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La Lega del telepredicatore

Che creatura è il partito di Salvini? Dietro la dismissione dei vecchi simboli e la rottamazione del nordismo c’è il fallimento di un blocco sociale. Può la Lega essere nazionale? Forse no.

14 Ottobre 2015 alle 10:22

La Lega del telepredicatore

Matteo Salvini è nato a Milano il 9 marzo 1973. E’ segretario della Lega dal dicembre 2013

Nemmeno le infermiere romene ci fanno più caso. Passano via svelte verso l’ospedale Niguarda, testa bassa, mescolate a qualche professionista in scarpette da running che punta il vicino parco Nord per una sgambettata salutista.

 

Una volta chi faceva la posta al Senatur girava l’angolo sullo stradone che porta alla tangenziale e finiva per trovarci qualche militante che scattava foto in una sorta di pellegrinaggio laico, o semplicemente qualche curioso che sostava davanti alla mitica sede della Lega. Oggi la grande scritta “Lega Nord Padania” sul muro di cinta sembra invece il rudere di un’altra stagione. L’alfabeto consumato di un mondo di ieri.

 

Per quasi vent’anni Via Bellerio è stata il crocevia della politica italiana. Per le decisioni che si prendevano in quella palazzina anonima di periferia milanese e molto più spesso per quelle semplicemente minacciate; per la sfilata di auto blu che vi entravano e uscivano; per i “federali” infiniti; per i manager di area chiamati a rapporto (non di rado con la coda tra le gambe); per i ministri e politici più o meno alleati che vi transitavano; e per i giornalisti che vi bivaccavano a orari improbabili (in attesa di una parola che desse il titolo alla giornata politica).

 

Via Bellerio è stato il tinello perfetto (“tinello” in senso letterale) del più classico gioco del gatto col topo in cui Umberto Bossi eccelleva. E tutti, amici e avversari, erano costretti a rincorrere perché quella Lega, mai capita fino in fondo dai giornali e dai partiti della Seconda Repubblica, sprizzava egemonia politica e psicologica, furbizia, dissimulazione, teatralità e capacità di manovra come pochi altri. Forse i suoi voti si contavano un po’ meno di oggi ma eccome se pesavano…

 

Per questo il buco nero (anche mediatico) in cui è finita Via Bellerio, oggi che nessuno sembra più filarsela, la chiusura del giornale La Padania, il ridimensionamento della omonima radio (forse la prossima vendita delle frequenze, sussurra qualcuno) e i recenti dissidi tra l’anima governativa maroniana (in minoranza) e quella movimentista salviniana, agli occhi di chi la Lega l’ha seguita per anni assumono un significato definitivo.

 

Anche simbolicamente questo di Matteo Salvini è davvero un partito distante anni luce da quello bossiano del nordismo egemone. Per un paio di premesse e una rottamazione davvero paradossale.

 

Prima premessa. A differenza di molti altri a colpirmi non è tanto il Salvini “Zelig” che incarna lo spirito dei tempi. Il segretario non è un marziano, era già in Lega quando Marco Formentini diventò sindaco di Milano in piena Mani Pulite (correva l’anno 1993). Semplicemente Salvini è molto più Renzi di Bossi, che resta un leader del secolo scorso con i suoi colonnelli, i ritmi scanditi dal calendario parlamentare, le alleanze, i comizi, rare interviste ai giornali e al massimo un’ospitata da Bruno Vespa. Come il premier, Salvini disintermedia tutto quel che può ed è un uomo solo al comando. Ha destrutturato il partito, non ha una seconda linea di comando (non esistono i Maroni, i Calderoli e i Castelli di Salvini) e i malumori interni al partito sono bypassati attraverso una certosina tele-predicazione seriale (a ogni ora del giorno e della sera). Domanda: potrebbe comportarsi altrimenti, nel 2015, il leader politico di un movimento populista? Non credo.

