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L'Italia bruttina dei Pelù, degli Arbore e dei Nove

Bocciati perché esprimono solo insofferenza nei confronti dell’uomo politico senza ragionare sui rapporti causa-effetto. Promosso Calenda, per ora. Bocciati Travaglio e la compagnia del No. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace

28 Maggio 2016 alle 12:30

L'Italia bruttina dei Pelù, degli Arbore e dei Nove

Foto LaPresse

LA PICCOLA, RISENTITA ITALIA DEI PELU’, DEGLI ARBORE E DEI NOVE

 

Sul crollo del lungarno Torrigiani, Piero Pelù ha detto: “Il dissesto idrogeologico è colpa del renzismo più becero”.

 

Sulla “nuova” Rai, Renzo Arbore ha detto: “La aspetto al varco fino a settembre poi dirò quello che penso”.

 

Su Maria Elena Boschi, Aldo Nove ha detto: “Vaffanculo, valletta e figa di Renzi”.

 

Il cinquantaquattrenne rocker fiorentino, coofondatore e leader dei Litfiba, avrà pure buone ragioni comunali per avercela con Renzi e propaggini, con il successore a Palazzo Vecchio Dario Nardella e i dirigenti (semper renziani) di Publiacqua: ma non può, senza insultare la nostra intelligenza, addossare al premier e sodali la responsabilità di come è stato costruito il lungarno all’epoca di Firenze capitale o dell’esplosione di un tubo della rete idrica.

 

Il quasi settantanovenne showman pugliese indossa, non richiesto, i panni del padre nobile e dell’arbitro di tutto ciò che dovrebbe concorrere a fare una televisione buona, innovativa, istrionica. Nessun merito passato giustifica tanta prosopopea vagamente allusiva e minacciosa.  

 

Il quasi cinquantenne Antonio Centanin, da Viggiù, ha tratto nome e cognome dal telegramma “Aldo dice 26X1” con cui il Comitato di liberazione del nord Italia dette l’ordine di insurrezione per l’una di notte del 26 aprile. Nove è la somma dei tre numeri. Una così nobile ispirazione dovrebbe suggerirgli una certa eleganza di tratto, impedirgli di tenere propositi offensivi che per altro non fanno nemmeno ridere.

 

Questo modo di intervenire a gamba tesa nel dibattito pubblico, riflette lo stato di regressione culturale e perciò politica in cui è precipitato buona parte di noi, i fatti non contano, il rapporto tra causa ed effetto scompare e la cultura del risentimento prevale sull’idea cardine della democrazia che la responsabilità sia essa politica, morale o penale, è individuale. Verità e realtà passano in secondo piano rispetto all’insofferenza nei confronti dell’uomo politico che va per la maggiore e gira con un bersaglio sulla schiena. Non è una novità nella nostra storia.

 

 

SE QUESTA E’ CAMPAGNA

Meno male che domenica prossima si vota per le amministrative e ci saranno risultati, conteggi e riporti da commentare, poi ci sarà il ballottaggio. Il tempo di vedere vincitori e vinti e arriveranno la Spagna e la Brexit. Poi luglio con il bene che ti voglio. E agosto, solo tre parole, sole cuore e amore. In senso stretto lo scontro referendario tra il Sì e il No è rimandato a settembre e trenta giorni parola mia sembrano già un incubo. Si apra un tavolo (va da sé al ministero dello sviluppo economico dove Calenda per ora merita 10 e lode) per concordare una riduzione di pena.

 


SE QUESTI SONO ARGOMENTI

 

La nostra costituzione è perfetta, la riforma è deriva autoritaria, in televisione c’è sempre il premier e quelli del Sì (si dà il caso però che anche Marco Travaglio, fiero sostenitore del No, non si faccia mancare un talk), i costituzionalisti per il no sono vecchi, hanno quasi ottanta anni in media, quelli del sì sono illustri sconosciuti, arrampicatori sociali e professionali, questuanti di consulenze. Ogni voce che dissente è messa a tacere, vedi i Belpietro i Porro, i Giannini: Renzi è peggio di Berlusconi, che almeno sugli editti bulgari ci mise pubblicamente la faccia e la firma, l’attuale premier il lavoro sporco lo fa fare agli altri. I partigiani veri sono per il si perché sono per il cambiamento, che poi la povera Boschi intendeva dire che insomma di veri partigiani da montagna non ce ne sono poi più tanti e che la stragrande maggioranza degli iscritti all’Anpi è partigiano da sfilata in cortile e allora forse non meritava la replica livida (“non ci provare”) di Bersani (voto 5). E poi ha senso arruolare nelle proprie file i padri fondatori, di cosa poi (del Pci?), i Terracini Ingrao Berlinguer e magari le Iotti e i Togliatti, che oggi non servono nemmeno più a spostare voti ma solo a fare confusione, a fare insorgere figlie e parenti stretti chi a conferma e chi a smentita.

