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Elogio dei due alieni di Milano

Perché il pianeta Grillo-free è il test più importante del renzismo – di Claudio Cerasa

19 Marzo 2016 alle 06:18

Elogio dei due alieni di Milano

Giuseppe Sala e Stefano Parisi

In una storica puntata dei Simpson andata in onda qualche tempo fa, il 27 ottobre del 1996, Homer Simpson si ritrova a Washington, sotto la Casa Bianca, di fronte a un dibattito in cui, in vista delle presidenziali, si confrontano due candidati di nome Bill Clinton e Bob Dole. Clinton e Dole si affrontano con fair play, mostrano complicità, ostentano affinità, dicono le stesse cose, usano lo stesso lessico, non riescono a costruire un clima di rivalità e a un certo punto del dibattito Homer si avvicina ai due candidati, si avventa sui loro volti e mostra agli elettori increduli la nuda verità: i due candidati non sono due veri rivali ma sono due alieni (Kang e Kodos) venuti dal Pianeta Rigel VII per conquistare la terra.

 



 

Seppur immaginiamo con un finale diverso (il vincitore di quelle elezioni schiavizzò l’intera umanità per costruire un gigantesco cannone a raggi laser da puntare verso altri pianeti), quella storica puntata dei Simpson si adatta bene alla campagna elettorale della città più invidiata d’Italia, Milano, dove effettivamente gli elettori, oltre a godere della particolare condizione di essere a pieno titolo una città de-grillizzata, si ritrovano oggi a fare i conti con due candidati in un certo senso alieni. Due candidati che dietro la maschera di un Giuseppe Sala e di uno Stefano Parisi nascondono il volto di una precisa e omologa figura politica che proviene direttamente dal pianeta CUN, quello dei Candidati Unici della Nazione. Al di là delle singole personalità e delle singole sovrapposizioni (Alfio Marchini, qualche giorno fa a Porta a Porta, ha parlato a lungo, seriamente, di Sala come candidato del centrodestra e di Parisi come candidato del centrosinistra), tra i due ex city manager non esiste una differenza concreta in termini di programmi (dicono entrambi le stesse cose molto sensate) e se Homer Simpson dovesse capitare a Milano non escludiamo che potrebbe trovare sotto il volto di Sala e di Parisi il volto di Kang e Kodos. Nonostante questo la campagna elettorale di Milano è l’unica che vale la pena di osservare e di seguire con attenzione perché Milano sarà l’unica città in cui sarà possibile misurare un coefficiente importante presente qua e là alle prossime amministrative: la replicabilità del renzismo. La sostanziale assenza di differenze tra un Sala e un Parisi porta la sfida tra centrodestra e centrosinistra su un piano molto diverso che tocca direttamente il cuore del progetto renziano. Sala, tra i molti candidati del Pd presenti in giro per l’Italia, è l’unico che ha il timbro ufficiale del club del renzismo (è esterno ai partiti, è il simbolo di un evento di successo del renzismo, l’Expo, è di sinistra ma è anti comunista ed è più che predisposto a conquistare voti di destra essendo stato in passato vicino alla destra) e la sua partita con Parisi non potendosi giocare sui contenuti (tutti dicono le stesse cose) verterà tutta sulla capacità del modello Renzi di compensare la non appetibilità del modello Sala per la sinistra del Pd conquistando voti di centro-destra in presenza però non di un grillino ma di un candidato credibile, come Parisi, per l’elettorato di centrodestra. Il manuale del perfetto politologo dice da sempre che in una situazione bipolare, come è di fatto Milano (quanta invidia), le elezioni si vincono al centro.

 

Con i due candidati unici della nazione, la partita si sposta però necessariamente su un altro pianeta: quello dei modelli che trainano i due candidati. Le amministrative non contano molto, lo sappiamo, riguardano sempre e comunque dinamiche locali e non nazionali ma con un però. Una sconfitta a Roma e a Napoli per Renzi sarebbe spiegabile: contesti locali, faide cittadine, nessun messaggio nazionale. Una sconfitta a Milano sarebbe meno facile da giustificare. Qui c’è il brand Renzi in campo. E qui, da un certo punto di vista, passa il futuro del modello Renzi (e forse chissà anche il futuro della legge elettorale). Ci vediamo su CUN.

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