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Si chiama nazismo, non terrorismo

“Contro il fondamentalismo islamico, in Siria, i droni non bastano più. L’occidente deve essere sincero e chiamare le cose con il loro nome”. Guerra, immigrazione, sinistra. Noi e loro. Intervista a Giuliano Amato.

17 Settembre 2015 alle 06:00

Si chiama nazismo, non terrorismo

Giuliano Amato (foto LaPresse)

Roma. Noi e loro. “Abbiamo disimparato a chiamare le cose con il loro nome e ci siamo abituati a consolare le nostre coscienze utilizzando terminologie vaghe, vellutate, soffici, che non tengono conto di quello che sta succedendo a pochi passi da casa nostra. E’ arrivato il momento di essere sinceri, credo. E quando parlo di sincerità voglio dire che di fronte a quello che accade in medio oriente, e soprattutto in Siria, bisogna riconoscere il fallimento dell’occidente: perché, oggi, non si può pensare di combattere il fondamentalismo islamico senza prendere una parte, e senza chiamare le cose con il loro nome”. Sono le 9.45 di mercoledì mattina, siamo al secondo piano del Palazzo della Corte costituzionale, a Roma, e Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio, ex ministro dell’interno, ex ministro del Tesoro, membro della Consulta, accetta di conversare con il Foglio per ragionare su quello che è uno dei temi più importanti del dibattito politico: in medio oriente, oggi, dove comincia il confine del “noi” e dove comincia il confine del “loro”? Il noi e loro, dice Giuliano Amato, è un argomento cruciale da affrontare per capire molto di quello che oggi viene omesso quando si parla di sicurezza e quando si parla di immigrazione e quando si parla di terrorismo e l’ex presidente del Consiglio sostiene che non si può capire la ragione del grande esodo che ha colpito l’Europa se ci si continua a coprire gli occhi rispetto a quello che sta accadendo nel medio oriente e soprattutto in Siria. “Bisogna mettersi in testa che la minaccia costituita dallo stato islamico è una minaccia non inferiore a quella rappresentata nello scorso secolo dal nazismo. E ci fosse un Kissinger in Europa non avrebbe dubbi su quello che toccherebbe fare. Non possiamo fronteggiare l’onda lunga della fuga dei siriani senza affrontare in modo efficace il problema siriano. E a questo fine non bastano i droni. Il male deve essere fermato con tutti i mezzi possibili, con l’unico limite che deve essere proporzionato all’entità della minaccia. Ed essendo in questo caso la minaccia molto elevata, la risposta che l’occidente, sotto lo scudo della Nato, deve mettere in campo deve essere proporzionata, sì. Guai alle nuove Dresda, ma certo ci vuole una forza superiore alla minaccia. So che non è facile da accettare ma la verità dei fatti è questa e dobbiamo farci i conti prima che sia troppo tardi”. Serve una violenza incomparabilmente superiore? “Vedete – continua Amato – non ho nulla in contrario rispetto a chi oggi sostiene che la diplomazia sia ancora cruciale nel combattere il male e gli avversari dell’occidente, ma non posso accettare che in nome di un pacifismo assoluto e spesso senza senso non si capisca che la storia umana è sovente più crudele di quello che vorremmo e che la risorsa militare purtroppo in certi casi è ancora necessaria. Mai da sola, insieme al lavoro diplomatico: il caso libico, ovviamente, ci dimostra che annientare una minaccia presunta senza avere un piano per il dopo rappresenta un disastro. E se dovessi immaginare una soluzione ideale come modello per portare avanti un intervento militare immagino quel che abbiamo fatto nei Balcani: robusto intervento e promozione di poteri locali misti. Sento spesso dire che l’Italia, per Costituzione, ripudia la guerra, ed è vero ma la ripudia solo come mezzo di aggressione degli altri non la esclude affatto per difendersi. E per difenderci dall’Isis non abbiamo bisogno di aspettare che arrivi in Pianura padana. Percepisco molta indignazione attorno al fatto che Putin abbia scelto di piantare sul terreno siriano gli scarponi dell’esercito russo per difendersi dallo stato islamico. Putin, a proposito di noi e loro, ha capito bene quali sono i nuovi confini geopolitici e ha scelto di riempire un vuoto creato dall’occidente. Un vuoto che non riguarda solo la Siria ma che riguarda anche l’Ucraina. E mi stupisce che in pochi ricordino oggi di come l’occidente si sia comportato in modo scellerato decidendo prima di posizionare dei missili contro l’Iran in Polonia, paese notoriamente vicino all’Iran, e poi di chiedere all’Ucraina di entrare nella Nato senza dare anche dal punto di vista economico alcun tipo di aiuto a quel paese. Putin riempie i vuoti. E ogni vuoto che riempie Putin è come un grado di febbre che sale sul termometro della salute dell’occidente”.

