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Milano e la guerra per procura

La nomina del capo della procura più importante svela una partita cruciale. Renzi, Napolitano, il Csm, la borghesia, il circo mediatico giudiziario e una domanda chiave: sarà Milano la capitale del compromesso con i giudici?

17 Maggio 2016 alle 06:18

Milano e la guerra per procura

Il palazzo di Giustizia di Milano

Il punto è semplice ed è inutile girarci attorno: ci sarà o non ci sarà un patto con gli ayatollah delle procure? C’è una nomina importante che vale forse quanto un’elezione di un sindaco o quanto un voto a un referendum costituzionale e che dopo cento ottantadue giorni di attesa è lì pronta a essere presentata dall’organo di auto governo dei magistrati: il Csm. La nomina, lo sappiamo, riguarda la guida strategica della procura di Milano e intorno alla scelta del successore di Bruti Liberati si sta giocando una partita importante e molto delicata che sta avendo riflessi anche lontani dalla procura di Milano e nei quali sono coinvolte non solo varie correnti della magistratura ma anche diverse anime del mondo della politica.

 

Milano, come si sa, non è una procura come tutte le altre e in una fase in cui, per usare un eufemismo, esiste una frattura profonda tra un pezzo di classe politica e un pezzo di magistratura politicizzata è evidente che intorno alla nomina del procuratore capo si intersecano umori ed equilibri trasversali che si sintetizzano all’interno di due grandi blocchi contrapposti che da mesi si stanno sfidando per decidere il destino della procura più importante d’Italia. La partita si gioca tra un blocco consolidato che chiede una sostanziale continuità rispetto al passato e che individua nel volto di Francesco Greco, attuale procuratore aggiunto di Milano, o in subordine di Alberto Nobili, bracco destro di Bruti Liberati, un buon punto di mediazione tra la borghesia finanziaria e l’establishment giudiziario; e un altro blocco meno strutturato che chiede una sostanziale discontinuità rispetto al passato e che individua nel volto di Giovanni Melillo, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia ed ex procuratore aggiunto della procura di Napoli, un buon punto di mediazione per determinare un nuovo equilibrio nella procura milanese e per far segnare una rottura rispetto alla gestione di Bruti Liberati.

 

Le dinamiche interne alle correnti del Csm non sono però sufficienti a fotografare le ragioni che hanno portato il Consiglio superiore della magistratura a rimandare nel tempo la nomina del successore di Bruti Liberati e per capire cosa sta succedendo nella sfida tra Greco e Melillo bisogna guardare in controluce e mettere a fuoco quello che è il grande non detto della partita milanese: sarà possibile costruire una pace quantomeno temporanea tra le forze di governo e la magistratura più ideologizzata attraverso la nomina di Francesco Greco (o Alberto Nobili) a procuratore capo di Milano? Dire che Greco sia un magistrato segnato da un pregiudizio ideologico sarebbe un errore. Greco, pur provenendo da un percorso di sinistra, è un magistrato con consensi trasversali. E’ apprezzato dal campione della destra giudiziaria, Piercamillo Davigo. Ha il sostegno dei grillini al Csm nella persona di Alessio Zaccaria. Ha l’appoggio della vecchia borghesia milanese che si riconosce nel Corriere (e che in alcuni casi lo edita). Ha come supporter Marco Travaglio e altri campioni del circo mediatico giudiziario. E tra tutti gli ex del pool di Mani Pulite (c’era anche lui nel 1993 con Di Pietro, Davigo, Borrelli e Colombo) è l’unico che è riuscito a costruire intorno a sé l’immagine di uomo di mondo e persino di governo al punto da essere stato chiamato dallo stesso Renzi a collaborare alla stesura del decreto sull’Ilva.

 

La nomina di Greco, benvista anche da Giovanni Legnini e dall’ex capo dell’Anm Luca Palamara, oggi membro togato del Csm, in buona sintonia con Palazzo Chigi, accontenterebbe tutti, e forse persino Renzi, ma rappresenterebbe un unicum rispetto a una strategia portata avanti finora dal Csm sulle nomine di alcune importanti procure italiane. Un metodo – condiviso in pieno dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e da alcuni pezzi da novanta come il presidente della Cassazione Giovanni Canzio che non a caso, come il ministro Orlando, vedono bene la carta Melillo per Milano – che non prevede la successione in procura per via ereditaria e che considera prioritario per portare avanti una rupture rispetto al passato che i nuovi procuratori capo arrivino da procure diverse rispetto a quella in cui verranno nominati. E’ andata così per esempio a Palermo con la scelta di Francesco Lo Voi (arrivato da Eurojust). E’ andata così a Catanzaro con la scelta di Nicola Gratteri (ex procuratore aggiunto a Reggio Calabria). E’ andata così, prima che arrivasse Legnini, a Roma con Giuseppe Pignatone (arrivato da Reggio Calabria), a Reggio Calabria con Federico Cafiero de Raho (arrivato da Napoli) e a Napoli con Giovanni Colangelo (arrivato da Potenza). E’ un metodo che in linea di massima potrebbe essere applicato anche a Milano e se non dovesse essere seguito la domanda sarebbe naturalmente lecita anche per Renzi: a che prezzo la politica ha scelto di trasformare Milano nella capitale del grande compromesso con la magistratura?

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