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Perché la storia dell’incandidabilità di Sala a Milano è una boiata pazzesca. Le tesi della difesa

La tesi sollevata da "Panorama", e ripresa da M5s e radicali nei loro esposti, è che Sala non si sarebbe mai dimesso da commissario Expo e quindi non potrebbe candidarsi alle comunali. Ma lo staff del candidato Pd e Palazzo Chigi smentiscono.

13 Maggio 2016 alle 14:28

Perché la storia dell’incandidabilità di Sala a Milano è una boiata pazzesca. Le tesi della difesa

Giuseppe Sala (foto LaPresse)

La storia dell’incandidabilità di Giuseppe Sala alle elezioni comunali di Milano è una boiata pazzesca, e appare opportuno spiegarne le ragioni. E’ stato il settimanale Panorama a lanciare il “caso”, sostenendo che Sala – oggi candidato del Pd – non si sarebbe mai dimesso dalla carica di commissario di Expo 2015, e che quindi, in base alle norme che prevedono l’incompatibilità tra alcuni incarichi amministrativi ed elettivi, non sarebbe né candidabile né eleggibile come sindaco di Milano.

 

La tesi sollevata da Panorama, e poi abbracciata dall’insolito fronte composto dal Movimento 5 stelle milanese e dal candidato radicale Marco Cappato (che sul tema hanno annunciato una pioggia di ricorsi), si fonda in sintesi su due argomentazioni: primo, Sala non si sarebbe mai dimesso dalla carica di commissario dell’esposizione universale perché le sue dimissioni – presentate il 15 gennaio 2016 –, pur essendo state protocollate tre giorni dopo dalla presidenza del Consiglio, non sarebbero mai state ratificate da un decreto, e dunque sarebbero inefficaci; secondo, egli avrebbe continuato a firmare atti relativi alla gestione di Expo anche dopo la data delle dimissioni, cosa che dimostrerebbe l’inesistenza delle sue dimissioni.

 

Ci sono però valide controargomentazioni. Come sottolineato, infatti, da una nota diffusa dallo staff difensivo di Sala (redatta dall’avvocato Carlo Cerami), l’articolo 60 del Testo unico sugli enti locali stabilisce che per far valere le dimissioni – e dunque eliminare la causa di incompatibilità – non è necessaria una formale accettazione da parte della pubblica amministrazione interessata, ma che invece “ove l’amministrazione non provveda, la domanda di dimissioni ha effetto dal quinto giorno successivo alla presentazione”. Un fatto confermato anche da fonti di Palazzo Chigi: “In questi casi un atto formale di dimissioni è già pienamente efficace e non occorre alcun altro adempimento”.

 

Non solo. A ben vedere, tutta la questione della presunta incompatibilità neanche si pone: quello di commissario unico per Expo 2015 rappresenta infatti un incarico non riconducibile a quello di “commissario straordinario di governo” per il quale la legge prevede l’incompatibilità. Lo dimostra il fatto che la legge istitutiva della carica di commissario Expo prevedeva che a ricoprire la carica fosse il sindaco di Milano (Letizia Moratti): ma se il Testo unico stabilisce l’incompatibilità tra sindaco e commissario di governo, perché il governo ha nominato Moratti commissario dell’esposizione universale? Semplice: perché, secondo il legislatore, alla carica di commissario Expo non si applicano le cause di incompatibilità.

 

Anche la seconda argomentazione appare piuttosto ardita. Che Sala abbia firmato il rendiconto dell’esercizio Expo 2015 il 3 febbraio, cioè tre settimane dopo le sue dimissioni, non sorprende nessuno che abbia un minimo di conoscenze in fatti amministrativi. Si tratta infatti di “atti dovuti”, cioè di semplici attestazioni formali relative ad attività svolte in precedenza, per le quali appare ovvia la necessità di una firma del diretto responsabile.

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