 

Non si può capire nulla dell’immigrazione, dice Amato, se non si parte da questo principio, da chi siamo noi e chi sono loro, e una volta messa a fuoco la questione si può pensare a tutto quello che funziona e che non funziona in Europa rispetto al tema dei temi: fino a che punto l’Europa può permettersi di accogliere i disperati che arrivano dall’altra parte del mondo? “Anche qui corriamo il rischio che un vuoto lasciato aperto dal non governo dell’Europa lo colmi Orban. Io credo che il presidente ungherese si stia muovendo in un modo illegale e questo prima o poi finirà per emergere. Ma intanto sta costringendo un continente a fare i conti con un problema non banale: si può accogliere chiunque? Possiamo permetterci di aprire oltre che i nostri cuori anche tutti i nostri confini? Sempre in nome del linguaggio della verità, anche qui bisogna tornare a tracciare alcune differenze”.

 

Continua Amato: “Credo, per fare un primo esempio, che la signora Merkel ci stia aiutando a fare i conti con la realtà: i profughi sono una cosa, e vanno accolti, gli immigrati clandestini sono un’altra, e non per forza vanno accolti. Una volta chiarito questo equivoco, alimentato spesso da un umanitarismo cieco e senza frontiere, bisogna passare al problema successivo. Mi limito a due considerazioni. Primo: la strada dell’asilo europeo è giusta ma non funziona se non si rendono europee le stesse procedure di registrazione. E questo deve capirlo anche l’Italia. Secondo: esiste un paese in particolare con il quale toccherebbe fare un accordo a livello europeo per governare l’afflusso di immigrazione e quel paese è la Turchia, dove vi sono quasi due milioni di siriani pronti a partire da quelle terre. Cosa si dovrebbe fare? Semplice: chiedere ad Angela Merkel, vero volto carismatico di questa Europa, di andare ad Ankara e trovare un accordo con Erdogan per regolare il flusso. Leggo, anche sul vostro giornale, che sul tema del governo dell’immigrazione potrebbe essere utile anche portare insieme Putin e Obama nel Mediterraneo per formalizzare una strategia comune, ma se c’è una mossa simbolica che potrebbe avere senso è quella di chiedere all’Onu di ospitare il sindaco di Lampedusa quando, a fine settembre, il presidente russo andrà a parlare di Mediterraneo da stabilizzare. Sarebbe qualcosa di più di una mossa ad effetto. Sarebbe un modo per portare al cospetto del mondo intero un dramma che non riguarda solo i nostri confini”.

 

All’interno della dialettica sul noi e sul loro, il ragionamento di Giuliano Amato si allontana dal tema dell’immigrazione e arriva ad affrontare una questione che riguarda un dibattito cruciale di questi giorni e che si lega in particolare a ciò che rappresenta questa dialettica per il mondo della sinistra. Amato, da uomo di sinistra, sostiene “che la sinistra europea di questi anni non è stata capace di produrre politiche in grado di fronteggiare e di superare la crisi economica: ha giocato Keynes di rimessa (più investimenti), ha dimenticato Schumpeter e con lui la politica industriale (non si è posta il problema del nuovo tessuto delle nostre economie dopo la distruzione creatrice che si registra alla fine di ogni ciclo) e ha finito per trovare rifugio nei diritti civili. Tema sacrosanto, per carità, ma una sinistra che campa di diritti civili è una sinistra che non si sa quanto possa durare”.

 

[**Video_box_2**]Eppure, suggeriamo ad Amato, la nuova sinistra non sarà credibile, non sarà di governo, ma inizia ad affiorare, seppure in modo spesso folcloristico, in molti paesi. Corbyn in Inghilterra. Podemos in Spagna. Syriza in Grecia, pur con tutte le sfumature del caso. “Le forze anti sistema – conclude Amato – esistono quando le forze tradizionali non riescono a rappresentare in modo efficace il paese. Credo che i fenomeni che lei descrive o mutano nel tempo o rimangono passeggeri. Vale anche per l’Italia: il giorno in cui vi sarà una forza di centrodestra capace di contendere elettori al Pd sono convinto che l’anti politica sarà riassorbita. Le forze anti sistema sono come dei virus che o vincono o stimolano il vecchio sistema a dotarsi di anticorpi. Esiste solo una variante possibile in base alla quale le forze anti sistema potrebbero tentare di essere delle realtà credibili e non più incredibili: mettersi la cravatta. Mettersi la cravatta significa però riconoscere che esiste un’élite che deve guidare gli altri e non far parte di un indistinto noi. Ed è evidente che si tratta di un problema cruciale per le forze anti sistema: come fai a riconoscere la necessaria presenza di un’élite se per una vita hai provato a spiegare che uno è uguale uno e che tutti sono uguali e che i politici non sono altro che portavoce del popolo quasi senza identità? E’ un altro caso di noi e loro. E’ un altro caso di scuola utile per capire i nuovi confini della politica. E le elezioni di domenica prossima in Grecia saranno un banco di prova importante per capire se la politica scravattata che sceglie di mettersi metaforicamente la cravatta ha o no una sua credibilità”.

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