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Fine delle guerre culturali

In attesa di cattive nuove su tutti i fronti delle battaglie sulla famiglia, le unioni civili sono una cosa da educande. Il punto è: come siamo arrivati qui? Almodóvar nasce prima. Consigli di lettura alla chiesa non giudicante.

11 Maggio 2016 alle 19:57

Fine delle guerre culturali

Monica Cirinnà e Maria Elena Boschi in Aula durante la discussione sulle unioni civili (foto LaPresse)

Le unioni civili approvate in Italia, con il voto finale della Camera, sono una cosa da educande. Pessima l’idea di normare una specie di matrimonio da fiori d’arancio finti con figli a carico del magistrato di turno, che sistematicamente ne autorizzerà la “detenzione” amorevole in famiglia, e nauseante la retorica sulla corrispondente vittoria dell’amore in versione arcobaleno. Ma quando nel mondo occidentale moderno trionfa il matrimonio omosessuale senza nemmeno le cautele ipocrite della giurisdizione speciale, che ora si può ben definire alla tedesca o all’italiana; quando una questione definita di diritti civili, nella quale mostrano di rispecchiarsi classi dirigenti popolo e chiesa non giudicante, a parte i pasticci incomprensibili del vescovo Galantino preposto alla sorveglianza dei confratelli italiani da Papa Francesco, si prolunga nella noia della chiacchiera da circa ventotto anni; quando la fine delle guerre culturali, sconfitte dall’incalzante correttismo Lgbt e sommerse da un’alta marea che solo due grandi papi e pensatori cristiani come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI potevano contenere, è segnata dalla scomparsa dell’identità di genere e perfino dalla censura della toilette per signori e signore come agente della discriminazione e del linciaggio morale delle minoranze; quando le cose stanno così, e anche molto peggio riguardo allo stato della famiglia, alla dinamica demografica, all’aborto divenuto diritto civile e all’ingegneria genetica ed eugenetica dilagante, la stravotata legge Cirinnà-Alfano si presenta come fosse l’abolizione delle regie sezioni femminili delle scuole elementari, appunto una cosa da educande, una pezza generica messa in ritardo dal sarto legislatore su un vestito out of fashion.

 

Come uno dei modi più obliqui di negare la realtà attribuendo diritti pseudomatrimoniali all’amore che oggi insegue il brusio del proprio nome, diritti ovvii che il codice civile avrebbe potuto tranquillamente riconoscere per via transitiva e privata a tutti i cittadini conviventi indipendentemente dal loro sesso, ma senza la fictio iuris familistica che si sovrappone malamente e furbamente al codice matrimoniale (ormai quasi in disuso).

 

Suggeriremmo prudenza al caro Giovanardi e ad altri giapponesi combattenti che meritano composta ammirazione invece che dispetto e disprezzo irridente: un referendum abrogativo è esposto a sorprese, non si sa se ci sia partita nella battaglia tra l’amore e la morale, una volta incorporata dalle masse l’ipotesi che la legge morale sia in me, in senso più relativista che kantiano, e la legge dell’amore si sparga sentimentalisticamente su tutti, a cominciare dai consumatori. Un referendum abrogativo potrebbe spianare la strada, modello irlandese, al passaggio successivo della boda gay, modello spagnolo, che sarebbe un modo brusco di farci ritrovare tutti in uno script di Pedro Almodóvar o in una sentenza coatta della Suprema corte (modello americano).  Mi accontenterei di questa furbata che chiude con cinismo e reciproca insoddisfazione una questione di diritti campata per aria. In attesa di cattive nuove su tutti i fronti.

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