 

[**Video_box_2**]Seconda premessa. Non mi stupiscono neppure le ultime campagne del Carroccio salviniano. Il segretario sta “solo” rilanciando alcune battaglie storicamente presenti nell’armamentario leghista. In tempi non sospetti la Lega è stata l’unico partito italiano davvero critico verso l’adozione della moneta unica e già nel 2005 si schierò contro la ratifica della Costituzione europea. Quante volte Bossi e Calderoli hanno contrapposto l’Europa dei popoli all’Europa dei banchieri? Quante volte hanno attaccato “Forcolandia” e l’Europa dei burocrati che legifera sulla lunghezza del cetriolo? Quante volte hanno criticato l’accordo di Schengen? Tantissime. Anche il “vade retro” immigrazione rappresenta una specialità della casa: il giro di vite legislativo contro quella clandestina porta la firma di Bossi e Fini (luglio 2002).

 

In sostanza il Carroccio lavora da sempre da imprenditore politico della crisi. Quando vede aprirsi un mercato elettorale (come oggi lo sono l’euro e i migranti) prova a conquistarlo utilizzando di volta in volta gli argomenti retorici più efficaci che ha nel cassetto.

 

Allora se non sono a colpire lo spirito dei tempi del nuovo Carroccio né le campagne che abbraccia Salvini, cos’è che stupisce davvero? In cosa si distanzia questo Carroccio da quello di Bossi?

 

Su un punto cruciale: la rottamazione senza colpo ferire della Questione settentrionale da parte di chi per vent’anni l’ha cavalcata, mitizzata, rappresentata, incarnata, strumentalizzata, votata, sostenuta. E badate, il nordismo non è mai stato per la Lega un argomento fungibile, merce di scambio da barattare con astuzia sul mercato politico; piuttosto è sempre stato il valore non negoziabile, la cifra fondativa, quasi antropologica del movimento bossiano.

 

Spregiudicatezza tattica sul come arrivarci, ma la stella fissa è sempre stata una e una sola: “Padroni a casa nostra”, cioè in Padania.

 

L’incubazione del leghismo affonda in modo irriducibile nella campagna urbanizzata del nord, nella religione della famiglia-impresa diffusa essenzialmente sopra il Po, in figure stereotipate come l’impiegato delle poste (meridionale) che ti fa aspettare le mezz’ore in fila “sempre al telefono”; il finanziere (meridionale) con lo stecchino in bocca; o l’insegnante di scuola (meridionale) che non sa parlare neanche bene l’italiano. Pregiudizi bonari venati di un razzismo light, piccole istantanee quotidiane dove vero e verosimile si mischiano facendosi senso comune. Questo non andrebbe mai dimenticato perché era l’aria che si respirava nelle ricche province produttive padane negli anni Settanta-Ottanta. Artigiani e piccoli imprenditori vessati da fisco e burocrazia, valligiani spaesati delle Prealpi e i primi operai espulsi dalle grandi fabbriche che si ristrutturano, preoccupati di non farcela in un mondo diventato improvvisamente grande. Li ricordo tutti con un’allergia fissa: l’impiegato statale, quasi sempre del sud, quintessenza di “Roma ladrona”.

 

La Lega nasce culturalmente su questi retropensieri, di extracomunitari ce n’erano ancora pochi e l’euro di là da venire. Mentre il patto fiscale che ha fatto l’Italia nel Dopoguerra non regge più e la Prima Repubblica collasserà di lì a poco. Potenza della Questione settentrionale.

 

Non c’era nemmeno bisogno di essere leghisti per assorbire queste cose. Era un fatto di clima, di mood spesso inconsapevole, di frequentazioni, di luoghi, di facce, di paesi, di hobby, di compagni di scuola e di giochi. Una volta a Treviso, la ex sagrestia d’Italia, su un muro del centro comparve una scritta meravigliosa (siamo ancora negli anni Sessanta): in Veneto anche i comunisti sono democristiani! Vent’anni dopo successe una cosa più o meno simile in tutta la pedemontana lombardo-veneta: anche chi non votava il Carroccio inciampava in un clima paranordista, allergico a certi riti romani e al sud palla al piede. Cos’erano in fondo tutti i goffi tentativi della sinistra “padana” di smarcarsi dalle segreterie romane con fantomatici “Ulivi o Pd del nord”, se non subalternità al leghismo egemone, ammissione latente di un paese tremendamente diviso in due?

