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Renzi e le città

Non solo Napoli. Che cosa succede se il riformismo rinuncia a combattere i difetti delle classi dirigenti

Oltre il caso Bassolino. Se il Pd non riesce a penetrare la intercapedine rappresentata dagli establishment metropolitani, il renzismo non arriverà a stabilire un rapporto permanente con la sua base popolare. Storie a confronto.

24 Novembre 2015 alle 13:14

Non solo Napoli. Che cosa succede se il riformismo rinuncia a combattere i difetti delle classi dirigenti

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

La situazione di difficoltà in cui si trova il Partito democratico alle prese con le candidature da presentare alle elezioni amministrative di primavera viene attribuita al meccanismo di selezione affidato alle consultazioni primarie, che proprio per questo vengono sottoposte a una revisione che appare architettata solo per escludere candidati sgraditi alla segreteria. Probabilmente questo affannarsi attorno ai meccanismi, peraltro non senza goffaggini, non serve affatto a affrontare in modo congruente una questione che nasce dalle difficoltà di rapporto tra centro e periferia che non riguarda solo la politica e che ha origine anche nella stratificazione delle classi dirigenti e dei ceti intellettuali ai diversi livelli.

 

Esiste però una specificità del Partito democratico che è forse utile esaminare preliminarmente: questo partito ha subito una rivoluzione dall’alto nella determinazione del suo gruppo dirigente, la cosiddetta “rottamazione”, operata da un outsider che ha conquistato le leve del comando attraverso le primarie, cioè un plebiscito interno che ha sanzionato le sconfitte subite dal gruppo dirigente allora in carica. La personalizzazione insita nel sistema delle primarie ha favorito il ricambio, che ha avuto effetti considerevoli nella sua azione di destrutturazione delle precedenti configurazioni del potere interno ed esterno al partito, ma si va impantanando nella fase successiva, in cui si tratta di dar vita a una nuova classe dirigente di partito non concentrata soltanto nei palazzi romani. La rottamazione ha creato spazi e vuoti di potere che, soprattutto in periferia (se Milano o Napoli possono essere considerate periferie), sono stati riempiti da nuove combinazioni costruite con i pezzi dei precedenti gruppi dirigenti “rottamati”. Questo processo non è stato influenzato dall’azione del “renzismo” che resta una specie di corpo estraneo alla cultura dei ceti dirigenti soprattutto nelle maggiori città.

 

Questo blocco della comunicazione “gerarchica” tra centro e periferia, peraltro, non riguarda solo il Partito democratico, ma in questa area politica appare più evidente per effetto del successo centrale e dell’insuccesso locale della rottamazione. Nelle città capoluogo di regione, si potrebbe dire, in modo molto schematico, che esistono due poli di attrazione delle classi dirigenti, uno intellettuale e culturale e uno economico e sociale, nessuno dei quali è propenso ad accettare un ruolo subordinato alla classe dirigente nazionale, considerata non solo provvisoria, com’è naturale in una democrazia, ma scarsamente legittimata specialmente quando si caratterizza per l’ambizione a realizzare riforme di sistema.

 

Il terreno più naturale per una sintesi tra i due filoni delle classi dirigenti metropolitane è la tecnocrazia, come dimostra il successo e poi il declino di esperimenti nati ai confini degli schieramenti bipolari come quelli di Lamberto Dini e di Mario Monti, ma anche, a ben vedere, quello di Romano Prodi. Il fatto che per le due maggiori città si punti di fatto a soluzioni di origine tecnocratica sembra la conseguenza di un cedimento a questa tendenza specifica delle elìtes metropolitane.

 

[**Video_box_2**]Se il riformismo rinuncia a combattere esplicitamente i difetti delle classi dirigenti metropolitane (elitarismo cosmopolita e antinazionale nel settore intellettuale, corporativismo paralizzante in quello economico-sociale) rischia di perdere anche la battaglia per il rinnovamento senza continuità del partito. Il renzismo ha mostrato nelle lezioni europee di avere almeno potenzialmente una base elettorale maggioritaria. Non ha invece una base sociale con le stesse caratteristiche, proprio perché la trasformazione del consenso elettorale in convinzione più permanente richiede mediazioni sociali e culturali solide. Se non riesce a penetrare la intercapedine rappresentata dagli establishment metropolitani, il renzismo non arriverà a stabilire un rapporto permanente con la sua base popolare, e rischierà di subire una metamorfosi degli stessi strumenti di partecipazione, come le primarie, che a livello locale rischiano di diventare un baluardo delle nuove configurazioni di potere degli ex rottamati e la base per una riconquista restauratrice del livello nazionale.

 

Lo stesso problema, naturalmente, si pone anche per le altre formazioni politiche, che però siccome non esercitano attualmente funzioni di governo nazionale, subiscono meno danni dalle divaricazioni localistiche. Ridurre tutto questo insieme di questioni a una norma per evitare il ritorno di Antonio Bassolino è davvero piuttosto riduttivo, anche nell’epoca in cui, per fortuna, i cinguettii prevalgono sui trattati di politologia.

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