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Il Morosini disgiunto, ottimo giudice imparziale e pessimo magistrato militante

Bocciati i magistrati che dimenticano di essere pubblici dipendenti; promosso Pier Luigi Bersani che sa come introdurre in un dibattito irritante e noioso una nota genialmente surreale; bocciata la "reunion vintage" leghista. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

7 Maggio 2016 alle 06:10

Il Morosini disgiunto, ottimo giudice imparziale e pessimo magistrato militante

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

MOROSINI

Strano questo Pier Giorgio Morosini, richiede il voto disgiunto. E’ radicalmente di sinistra: voto 4, nell’anno di grazia 2016 nessuno può più considerarsi libero di essere trinariciuto, più o meno fatto allo stesso stampo di coloro che strappano le pagine dei libri di Salvini, obbligando me a comprarlo e a leggerlo e per questo doppio supplizio inflittomi meritano 0 spaccato. Ma a detta di molti Morosini è anche ottimo giudice terzo, (voto 8) imparziale, in carriera assolse imputati anche eccellenti prescindendo dalle sue simpatie e antipatie ideologiche.

 

Forse è per vanità che si è fatto prendere al laccio dallo charme luciferino della nostra brava Annalisa Chirico, (garantista doc da tempi non sospetti, voto 9) ma se l’ha fatta fuori dal vaso è per il sentimento di onnipotenza assai diffuso nel settore. 

 

Ha detto che Renzi ha una concezione autoritaria della democrazia, se dovesse vincere occuperebbe tutto il potere, alla Corte costituzionale piazzerebbe solo uomini fidati e allora addio contro-poteri, addio organi di garanzia, finiremmo come gli Stati Uniti ai tempi di Reagan: per questo è doveroso fare campagna attiva per il no al referendum d’autunno. Stati Uniti, Reagan, regime? Morosini, ma cosa dice!

 

In democrazie più rodate, l’attacco di un magistrato a una figura istituzionale come il capo del governo in carica sarebbe semplicemente inimmaginabile. In Francia, paese pure assai simile al nostro per struttura e funzionamento delle istituzioni, i pubblici funzionari sono tenuti  al “devoir de reserve”. In Italia l’obbligo di riservatezza che vale per i dipendenti di aziende private vale meno, ma molto meno, per il pubblico dipendente. Secondo il codice etico del 2013 è tenuto a rispettare i principi di integrità, correttezza, buona fede, proporzionalità, obiettività, trasparenza, equità, ragionevolezza e ad agire in posizione di indipendenza e imparzialità astenendosi in caso di conflitto di interessi. Ma la bocca chiusa no, non è prevista.

 

I magistrati sarebbero pubblici dipendenti: sono pagati dallo stato, per dirla in lingua a cinque stelle da noi cittadini. Solo che sono di  tipo diverso. In virtù di due parole magiche, autonomia e indipendenza, possono cantarsela e suonarsela da soli. Nel preambolo al codice etico adottato dall’Associazione nazionale magistrati nel 1994 si afferma che “le regole etiche a cui deve ispirarsi il comportamento dei magistrati, secondo il loro comune sentire, sono indicazioni di principio prive di efficacia giuridica che si collocano su un piano diverso rispetto alla regolamentazione giuridica degli illeciti disciplinari”. In soldoni, faccio quello che voglio, mi giudicano i miei pari e venite a prendermi se ci riuscite. Morosini, scusi, ha detto regime prossimo venturo di Renzi?

 

PRESUNTO ABIETTO

Per restare fra i magistrati, non si era mai visto  un caso come quello del sindaco di Lodi. Accusato di turbativa d’asta nella gara per la gestione di due piscine pubbliche è stato arrestato per impedirgli di inquinare le prove. Il procuratore in sede di conferenza stampa l’ha definito abietto. Qui non solo si viola l’obbligo di riservatezza, si smarrisce il senso della misura e delle parole, si insulta e si ferisce senza ragione una persona privata della libertà. Comportamento questo sì vile e abietto. Il turpiloquio istituzionale è stato analizzato magistralmente da Francesco Merlo su Repubblica (voto 10).

