Memorandum anti peronisti (fate girare!)

Claudio Cerasa

Cosa può fare la politica responsabile per mostrare la cialtroneria delle forze anti sistema? Scegliere 10 inderogabili priorità economiche e sottoscriverle prima delle elezioni. Appunti per un Foglio di riforme non negoziabili

La necessità di dare forma anche con una certa urgenza a un grande fronte anti grillino – tema che avete trovato declinato più volte negli ultimi giorni sulle pagine del nostro giornale – non è un invito a giocare genericamente con l’algebra o con le ammucchiate per stritolare in modo improprio i movimenti anti sistema ma è un tentativo semplice, sano e lineare, di alzare un muro politico e culturale capace di delimitare con esattezza quali sono i campi da gioco presenti in Italia, mettendo a nudo l’identità più profonda delle forze politiche e separando quelle responsabili da quelle non responsabili. Per separare le forze politiche responsabili da quelle irresponsabili sarebbe sufficiente mettere da una parte chi insegue e chi non insegue un movimento peronista che truffa l’Italia con la grande balla della democrazia diretta, nascondendo dietro il mito dell’uno vale uno una visione autoritaria, di puro sfascismo digitale, perfettamente sintetizzata dal profilo anti costituzionale (a morte la democrazia rappresentativa) scelto per tentare di arrivare al governo. Ma il piano politico, seppure sia ovviamente importante, non basta per capire qual è la vera partita che si gioca oggi. E così, per mettere a fuoco i confini dei due fronti politici che si confrontano in Italia, occorre fare un salto di qualità e passare su un altro piano, ancora più concreto, che non può che essere quello economico.

 

  

L’Italia, come ammette in privato anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, gode oggi di buoni fondamentali: ha una crescita inferiore a quella della media europea ma è comunque una crescita robusta che si sta consolidando; ha una disoccupazione giovanile quattro volte più grande rispetto a quella europea, ma ha un’occupazione che aumenta ormai da molti trimestri; ha una pressione fiscale sul lavoro ancora molto alta, dodici punti sopra la media Ocse, ma ha un tessuto industriale che cresce in modo significativo e che migliora di mese in mese. Sarà forse vero che la percezione che si ha dell’Italia in Europa è inferiore rispetto a quella che è la condizione effettiva del nostro paese. Ma per quanto si possa essere ottimisti sul futuro dell’Italia (e noi lo siamo) bisogna anche essere realisti e non chiudere gli occhi quando a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro arrivano tre giganti dell’informazione economico-finanziaria mondiale (Economist, Les Echos, Wall Street Journal) a segnalare che nonostante tutto il nostro paese è uno dei malati dell’Europa.

 

Tra essere malati e non essere in salute come gli altri c’è una differenza di fondo non banale, ma osservando da lontano lo stato politico del nostro paese, e incrociandolo con l’inerzia della politica, è comprensibile che pensando ai prossimi dodici mesi dell’Italia ci siano ragioni che portano a essere preoccupati: il sistema politico è traballante e non è detto (lo dice sempre Padoan) che sia questo governo a realizzare la prossima manovra; il sistema elettorale disegnato dalla Consulta dopo il No al referendum costituzionale non offre garanzie di governabilità; gli avversari dei peronisti sono mossi dalle migliori intenzioni ma non riescono a trovare un mix giusto tra populismo buono e riformismo costruttivo; i movimenti anti sistema vengono descritti come in costante ascesa (ma sarà vero?) e la sola ipotesi che a febbraio ci possa essere una forza politica che arriva al governo proponendo un referendum per uscire dall’euro è un elemento di per sé già destabilizzante.

 

In questo grande e generico contesto di instabilità ci sarebbe un modo concreto per separare le forze politiche responsabili da quelle irresponsabili, offrendo contestualmente agli elettori, agli investitori, agli osservatori internazionali, alla classe dirigente un quadro meno instabile rispetto al futuro del nostro paese: stabilire dieci concreti provvedimenti di politica economica necessari per dare una spinta al nostro paese (e intervenire in modo strutturale sui problemi dell’Italia) e firmarli prima delle elezioni in modo condiviso. Non è un invito all’inciucio ma è un tentativo di dire la verità sul fatto che per consolidare la sua crescita l’Italia ha bisogno che chiunque andrà a governare agisca con fermezza su alcuni punti chiari: un intervento progressivo per il taglio delle imposte e in particolare del cuneo fiscale; una piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; un impegno ad alleggerire in modo progressivo il nostro debito pubblico senza misure choc; un impegno a non intaccare le riforme sul lavoro e sulle pensioni realizzate dagli ultimi governi; una proposta concreta per ridurre le ore impiegate in un anno da una piccola-media impresa per presentare le dichiarazioni fiscali; un impegno a ridurre i tempi del processo penale e non aumentare i tempi della prescrizione; una riforma delle intercettazioni finalizzata a tutelare la privacy degli indagati nel pieno rispetto dell’articolo 27 della Costituzione; un impegno a omogeneizzare le regole sul lavoro presenti nel settore privato con quelle del settore pubblico; un intervento più forte per riformare il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo, come già suggeriva sei anni fa la Banca centrale europea, “accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

 

Più che un contratto con gli italiani, è un memorandum del buon senso. E mettendo insieme le priorità inderogabili dell’Italia sarà più semplice capire, per tutti, chi ha scelto di presidiare il campo della responsabilità e chi invece ha scelto di presidiare il campo dell’irresponsabile cialtroneria peronista. Ci sono princìpi non negoziabili, tra i quali le regole costituzionali della democrazia rappresentativa, lo stato di diritto, l’appartenenza all’Europa sui quali non bisogna fare i furbi. Rispettati quei principi, ci si può scontrare, dividere e contrastare. Ma non si può scherzare con chi fa della distruzione di questi princìpi il proprio programma fondativo. E’ una piccola idea che può diventare grande e la approfondiremo nei prossimi giorni sul nostro giornale. Scriveteci qui la vostra priorità: fogliodiriforme@ilfoglio.it. E buona Pasqua a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.