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Parisi e i rischi del No

Giuliano Urbani, ex ministro dei governi di centrodestra e socio fondatore a suo tempo di Forza Italia, ha deciso di sostenere la riforma costituzionale. Lo spiega in una lunga intervista a Italia Oggi, con due argomenti fondamentali, uno in positivo e uno in negativo.

2 Settembre 2016 alle 06:18

Parisi e i rischi del No

Stefano Parisi, riunione operativa del centrodestra al San Carlo di Milano (foto LaPresse)

Giuliano Urbani, ex ministro dei governi di centrodestra e socio fondatore a suo tempo di Forza Italia, ha deciso di sostenere la riforma costituzionale. Lo spiega in una lunga intervista a Italia Oggi, con due argomenti fondamentali, uno in positivo e uno in negativo. Quello positivo riguarda l’esigenza di avere un governo quanto più forte (o, come precisa pessimisticamente, “meno debole”) possibile per affrontare le nuove tematiche emergenti, che elenca così: 1) la crisi europea, 2) l’immigrazione, 3) il terrorismo, 4) un Mediterraneo senza arte né parte. Quello negativo, che coglie un punto politico rilevante riguarda il carattere eterogeneo e conflittuale dello schieramento del No. “Le pare possibile che quelli di là, fra quelli del No, divisi su tutto, incapaci di trovare un accordo persino per imbucare una lettera, siano capaci, chessò, di fare una Bicamerale? E con quali esiti? Il No lascia tutto sgretolato. Con le riforme, invece, ci proviamo. almeno ci proviamo”.

 

La domanda retorica pare indirizzata soprattutto a Stefano Parisi, nei confronti del quale Urbani esprime stima e apprezzamento. Il tentativo di Parisi di appoggiare il No ma di svincolarsi dall’impostazione conservatrice e antiriformista trova proprio nel carattere del cosiddetto fronte del No un ostacolo insormontabile. La riforma sottoposta a referendum, seppure, secondo Urbani, sia “raffazzonata”, però c’è, mentre quella alternativa non ha neppure una embrionale possibilità di affermazione. E’ questo il punto politico determinante, che si inserisce in una difficoltà generale a far emergere gli elementi di unità e di coesione nazionale che sono necessari per affrontare i problemi vecchi e nuovi in cui l’Italia è implicata. Sullo sfondo c’è la crisi delle élite, che richiede una riformulazione, addirittura un capovolgimento dell’impostazione classica del liberalismo, che era nato come espressione di classi dirigenti “illuminate”. Ora le classi dirigenti sono screditate e questo determina il successo di impostazioni ribellistiche e antagonistiche, prive di sostanza politica ma capaci di impedire processi di aggregazione e di comprensione reciproca. E’ un problema di fondo che angustia Urbani come preoccupa Parisi, e che dovrebbe essere  messo al centro di ogni tentativo di ricostruzione razionale di una funzione nazionale e popolare del centrodestra. La vittoria del No non agevolerebbe affatto questa ricostruzione, perché darebbe ancora più spazio alle pulsioni identitarie e protestatarie, in sostanza alle tendenze disgregatrici. E’ su questo, almeno anche su questo, che Parisi dovrebbe riflettere, per conservare il carattere costruttivo della sua iniziativa, senza che essa sia annichilita nel confuso e contraddittorio fronte del No.   

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