 

Me li ricordo ancora al Castello Sforzesco, palcoscenico nobile di Milano, la sera del 2 ottobre 2009. Quel giorno si celebra la prima del “Barbarossa”, il film (flop) di Renzo Martinelli che racconta le gesta dell’eroe leghista Alberto da Giussano. Intorno a Bossi e a un Carroccio tornato prepotentemente al governo con Berlusconi, si stringono banchieri importanti, ministri, manager, pezzi di establishment. Milano e i suoi salotti sdoganano il vitalismo padano, i barbari alle porte, non più figli di un Dio minore.
Fino a quel momento al partitone verde era bastato un po’ di sottogoverno, vorace ma artigianale. Al limite l’ambizione finita male di farsi una banchetta (Credieuronord). In quegli anni è diverso, troppo decisivi i loro voti per non pesare di più nell’economia reale. Il ruolo di Giancarlo Giorgetti, così come l’ambizione di “penetrare” banche locali e fondazioni di territorio, sono lì a dimostrarlo e saranno proprio i vecchi dc al vertice della finanza, abituati dopo Tangentopoli a navigare senza partito, i primi a capire il vento nuovo e i rapporti di forza. Da Fabrizio Palenzona a Massimo Ponzellini, tutti in scia al capofila Giuseppe Guzzetti, già senatore eletto nel collegio “padanissimo” Cantù-Malnate nonché relatore a Palazzo Madama della legge 142/90 sul riassetto degli enti locali, che da fine anni Novanta guida con sapiente mediazione, non di rado criptoleghista, la Fondazione Cariplo (azionista decisiva di Intesa Sanpaolo). Sembrano cronache del secolo scorso ma parliamo di cose di 4-5 anni fa. Incredibile!

 

Per questo nel declino mesto di Via Bellerio, nella dismissione dei vecchi simboli e nella rottamazione del nordismo per una Lega diventata “nazionale” (la dittatura di Bruxelles al posto di Roma ladrona), si specchia anche il fallimento di un intero blocco sociale, e di una classe dirigente diffusa, che non ha saputo sfruttare la finestra mediatica e politica “padana”, dopo averla sostenuta o bordeggiata, per riformare e riformarsi. Un modello padano (l’impresa diffusa di piccola dimensione) che non sempre è stato in grado di cambiare pelle in questi anni di crisi e di cambio di paradigma, ma non ha indugiato a seppellire con il bossismo anche la Questione settentrionale (tasse, burocrazia, federalismo). Dalla sera alla mattina come si smette un abito e lo si porta in tintoria, senza un funerale. Celebrarlo avrebbe comportato un minimo di esame di coscienza, un bilancio, un guardarsi allo specchio.

 

[**Video_box_2**]L’altro giorno pensavo (anche) a questo, leggendo della buriana interna al Carroccio tra il “nazionalista” Salvini e “l’istituzionale” Maroni, ultimo lembo della Lega che fu, “bavarese”, acquartierata in Padania e alleata a Roma con Berlusconi.
Non siamo ingenui. La “nazionalizzazione” della politica e dell’economia non è certo un fenomeno solo italiano. Più del nord oggi contano l’Ucraina, la Siria, l’Isis, i migranti, la demografia che esplode. La nuova guerra fredda Washington-Mosca. Le nuove guerre di mercato con Pechino. La geopolitica è tornata a sovrastare la geografia ma stupisce sempre il cinismo con cui noi italiani archiviamo le esperienze politiche, con cui digeriamo leader e movimenti. Adesso in “Padania” sono diventati tutti leghisti nazional/salviniani, agnostici o renziani di complemento.

 

Che poi la cosa curiosa è che Bossi, per 15 anni, è stato l’ago della bilancia della politica italiana. Teneva tutti per le palle, in perenne stato di fibrillazione: “…e adesso, che farà Bossi…?”. Il suo pacchetto di voti lo ha saputo far fruttare all’ennesima potenza, non di rado bluffando. Era un tattico fenomenale, il Senatùr. Salvini invece ha un pacco di voti, un sacco di spazio in tv, una proiezione nazionale ma ancora deve spiegare come far fruttare il tesoretto che ha in tasca. Prima che lo stato di grazia e la luna di miele svaniscano (perché svaniranno).

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