 

MATTEO SECONDO

E’ partita la brocca a Salvini e per empatia anche alla Meloni. Presentando il suo ultimo libro, “Secondo Matteo”, ha detto più o meno che Berlusconi è un rudere che dovrebbe stare a Palmyra e fin qui lo si può anche  capire. Ma poi, novello Erasmo da Rotterdam, ha aggiunto che senza follia non si fa la rivoluzione, che il leader del maggior partito del centro destra e leader in pectore della coalizione è lui, Matteo secondo. Che vincerà perché in politica bisogna vincere, che sconfiggerà Matteo primo e una volta al governo sopprimerà tutte le tasse e introdurrà la flat tax uguale per tutti, possibilmente al 15%. E per meglio sottolineare il nuovo che avanza si porta dietro Irene Pivetti, che ha dismesso il cuoio e lo segue sorridente dicendo che lui è un grande e che non sente Bossi da venti anni. Scene vintage, da groupie anni ‘70 dei Rolling Stones, (10 e lode a prescindere).

 

GIORGIA PRIMA

La Meloni non è stata da meno. Ha detto che Fini, Alemanno e Storace, che appoggiano Marchini, sono il passato, gli sconfitti dalla storia. Lei sarebbe il nuovo che avanza (per lo più con il capo gruppo Fabio Rampelli, voto 4), non crede alla politica dall’alto, ma ai movimenti dal basso. Direbbe Sabina Guzzanti (voto 9) nell’immortale imitazione di lei come primo sindaco "de Roma, donna, coatta e in cinta": a Giò, ma che ce stai a cojonà.

 

Dal basso, dall’alto? In effetti l’hanno presa per mano,  issata a braccia, prima Fini poi Berlusconi, l’hanno fatta ministro dal nulla, ha lasciato il Pdl senza nemmeno dare vera battaglia. Poi ha virato a lepenista di complemento con un partito suo che i sondaggi danno al 5%.

 

COSMICAMENTE, BERSANI

Il grande Pier Luigi (voto 9) lui sì che sa come introdurre in un dibattito irritante e noioso una nota genialmente surreale. Alle elezioni del 2013 con “non siamo qui a pettinare le bambole” lanciò un tormentone entrato anche nella lingua corrente. Ora per il referendum se n’è inventata un’altra: ha detto che voterà sì purché non si arrivi a "un no cosmico contro un sì cosmico", nel qual caso lui si tirerebbe indietro, non ci starebbe, si sottrarrebbe a uno scontro che è fuorviante e inquinante. In altri termini vuole una campagna pacata, spoliticizzata magari, dove non si urla, non si fanno proclami, si ragiona sui contenuti, civilmente. Che poi sarebbe un modo più sofisticato e furbesco per dire che considera il plebiscito sul nome del premier un male. Magari sarà anche vero. Ma si dà il caso che il plebiscito sia come il dado: è tratto. E a trarlo, oltre a Renzi, ci hanno pensato anche quei pasticcioni delle opposizioni che hanno fatto una santa alleanza per circondare il forte e mandato le truppe di élite della costituzione più bella del mondo a prendersi i primi scalpi.

 

Bersani dunque non potrà andare su e giù sulla linea del fuoco per abbassare i toni, a fare come Kevin Costner in Balla coi lupi c’è rischio che ti facciano secco. La minoranza dem, dopo aver puntato tutto sul congresso, non può permettersi il lusso di frantumarsi prima. E’ costretta a stare con Renzi quando fischieranno pallottole da ogni dove. E una volta che ci sta, tanto vale starci non più solo per lealtà come ha fatto finora, ma da combattente convinto del fronte del sì, da sostenitore pugnace di un disegno di legge che in fondo lo stesso Bersani ha votato per ben due volte. 

 

D’Alema pensa che questa riforma costituzionale sia un obbrobrio e il referendum un insulto alla sua augusta persona o viceversa e vorrebbe che il premier cadesse subito: spinge dunque la minoranza a rompere gli indugi, per impedire all’inquilino di Palazzo Chigi di finire l’opera di distruzione del partito.

 

Ma riportare il Pd allo stato quo ante è impossibile come resuscitare un morto. La forma-partito con tessera riti congressuali e nomenclatura strutturato e solido ha fatto il suo tempo. Sarebbe più vuoto di un seminario. Più vivo questo di oggi, fluido, arronzato nella selezione delle candidature e ancorato alle feudalità territoriali.

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