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E' morto Marco Pannella, lo "scandalo inintegrabile" della politica italiana

Dalla politica universitaria alle iniziative internazionali, dai banchetti referendari all'interlocuzione con le massime autorità italiane. Curriculum breve ed essenziale del leader radicale morto oggi a Roma. Aveva 86 anni.

19 Maggio 2016 alle 14:23

E' morto Marco Pannella, lo "scandalo inintegrabile" della politica italiana

Marco Pannella era nato a Teramo nel 1930 (foto LaPresse)

E' morto questa mattina a Roma Marco Pannella, storico leader del Partito radicale italiano. Malato da tempo, aveva 86 anni.

 

Nato nel 1930 a Teramo, Marco Pannella a 15 anni era iscritto al Pli; a 20 responsabile universitario; a 22 presidente dell’Unione nazionale studenti universitari; a 25 tra i fondatori del Partito Radicale. Con tutto quel tempo dedicato alla politica, non c’è da stupirsi se la laurea in Giurisprudenza, pure a 25 anni, la prese con il minimo di 66/110. In seguito avrebbe confessato che gliela aveva fatta Paolo Ungari, allora compagno di militanza. A 29 anni, mentre esautorava Craxi dalla guida degli Universitari Italiani, iniziò un dialogo col Pci di Togliatti, nel mentre per sbarcare il lunario provava a lavorare in una fabbrica di scarpe in Belgio e a fare il corrispondente dalla Francia. A 32 rilevò quel che restava del Partito Radicale, conducendolo nella traversata del deserto che l’avrebbe portato a diventare a 46 anni deputato. Per poi non lasciare più la scena della politica italiana.

 

Nel 1976 corse per l’alternativa di sinistra, proclamandosi socialista e venendo associato alla nuova sinistra. Nel 1979 ottenne un primo successo proprio aggregando la protesta da sinistra al compromesso storico su posizioni che potrebbero definirsi grilline ante-litteram. Nel 1982 la protesta arrivò al punto di chiedere il voto nullo e di non partecipare ai voti parlamentari, e nel 1985 i radicali contribuirono alla nascita delle prime liste verdi, ma nel 1986-87 i referendum sulla giustizia portano a un dialogo con l’area laica e socialista, senza però rinunciare allo sberleffo della candidatura di Ilona Staller. Nel 1989 Pannella prova addirittura la costruzione di un polo laico con Pli e Pri dai sottofondi anti-Craxi, per concludere infine la Prima Repubblica con la battaglia antiproibizionista e iniziare la Seconda come alfiere di un uninominale all’inglese integrale che nessuno ebbe il coraggio di applicare. Negli anni Settanta e Ottanta manifestava contro la Nato e contro tutti gli eserciti, ma negli anni Novanta e 2000 appoggiò gli interventi militari in Kuwait, ex-Jugoslavia, Iraq, Afghanistan.

 

Negli anni Settanta una delle strategie con cui riportò all’attenzione nazionale il Partito Radicale fu la battaglia su divorzio e aborto dal forte sapore anticlericale. Ma con i cattolici tentò poi un dialogo sulla battaglia per la pace nel mondo, cercò di proporsi come alleato di Berlusconi in nome di un ritorno all’asse cattolici-laici che aveva governato la Prima Repubblica, e infine è stato coccolato da Papa Francesco, che gli telefonò per sincerarsi sulle sue condizioni di salute qualche tempo fa.

 

Nemico della partitocrazia e poi del giustizialismo; via via avversario, alleato, ancora avversario e infine autoproclamato erede di Craxi; nel 1994 presentò candidati con Berlusconi, che nominò Emma Bonino Commissario europeo. Nel 2006 presentò una lista con Prodi, che nominò Emma Bonino ministro. Nel frattempo, alle europee del 1999 aveva presentato una lista di terza forza che aveva ottenuto uno storico 8,5 per cento dei voti. In capo a due anni era già riuscito a riportare il partito all’inconsistenza elettorale. Eppure questo partito inconsistente è riuscito a portare Emma Bonino alla Farnesina, anche se nel frattempo i loro rapporti si erano ridotti al minimo. Nelle sue ultime settimane di vita tutta la politica italiana si è messa a ricordare le innumerevoli cose che il leader radicale era riuscito a fare su carceri, giustizia o diritti umani, temi su cui spesso l’attenzione degli altri partiti era molto deficitaria.

 

Dialogante con Togliatti e Occhetto e anticomunista. Alleato di Lotta Continua, e poi negli anni Novanta ultraliberista. Quel continuo cambiare bandiera che in altri leader avrebbe avuto sapore di trasformismo, in lui diventava invece segno di pluralismo e pragmatismo, proprio perché ogni volta che il potere si avvicinava scappava via. In compenso, però, anche ogni volta che il Partito radicale sembrava destinato alla scomparsa lui inventava la mossa per riportarlo al centro. Grande importatore in Italia delle raccolte di firme e degli scioperi della fame alla Gandhi, l’insistenza per l’uninominale secco secondo gli estimatori era garanzia di una passione per il sistema anglo-sassone che lui diceva di voler di inculturare nella grande tradizione della democrazia laica italiana. Gli antipatizzanti ribattevano che questa inculturazione avveniva all’amatriciana: con una gestione personalista del partito che aveva comunque anticipato le derive carismatiche della Seconda Repubblica, e con gli eterni sfottò sui digiuni inframmezzati da cornetti, mandarini o caramelle. Ma è difficile contestare che pochi altri leader italiani siano riusciti a influenzare tanto la politica nazionale, esercitando così poco potere ed avendo a disposizione uno strumento politico così limitato. 

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