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Pannella comincia a morire, lo spiega a Ciampi e si scusa con Sofri

La lettera aperta del leader radicale al presidente della Repubblica sull’esercizio del potere di grazia.

1 Aprile 2004 alle 12:56

Signor Presidente della Repubblica, durante lo scorso anno, a due riprese, Lei aveva voluto ammonirci e chiedere aiuto, a tutte e a tutti noi cittadini amanti della Legge e della legalità repubblicana. Ma a lungo, nessuno aveva voluto ascoltarLa, comprenderLa. A due riprese Lei aveva voluto che fosse dichiarato: “Sin dal Gennaio 2002 il Presidente è in attesa di poter compiere gli atti conclusivi” per l’esercizio del suo potere di grazia, non importa qui nei confronti di quale condannato. Sono trascorsi, da quel gennaio, 800 giorni almeno, 800, ripeto, di “attesa”. Dobbiamo tutti chiederci e mi sono chiesto, quanto può durare un’“attesa” prima che questa diventi ossificata fine, sepoltura del suo oggetto? Per dar seguito al principio di legalità impantanato nelle sabbie mobili d’un ostruzione tenace contro il suo cammino, quanto è possibile continuare ad attendere, ancora e ancora e ancora, dopo oltre 800 giorni? “Il fatto compiuto” diventa misfatto e regola, prassi del misfatto.

 

Già due anni or sono – ricorda, Presidente? – dopo che tutti avevamo “atteso” che il Parlamento obbedisse all’obbligo costituzionale di assicurare il plenum della Consulta, che la Camera compisse l’atto finale necessario per la sua costituzione, che si giungesse finalmente alla moralità del voto su un atto di clemenza, dopo anni di lavori parlamentari, di impegni, di attese, ci convincemmo della necessità di dar corpo alla sete ed all’imperativo di legalità, perché tornasse a vivere almeno nelle massime istanze della Repubblica. Certo, la decisione e la lotta furono drammatiche e dolorose, anche. Ma, grazie anche alla Sua attenzione, ce la si fece; il Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, nei giorni scorsi, ha voluto pubblicamente ricordarlo come un momento vincente, di com-passione per la Repubblica, il Libro, la Legge.

 

Oggi, Signor Presidente, abbiamo sollecitato ed ottenuto una mobilitazione senza precedenti della coscienza e della scienza civile, costituzionale, giuridica del nostro Paese, per affermare non solamente la necessità ma anche l’urgenza di liberare Lei e il Suo potere costituzionale da quanto sembrerebbe capace di imporre il contrario di un principio di legalità, che non principia mai, a favore del dominio di violenze istituzionali, della violenza contro la lettera e lo spirito della e delle Leggi. Sono state spazzate via le fole che eran circolate come indiscutibile senso comune delle cose: la richiesta di Grazia necessaria? Balla. La proposta di Grazia necessaria? Balla. Facoltativa la controfirma del Ministro competente (e non proponente)? Altra balla! E’ ritenuto invece dai più, e dai più autorevoli, atto-dovuto ob-bli-ga-to-rio.

 

Certo, vi sono anche altre “interpretazioni”, ed è naturale in sede di dottrina e di analisi giuridica. Ma, forse per la prima volta, sentiamo Maestri indiscussi del diritto letteralmente tentare di gridare, per essere intesi, per dare dignità di comunicazione al loro sapere, alla loro scienza e coscienza. Eppure, nulla sembra muoversi. Alla fine del 2003 è stato reso omaggio ad una autoproclamazione solenne e jattante di titolarità e di esercizio di un Potere di Interdizione nei confronti del potere presidenziale, dileggiando “giuristi da strapazzo” in questo non d’accordo.

 

La si indusse, Signor Presidente, Lei forse stremato dall’“attesa”, ad accettare una sorta di conferma del Suo buon diritto (diritto-potere-dovere) come cammino necessario per giungere alla possibilità di esercitare quanto la Costituzione Le conferisce, Le impone. Motivo anche ufficialmente addotto: il preteso titolare del Potere di Interdizione sarebbe stato d’accordo con questa procedura. E’ accaduto quel che non poteva non accadere: trasferire la perla, il gioiello antico del Potere di Grazia, dalla libertà e responsabilità di chi è il massimo Magistrato e il supremo Garante della nazione, del popolo sovrano, alla sede politica, al confronto quotidiano delle fazioni e dei loro interessi, sentimenti e risentimenti, si è rivelato impossibile, costoso, dannoso. Un Suo predecessore, giurista e persona buona ed onesta, il Presidente Antonio Segni, esclamò ai suoi Consiglieri troppo “comprensivi” verso una prassi che l’ex Presidente della Costituente Umberto Terracini già nel 1972, denunciava come contraria alla Costituzione: “Ma allora sono il Presidente solo delle non-Grazie!”.

 

Signor Presidente, Lei, innanzitutto, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Commissione Europea, Parlamenti (domattina il Parlamento Europeo tornerà di certo a farlo), Presidenti emeriti della Corte Costituzionale, tutti, ma proprio tutti, i grandi giuristi e le grandi personalità che notoriamente hanno fiducia, rispetto e amicizia, condivise, nei Suoi confronti, personalità di quella Europa che Lei ama a volte manifestando perfino trasporto di passione piuttosto che cura d’amore, vivono il proseguimento della detenzione di un cittadino italiano come per molti versi letteralmente insopportabile per l’immagine e l’identità del nostro Paese.

Mi consenta di dirLe, per finire, che ormai diamo, creiamo, immettiamo, scandalo, scandalo, Signor Presidente. In primo luogo urge e mi importa aiutare la Legge e Lei e i suoi successori per l’Ufficio che è, o sarà, il Vostro. Non trovo altra moralità per me possibile che quella di dar corpo alla sete, non solo mia ma certamente anche Sua, di rispetto e di affermazione della Legge e della legalità. Resterò in queste ore, in questi giorni, se e quanti mi saranno dati, spiando ogni segno che possa essere onestamente ritenuto come garanzia di vita del diritto e del diritto alla vita di ciascuno e di tutti. La saluto e Le formulo i miei migliori auguri, Signor Presidente. Aggiungo solamente un pensiero che Le devo di esprimerLe: chiedo ad Adriano Sofri di volere e sapere perdonarmi se uso il Maestro di vita e di pensiero che è divenuto, piuttosto che tentare di alleviarne il fardello che l’opprime e ci desola.

 

di Marco Pannella

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