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L'M5s ha dimenticato un incandidabile a Pozzuoli

Dopo i massoni, gli indagati, il condannato, i furbetti del bonifico, è rimasto nelle liste anche un altro candidato che infrange il regolamento grillino 

1 Marzo 2018 alle 17:48

L'M5s ha dimenticato un incandidabile a Pozzuoli

Andrea Caso. Foto Facebook

Se è vera la banalità secondo cui “uno vale uno”, allora “carta canta”. E la “carta” a cui ci stiamo riferendo è il “Regolamento per la selezione dei candidati del Movimento 5 stelle alle elezioni politiche del 4 marzo nei collegi plurinominali e uninominali”, licenziato dal Comitato di garanzia non un anno fa, ma con un breve anticipo sulla data del voto, il 13 gennaio di quest’anno, e subito pubblicato sul Blog del Movimento. Il punto G (sic) del documento, ancora fresco di stampa, per così dire, parla chiaro: “Il candidato non dovrà aver mai partecipato a elezioni di qualsiasi livello, né aver svolto un mandato elettorale o ricoperto ruoli di amministratore e/o componente di giunta o governo, con forze politiche diverse dal Movimento 5 stelle a far data dal 4 ottobre 2009”. Abbastanza perché, dopo i massoni, gli indagati, il condannato, i furbetti del bonifico, nella rete oggi sia rimasto anche il nome di un altro candidato-incandidabile.

  

Lui si chiama Andrea Caso ed è un commercialista quarantaduenne che corre (forte) nel collegio uninominale di Pozzuoli, a Nord di Napoli. Che ha combinato questo ragazzone nato a poche decine di chilometri da Luigi Di Maio? Niente di grave, in realtà. La sua colpa è quella di essersi candidato – e pure con un discreto successo, 170 preferenze – alle elezioni amministrative nel Comune di Marano. Correva l’anno 2011, due anni dopo la dead line fissata per il recupero della verginità politica da parte di chi aveva osato fare politica prima dell’avvento dei 5stelle. Allora il giovane aspirante deputato pentastellato mise in piedi una lista civica che si chiamava “Città in Movimento”. Fini qui, l’assonanza con la creatura di Beppe Grillo dovrebbe mettere al riparo il nostro da qualsiasi contestazione. Il fatto è, però, che quella lista non correva da sola. Lui e la sua creatura stavano infatti in una coalizione con Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, Federazione della Sinistra e un’altra civica chiamata “L’altra Marano”. Non esattamente, dunque, una specie di embrione del M5s come Caso sostiene. Certo, non proprio una violazione clamorosa come quella dell’ammiraglio (in congedo) Rinaldo Veri, che è stato candidato al Senato per poche ore fintanto che si è scoperto che è in carica come consigliere comunale di una lista civica ad Ortona, ma pur sempre di violazione si tratta.

  

“Ero inesperto e all’epoca non esisteva il simbolo del M5s”, ha raccontato l’aspirante deputato alla redazione di Stylo24, che si occupa di cose napoletane e ha notato per prima la violazione del Regolamento. La giustificazione, però, regge poco. Come segnala il Cise (Centro italiano studi elettorali) il simbolo dei Cinquestelle è apparso per la prima volta nel 2010 – un anno prima che Caso si candidasse – , quando presentò “proprie liste in 5 delle 13 regioni al voto”. Fu allora che il candidato presidente in Emilia Romagna, Giuseppe Favia, poi espulso, prese il 7 percento. Ed è ancora lo stesso osservatorio a segnalare che allora, nel 2011, il simbolo M5s era presente “praticamente in tutti i capoluoghi del centro-nord, anche se solo in un terzo di quelli meridionali”. A Marano però non c’era. Lì, per la cronaca, votarono 46 mila elettori su quasi 60 mila residenti e al secondo turno vinse il candidato del centrosinistra Mario Cavallo. La lista del “nostro” candidato grillino si fermò invece al 2,70 percento, senza conquistare nessun seggio da consigliere e, quindi, Caso non riuscì a essere eletto.

  

Finita quella storia ne è cominciata un’altra, più fortunata. Alcuni esponenti pentastellati della zona, però, aggiungono che c’è dell’altro. La coalizione della quale faceva parte l’attuale candidato alla Camera dei deputati quell’anno sosteneva come sindaco Mauro Bertini. Quella volta Bertini non era andato nemmeno al ballottaggio (si fermò al 25 percento), ma era già stato sindaco in precedenza, dal 1993 al 2006. “La mia è una vita da indagato”, ha raccontato qualche tempo fa, parlando di sé, in una intervista. Ha avuto trenta processi, mica uno. L’ultimo nel maggio 2017 quando è stato indagato per corruzione: ironia della sorte, nello stesso processo, quello che coinvolge i fratelli del deputato forzista uscente Luigi Cesaro, per il quale Luigi Di Maio e soci attaccano oggi a testa bassa il centrodestra degli “impresentabili”. E adesso che si fa?

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