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Il metodo di Mafia Capitale per conquistare consenso politico

Il dibattimento, gli interrogatori e la spettacolarizzazione di un processo che mette a rischio i diritti di difesa

18 Novembre 2015 alle 17:55

Il metodo di Mafia Capitale per conquistare consenso politico

Finalmente è iniziato. Finalmente le polemiche, spesso roventi, che hanno accompagnato i preludi del processo, cedono il passo alla verifica delle tesi accusatorie dei pm e soprattutto a quella che rappresenta un’inedita e dirompente caratteristica, cioè l’esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso, che avrebbe pervaso le istituzioni capitoline, da cui l’espressione a effetto “Mafia Capitale”. E che finalmente – si fa per dire, perché il dibattimento si svilupperà nell’arco di mesi, nonostante il serratissimo calendario di udienze – si giunga a un primo accertamento è un bene per tutti: per gli imputati, che hanno diritto a una pronta decisione, e per la pubblica opinione, che ha diritto a sapere, altrettanto prontamente, se davvero la Capitale d’Italia è mafiosa.

 

Non conosco con profondità i singoli atti del processo e mi è quindi difficile esprimere un’opinione definitiva sulla fondatezza delle accuse. Tuttavia, mi ha colpito il fatto che, in un processo come questo, il capo d’imputazione – e cioè l’atto che, anche per un’elementare esigenza di civiltà, deve obbligatoriamente contenere l’enunciazione in forma chiara e precisa del fatto che si addebita all’imputato – non spieghi minimamente in cosa sarebbe consistito il vincolo associativo e soprattutto la forza d’intimidazione e la condizione di assoggettamento e omertà che ne sarebbero derivate e che avrebbero consentito di commettere reati, con l’ulteriore e precisa volontà di acquisire la gestione o il controllo di attività economiche: in altre parole, intimidazione, omertà e sudditanza psicologica, ossia quello che chiunque, ponendo mente a quanto si sa accadere in talune zone del Paese, immagina rappresenti l’asse portante di un’associazione mafiosa.

 

D’altra parte, è singolare – direi addirittura sospetto – che a questa inedita e per certi versi ardita operazione di ingegneria giudica abbia fatto da contraltare un’eccezionale cassa di risonanza mediatica. Sin dall’inizio, la Camera Penale di Roma ha denunciato l’illegittima spettacolarizzazione dell’inchiesta, resa manifesta, oltre che dalle anticipazioni dei vertici della procura in occasione di un convegno del Pd, da un’altrettanto inedita ed eccezionale conferenza stampa al momento degli arresti, in cui vennero diffusi in maniera incontrollata files audio e video, a cui ha fatto seguito nei giorni successivi la pubblicazione testuale sui principali organi di stampa degli atti dell’inchiesta, con l’effetto di veicolare il messaggio di un’indagine dai risultati definitivi e inconfutabili; una vera e propria rappresentazione processuale, compiuta anticipando il processo, oltre che in smaccata violazione dell’articolo 114 c.p.p. (da cui l’esposto contro 78 giornalisti e 18 testate per violazione dello stesso art. 114 c.p.p., con la conseguente – ed esclusiva – richiesta al pm di informare il titolare del potere disciplinare, così come imposto dall’art. 115 c.p.p.). Il tutto con l’evidente finalità di guadagnare all’inchiesta stessa un consenso popolare e politico: il che è inammissibile, in quanto da un lato la creazione di consenso è una finalità sicuramente estranea all’attività processuale e dall’altro finisce ineluttabilmente per condizionare la serenità dei giudici. Altro che frigido pacatoque animo!

 

Altrettanto eccezionali sono state poi le modalità degli interrogatori di garanzia, fissati a poche ore dagli arresti per la contestazione di un’ordinanza di custodia cautelare di ben 1200 pagine, che si dipanava su 70.000 pagine di atti processuali, la contestuale applicazione agli indagati di misure di prevenzione patrimoniale con il sequestro di tutti i loro beni e il trasferimento degli stessi in carceri di tutta Italia, rendendo problematici i contatti con i loro difensori.

 

[**Video_box_2**]Ma soprattutto straordinarie sono state le modalità di organizzazione del dibattimento dettate dal Presidente della decima Sezione del Tribunale di Roma: da un lato, il frenetico calendario di quattro udienze settimanali (su cinque giorni disponibili) e, dall’altro, la presenza solo virtuale, tramite videoconferenza, di tutti gli imputati detenuti, senza effettive ragioni di sicurezza, tanto più che il processo, fatta salva l’udienza di ieri, si terrà nella ipergarantita Aula bunker, costruita all’interno del comprensorio penitenziario di Rebibbia. Un totale annichilimento del diritto di difesa, per il quale i penalisti romani hanno, con il sostegno dell’Unione delle Camere Penali e di moltissime altre Camere territoriali, proclamato l’astensione dalle udienze (dapprima per quattro giorni e poi per la sola giornata del 9 novembre), a seguito della quale è stata disposta la partecipazione fisica di tutti i detenuti tranne tre.

 

Questo è lo scenario e tutti hanno interesse a una celere definizione, ma ovviamente non sino al punto di annullare la funzione del processo e, prima ancora, il fondamentale diritto di difesa degli imputati.

 

Francesco Tagliaferri è presidente Camera Penale di Roma

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