 

La costituzione della V Repubblica francese fu voluta da un uomo solo al comando, scritta da pochissime persone , votata da una maggioranza parlamentare e approvata con referendum popolare, in quattro mesi fu cotta e mangiata, gli elettori votarono non in base alla conoscenza del testo ma alla fiducia che avevano nei confronti del leader e fu un plebiscito per de Gaulle: ha subito in sessanta anni qualche ritocco ma tiene ancora molto bene. Coloro che l’avevano aspramente combattuta, colpo di stato permanente aveva detto Mitterrand, altro che la deriva antidemocratica denunciata da Berlusconi, una volta che ci si calarono dentro la trovarono straordinariamente elegante e tagliata su misura. Perciò invece di risvegliare nel popolo un improbabile interessamento al merito della riforma, e di continuare un penoso dibattito (io taglio la casta, no non è vero) , è meglio buttarla fin da ora sul personale: Renzi sì Renzi no, tanto a questo si riduce che lo si voglia o no. Con il vantaggio di una campagna concisa ed essenziale che non ha bisogno di molte spiegazioni. Se ne facciano una ragione Bersani e Letta che ogni volta sembra che abbiano paura della loro ombra (e per questo voto 4).

 


DURA LEX

 

Non paghi le migliaia di leggi e norme e regolamenti che sforniamo ogni anno, i M5S hanno avuto l’idea di far proporre leggi direttamente dai cittadini, tramite l’ pplicazione “lex iscritti” della piattaforma Rousseau. Meno male che potranno aver solo certi requisiti e saranno controllate vagliate e messe in stand by dal gruppo parlamentare medesimo sennò uno tsunami di pensate miracolose e cacche condominiali avrebbe sommerso il paese e l’occidente. Ad ogni buon conto la piattaforma, che è l’ultimo lascito di Gian Roberto Casaleggio al movimento, promette di fare in pochi anni più danni che la filosofia del ginevrino in tre secoli.

 

 

RAGGI PERLE E STELLE

 

Ha ragione Velardi (voto 9), questi 5 Stelle sono fantastici.

 

La cittadina deputata Carla Ruocco a domanda così risponde: “rendere pubblici nostri incontri con lobbisti? No, sono riservati”. Virginia Raggi: “dona qualcosa, noi vogliamo che sia tu il nostro lobbista”.

 

Sempre la candidata sindaco (ha detto che vuole essere chiamata così) dopo la funicolare per la Balduina,vorrebbe applicare a Roma il baratto parziale, si paga una merce o un servizio in parte in euro e in parte in moneta fittizia, come i buoni che decenni fa ci davano tabaccai e giornalai in sostituzione delle monete di resto. Prima il sesterzio poi il reddito di cittadinanza.

 

Sempre la Raggi ha fatto chiarezza sullo staff che in caso di vittoria sovraintenderà alla sua opera e le starà accanto come una bolla d’accompagnamento: sono quattro portavoce del movimento. A Strasburgo. Alla regione Lazio. Alla Camera, Roberta Lombardi (voto 6). E al Senato, Paola Taverna: che però piace molto ad alcune mie care amiche, dicono che è vera, ruspante, (sondaggio: più o meno della Meloni?) infatti quando un senatore di Ala si comportò da villanzone con una sua collega, lei lo apostrofò così, “vie’ qua ‘a zozzo”. Perciò voto 10.

 

 

INTANTO GIACHETTI

 

Il candidato democratico a sindaco di Roma ha presentato parte della sua squadra, alcuni posti sono rimasti vacanti nel caso si arrivi al ballottaggio e ci si debba apparentare con la sinistra di Fassina o di Sel. Molti nomi sono ripescaggi della giunta Marino, ci sono un paio di buone new entry, Livia Turco alle politiche sociali e Marino Sinibaldi alla cultura. Resta però l’impressione che il grande Bobo Giac, si sia un po’ allocchito se per dirla con l’amico Maurizio Crippa non cambia squadra che ha perso.

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