella che sembra essere diventata una verità sempre più difficile da contrastare.

 

Le sorgenti dalle quali il populismo si è abbeverato per mesi hanno smesso improvvisamente di pompare acqua. E di fronte a un’Europa che funziona, a un euro che tira, a un anti europeismo che si affloscia, a un pil che aumenta, a un’occupazione che cresce, a una produzione industriale che migliora e a una politica di contenimento dei migranti che improvvisamente funziona, ai professionisti dello sfascio non resta che buttarsi sui bruscolini, non resta che scommettere sulla cronaca nera, sul colore della pelle di chi commette qualche reato, o magari sull’emergenza stupri – ma forse neanche più quella, visto e considerato da chi è governata la città che da qualche settimana registra più o meno un tentativo di stupro al giorno.

 

La crisi nera del populismo non riguarda solo la difficoltà di trovare temi diversi da quelli dell’antipolitica per cercare di conquistare consenso nel paese ma riguarda una difficoltà più grande con la quale sono costretti a fare i conti oggi sia la Lega nord sia il Movimento 5 stelle. Alla prova dei fatti, il modello di governo espresso dai partiti antisistema è un modello che non funziona (e quando funziona, vedi il caso della Lega, funziona perché i suoi eletti seguono una linea opposta a quella esposta dal capo) ed è un modello che progressivamente tende a mettere in risalto quella che è la vera caratteristica di un populismo costretto a fare i conti più con i fatti che con la retorica: il suo essere inesorabilmente un formidabile mix fatto di incapacità, inconsistenza, incompetenza e inconciliabilità con i principi fondamentali di uno stato di diritto. Si può gigioneggiare quanto si vuole sulla natura del 5 stelle e si può far finta di credere che il problema del grillismo sia la sua scarsa trasparenza o sia l’assenza di un vero competitor capace di rendere più credibili le primarie del movimento. Ma il vero problema del grillismo è qualcosa di più profondo che si può leggere in controluce sia nelle parole gentilmente consegnate ieri ai cronisti da Beppe Grillo (“Vi mangerei solo per il gusto di vomitarvi”) sia nelle motivazioni con cui un tribunale siciliano ha decretato la sospensione delle primarie organizzate in Sicilia, confermando l’illegittimità dell’esclusione dalle bluffarie grilline di un candidato che ha vinto il ricorso (Mauro Giulivi). Queste storie ci dicono che il lato oscuro del grillismo è la sua naturale predisposizione a considerare un peccato qualunque forma di dissenso. Chi la pensa diversamente viene cacciato dal partito. Chi si permette di criticare viene esposto alla gogna. Chi non fa parte del 5 stelle non è solo un avversario da sconfiggere ma è un avversario da eliminare. In questo contesto, il passaggio progressivo dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta (passaggio testimoniato anche dalla volontà di eliminare l’articolo 67 della Costituzione, che impone a ogni parlamentare di essere eletto senza vincolo di mandato) è perfettamente funzionale all’affermazione di un principio in qualche modo dispotico: per trasformare le scelte di un server remoto nelle scelte del popolo è necessario dare al popolo l’illusione di contare qualcosa; e il modo migliore per creare questo gioco di prestigio è far credere che la ratificazione di una scelta imposta dall’alto sia in realtà l’evoluzione naturale della democrazia. Il punto vero è questo. E non serve una sentenza di un magistrato per capire che la democrazia diretta è una truffa. E non serve aspettare di vedere come finirà in Sicilia (e chissà come finirà) per capire che senza le sorgenti della paura alle forze antisistema non resta che una sola possibilità per provare a farsi strada nel paese: scommettere sulla cultura della gogna come unica arma di purificazione di massa.

 

Oggi il dato cruciale è che questo gioco non funziona più. In Europa gli elettori hanno scoperto da mesi il bluff delle forze antisistema. Chissà che non sia arrivato finalmente il momento anche per l’Italia di guardare negli occhi quella patacca chiamata populismo.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.