Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il governo salva ancora le regioni e perde l'occasione per sopprimerle

Renzo Rosati
Peccato: poteva essere la volta buona per mettere alla prova gli amministratori locali. Volete restituire le chiavi? Intanto ecco i commissari, poi vedremo se proporre al Parlamento una riforma istituzionale bis attraverso l'abolizione delle regioni, o il loro accorpamento, oppure svuotandole di poteri, competenze, elettività e prebende.

Alla fine dal Consiglio dei ministri è uscito l'ennesimo provvedimento "salva regioni", sotto forma di un decreto che "potrebbe confluire nella legge di Stabilità", parola del pd Giorgio Santini; mentre secondo il sottosegretario a palazzo Chigi Claudio De Vincenti, sempre pd, "consente di chiarire sul piano della contabilità regionale una situazione che è del tutto sanabile per quanto riguarda la contabilizzazione dei debiti passati". Mica male come chiarezza e produzione legislativa. D'altra parte, e qui soccorre la dottrina di Michele Emiliano, presidente della Puglia (pd pure lui), "i bilanci regionali rischiano un buco enorme per come hanno contabilizzato i prestiti dello stato facendoci altri debiti, ma la colpa non è dei governatori caduti in errore nel quale sono stati indotti dall'esecutivo". Appunto. "Dunque senza decreto eravamo siamo pronti a restituire le chiavi delle regioni" sempre Emiliano dixit.

 

Proviamo a sintetizzare: il governo aveva anticipato alle regioni soldi da girare alle aziende creditrici. Le regioni li hanno utilizzati per contrarre altri mutui. Ora Palazzo Chigi interviene, pare, con una sanatoria sotto forma di prestito trentennale, che dunque le regioni potranno restituire ma con comodo, mentre ai fini europei questo figurerà come credito e non come debito. Pare, appunto. E peccato: perché poteva essere l'occasione per mettere alla prova questa formidabile schiatta di amministratori locali. Volete restituire le chiavi? Fate pure. Intanto ecco i commissari, poi vedremo se proporre al Parlamento una riforma istituzionale bis attraverso l'abolizione delle regioni, o il loro accorpamento, oppure svuotandole di poteri, competenze, elettività e prebende.

 

A questa campagna di civiltà – politica e contabile – Il Foglio ha dedicato l'editoriale di apertura di mercoledì 4 novembre. Lo ha fatto e continuerà a farlo non svegliandosi a caso una mattina, ma sotto l'ennesimo ricatto che almeno due volte l'anno si ripete sui finanziamenti alla sanità, ricatto puntualmente riproposto con la faccenda dei debiti-crediti. Dunque due ricatti in tre giorni, due minacce di restituire le chiavi. La lagna delle chiavi, poi: come quei presidenti di calcio un po' falliti, un po' a corto di sponsor, un po' in ritardo con gli stipendi, un po' in guerra con gli arbitri, che periodicamente ne annunciano la restituzione al sindaco. Eccola, la nostra classe dirigente regionale. Se non è la sanità sono i bilanci. O le trivellazioni petrolifere in mare o il passaggio di un gasdotto, per la quale è già scattato l'allarme democratico e dieci regioni sono pronte al referendum contro lo stato (del quale la competenza è, fino a prova contraria, esclusiva), e contro ogni logica. O la formazione, dove sprechi e denunce superano certamente i posti di lavoro finanziati dai fondi europei e dai contribuenti. Domanda: quanto Pil, quanti investimenti, quanta ricchezza, quanto credito – remember le banche popolari e i cda delle casse di risparmio? – quanta occupazione hanno prodotto le regioni da quando (1970) da entità geografiche vennero trasformate in organi elettivi? E soprattutto da quando (2001) l'Ulivo dette loro totale autonomia amministrativa? Anche il vanto e il potere di questo federalismo farlocco, cioè la sanità, perfino nel Nord virtuoso dove abbastanza funziona, quale impulso può seriamente dire di aver dato alla medicina, al libero mercato in stile americano o europeo o israeliano della scienza e dei ricercatori? Quali opzioni offre come offerta a chi ne ha bisogno (e paga)?

 

[**Video_box_2**]I presidenti regionali, poi, impropriamente autodefinitisi governatori, manovrano e trescano in un mondo loro, quelli del Pd contro il loro governo, quelli di centrodestra pure (se avessero un governo); un esempio raro di non-classe dirigente. Massimo D'Alema, nel suo periodo migliore, li aveva definiti "cacicchi", non sbagliando. Matteo Renzi, con le due Leopolde e poi in Parlamento, pareva incline a ridurne numero e poteri, forse a spianarle del tutto. Killing me softly: come per le province (bersaglio, si è visto, secondario) basta cominciare a dire dei no, a rifiutare il ricatto. Quelle regioni che cronicamente non fanno funzionare la sanità vengano commissariate: perché una Asl laziale a parità di posti letto ha costi di gestioni dieci volte una Asl marchigiana? La formazione: se non produce opportunità professionali la si privatizzi. Rosario Crocetta in Sicilia è alla sua quarta giunta in tre anni esatti? Con la sua regione ridotta in questo stato? Basta, il commissario anche lì. Tempo dieci anni il processo può essere completato, e l'Italia vedersi amministrare dagli unici due organi funzionali e funzionanti: il governo, i sindaci. Via le regioni, con il loro codazzo di organi accessori, a cominciare dai Tar. Un referendum ne decreterà il successo: perché quello delle regioni "vicine al territorio" è un'altra balla. Non sarà una consultazione, ma un trionfo.

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