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Bisogna ascoltare i borghesi per capire Renzi e il club dei suoi nemici di sinistra

Borghesi vil razza dannata. Lo spirito antiborghese non si porta più. E’ che sono strani. Ottone, antiberlusconiano della prima ora, scrive su Repubblica che Renzi, il Royal Baby, l’erede al trono, “è un colpo di fortuna piovuto dal cielo”. E c’è il Gran Giavazzi e il suo magnifico rivale La Malfa. Appunti di lettura per capire cosa bolle nella pentola della politica.

9 Novembre 2015 alle 13:15

Bisogna ascoltare i borghesi per capire Renzi e il club dei suoi nemici di sinistra

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Borghesi vil razza dannata. Ma no, lo spirito antiborghese non si porta più. E’ che sono strani. Piero Ottone fu da direttore il creatore in seconda del miglior Pasolini, il corsaro del Corriere. Il creatore in chief era lo scrittore, ovvio. Ora Ottone, antiberlusconiano della prima ora, scrive su Repubblica che Renzi, il Royal Baby, l’erede al trono, “è un colpo di fortuna piovuto dal cielo”. Devo commentare? Inutile. Lo si capisce senza parole che è una gran vignetta disegnata da uno che non ha niente da chiedere e parla non per sentito dire. Poi c’è il Gran Giavazzi, economista di scuola liberale, harvardiano d’eccellenza, talentuoso saggista ed editorialista. Diceva ieri nel Corrierone che il Jobs Act è “la principale riforma degli ultimi cinquant’anni”. Anche qui, consenso senza parole. Giavazzi poi aggiunge, e ha perfettamente ragione, che a tipi come Alfano e Lupi e Lorenzin, assistenzialismo vecchia scuola, si deve concedere qualcosa ma non l’essenziale; ragione per la quale è opportuno che il governo Renzi prenda in mano la questione delle norme favorevoli alla concorrenza nel paese delle corporazioni e delle confraternite chiuse. Me ne impipo di Marino, caso clinico, e di chi l’ha preceduto, caso négligeable, mi interessa invece che l’Atac a Roma vada all’asta e che il biglietto costi quel che deve costare e che lo si faccia pagare obbligando gli utenti a entrare davanti e dando all’autista la possibilità di distrarsi dal telefonino o dal tablet con un po’ di lavoro utile e magari meglio pagato (miglior servizio, costi più seri, pauperismo zero, eventuali abbonamenti sociali per pochi e basta). E così via con la concorrenza, scrive Giavazzi, che la sa lunga e non è di destra né di sinistra, non è keynesiano né antikeynesiano, perché John Maynard abitava a Bloomsbury, Londra, e lì i servizi funzionano e si pagano. Produttività totale dei fattori. Chiaro?

 

Poi c’è Giorgio la Malfa, politico economista memorialista e divulgatore di somma perizia, magnifica scrittura, e borghese di sinistra democratica, come il grande padre suo, che andò da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Rumor a Moro senza mai perdere il filo del suo discorso e del suo enricocuccismo, e senza mai far mancare la solidarietà al vecchio Aristide Gunnella. Omini di ferro e di fuoco. Con Giorgio abbiamo presentato a Roma, alla presenza di economisti di valore come Pierluigi Ciocca e Cristina Marcuzzi, con il contributo da esperto di Massimo Mucchetti, e il mio da inesperto, il suo libriccino intelligente e cauto su Keynes. In prima fila c’era Stefano Fassina. Si sono dette cose interessanti, sulla falsariga del testo lamalfiano: Keynes era un talento, cambiò l’economia come scienza e il suo paradigma classico, all’accademia preferì una onesta attività di Consigliori dei potenti, incise sulla vita pubblica e sulla storia americana, europea e mondiale. Poi fu superato in breccia dai liberisti, che restituirono faccia tosta ed energia all’economia privata che mette sotto lo stato, e al massimo se ne serve per la garanzia delle regole, compito piuttosto importante, ma senza lasciarlo strafare. Era un politico nell’essenza e nell’alto significato del termine, scrive La Malfa che pure sa raccontare molto bene la genesi teorica e tecnica della Teoria generale dell’impiego, dell’interesse e della moneta, il capolavoro dello snob di Bloomsbury.

 

[**Video_box_2**]Poi Fassina, che dovrebbe scrivere trattati e libelli polemici e mettersi al servizio dell’intelligenza che possiede, roso com’è dal tarlo della politica di partito, nonostante le dure repliche della storia, ha organizzato con D’Attorre e Fratoianni una riunione di antirenziani che fondano un clubbino di estrema sinistra. E chi c’era in prima fila, per dare una mano “contro Bruxelles” e la sua logica tecno-europeista? Giorgio La Malfa. Il quale essendo persona non solo intelligente ma autentica di tratto, aveva detto alla presentazione del suo libro: “L’ho scritto perché detesto Francesco Giavazzi”. Nothing personal, ovvio, ma come dichiarazione d’intenti di un autore nel campo dell’economia, la professione di disamore non manca di originalità.

 

A Giavazzi e al suo collega illustre Alberto Alesina ho sempre delicatamente rimproverato una certa asciuttezza, che non vuol dire aridità: mettono di lato la storia e l’antropologia, pensano che i modelli economici vanno bene o vanno male da Stoccolma a Catania, il che forse è anche vero, ma up to a point, asticella da fissare con la buona politica. Comunque, ecco. Di borghesi intelligenti ce n’è a josa dappertutto. Io sto con Ottone e Giavazzi, ma anche un La Malfa che lotta insieme a noi non mi dispiace, ne capisco il lato bizzarro e umano troppo umano. Con una sola obiezione ispirata alla sapienza greca. E Tsipras?

 

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