cerca

Bassolino in campo

Governo, primarie e comunali. “Caro Renzi, adesso circondati di persone autonome, anche nelle città”. Parla l’ex sindaco di Napoli e spiega in che senso è in campo. “Io Renzi lo sostengo, sta cercando di cambiare Roma, e ha cominciato con delle significative riforme istituzionali. Ma è possibile cambiare il paese dall’alto?".

10 Novembre 2015 alle 10:35

Bassolino in campo

L'ex presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino (foto LaPresse)

Roma. Giocatore di grande esperienza, parla con un tono da veterano. “Io Renzi lo sostengo, sta cercando di cambiare Roma, e ha cominciato con delle significative riforme istituzionali. Ma è possibile cambiare il paese dall’alto? Ed è possibile fare tutto da soli? Nel ’93 ci provammo dal basso, noi primi sindaci eletti direttamente dai cittadini. E fallimmo”, dice Antonio Bassolino, cui adesso viene attribuita l’ambizione di voler tornare sindaco a Napoli – anche se lui nega e tuttavia mentre nega sfodera anche una passione che immediatamente lo proietta, di nuovo, nella politica attiva. “Nelle città ci sarebbe bisogno di quella spinta al rinnovamento che Renzi ha impresso a Palazzo Chigi”, dice. “E invece spesso notiamo una contraddizione, uno iato, una distanza, tra Renzi e la classe dirigente locale”, che è composta dai Crocetta in Sicilia, dagli Emiliano in Puglia, dai Pittella in Calabria, quelli che Emanuele Macaluso ha definito cacicchi e neotrasformisti, “una classe dirigente composta anche da troppi ‘yes man’ senza personalità”, aggiunge Bassolino. E allora Renzi ha un problema. “E prima o poi dovrà farsene carico: nel partito, nel governo, e anche nelle città”. Stefano Esposito ha proposto D’Alema a Roma. Ma forse è una boutade.

 

“In pochi mesi Renzi ha scalato ogni vetta”, dice Bassolino, “e ciò è stato possibile grazie alla concentrazione di potere: premier e segretario del partito insieme. Ma può davvero occuparsi di tutto? Riesce a occuparsi di tutto? E’ umanamente impossibile. E infatti cominciano a vedersi i problemi. La fase è cambiata, non è più quella della conquista. I compiti sono diversi e sono anche aumentati, non si tratta più di scalare ma di avere una strategia. Renzi ha un bisogno assoluto di figure autonome che lo rappresentino non perché lui le ha investite con l’imposizione delle mani, ma perché sono capaci di stare in piedi anche da sole, perché rappresentano Roma, Milano, Torino, Napoli”. E allora le amministrative di maggio assumono una certa importanza, par di capire.

 

“Sala è stato individuato perché Renzi ha avuto modo di conoscerlo in questi mesi dell’Expo. Ma chi li cerca gli altri candidati, chi individua i dirigenti, a Roma, a Napoli, in Calabria, in Sicilia? Se lei mi chiede chi sono i segretari del Pd nelle principali città italiane, io non so risponderle. E penso che non bisogna abbandonare le primarie: primarie vere, contendibili, aperte”. Eppure dalle primarie è venuto fuori Ignazio Marino, non precisamente un successo del Pd. “Ma dalle primarie è venuto fuori – grazie a Dio – anche Renzi. E in mancanza di un partito strutturato, le primarie sono un meccanismo necessario, oltre che un fatto d’identità per noi che le abbiamo inventate. Altrimenti come fai a selezionare? Prima o poi si dovrà anche affrontare una riforma del partito inteso come istituzione. E sarebbe bello se lo facesse Renzi, se lui trattasse il partito come l’oggetto di una riforma alla stregua di quella del Senato e della legge elettorale. Sarebbe entusiasmante se s’impegnasse in una legge sui partiti, obbligandoli a una soglia di democrazia. E’ il grande tema eluso in questi vent’anni, anche a sinistra, da D’Alema fino a Veltroni”.

 

[**Video_box_2**]E insomma, dice Bassolino, seguendo una logica da vero politico, non solo incrollabile ma impeccabile: governare è essenziale, ma il partito non è secondario rispetto al governo. Anzi, le due fiamme s’intersecano. Ardono unite. “Per questo sostengo che Renzi deve aprire, deve aprirsi. E deve cominciare anche a fidarsi. Può essere che gli venga difficile, che lui sia convinto che tutto vada bene così, che si possa andare avanti facendo leva sulla sua ubiqua presenza e sul suo gruppo ristrettissimo, sul cosiddetto giglio magico. Ma le fotocopie sbiadite del leader non servono. Dia retta. Faccio un esempio: se accade un guaio grosso nel mezzogiorno, se succede un fatto terribile che provoca forte tensione nel sud – e guardi che succede –  chi può andare in rappresentanza del governo? A Palazzo Chigi, Renzi ha Graziano Delrio, che assomiglia al profilo che tento di descrivere. Delrio ha una relativa autonomia, il che è una forza per Renzi. Ma Delrio è un’eccezione”.

 

E allora Bassolino pensa che il segretario, e presidente del Consiglio, abbia perso un’opportunità lasciandosi sfuggire Giuliano Pisapia. “Pisapia non era una dei ‘suoi’, va bene. E allora? Chi se ne importa. Era vicino a Sel? E che problema è? Aveva ben governato Milano che non è una città qualsiasi, aveva saputo gestire l’Expo, aveva dialogato con imprenditori e sindacati, sarebbe dovuto diventare una delle persone più importanti per costruire un gruppo dirigente nazionale. Non vuole più fare il sindaco? Insisti, lo vai a trovare, ti pianti nel suo studio. Non vuole proprio saperne? E allora gli proponi di fare qualche altra cosa. Anche il ministro. Ma non lo perdi. E di gente come Pisapia, magari più giovani, ce ne vogliono decine. Renzi non ha grossi problemi né subisce l’attivismo di contendenti e avversari, sia dentro sia fuori del Pd. L’unica insidia è proprio nella mancanza di un gruppo dirigente e nella debolezza del renzismo territoriale. Guardate il sud. Cosa esprime?”. E forse davvero Bassolino pensa a se stesso, chissà. La politica è d’altra parte una malattia dalla quale non si guarisce mai.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi