Matteo Renzi con Vladimir Putin (foto LaPresse)

Perché Renzi deve portare Putin e Obama a Lampedusa

Claudio Cerasa
In altri tempi sarebbe stato comprensibile esultare di fronte alla notizia che l’Unione europea ha deciso di approvare un piano per lanciare offensive militari contro gli scafisti nel Mediterraneo, “sequestrando e distruggendo barconi per smantellare le organizzazioni che operano al di fuori della Libia”.

In altri tempi sarebbe stato comprensibile esultare di fronte alla notizia che l’Unione europea ha deciso di approvare un piano per lanciare offensive militari contro gli scafisti nel Mediterraneo, “sequestrando e distruggendo barconi per smantellare le organizzazioni che operano al di fuori della Libia”. Sarebbe comprensibile esultare se non fosse drammatico dover constatare che la classe dirigente europea continua a muoversi con il passo lento e macchinoso di chi non si rende conto che per governare l’immigrazione non bastano piccole opere di carità diplomatica ma occorre andare all’origine di un fenomeno drammatico che si chiama instabilità del medio oriente e in particolare instabilità della Siria.

 

Se non si parte da qui e non si capisce che la spinta alla proliferazione dell’immigrazione e del terrorismo islamista ha un’origine comune che è una guerra senza confini combattuta ormai alle porte di Damasco ci si potrà mettere tutta la buona volontà del mondo ad affrontare il tema, ma si finirà sempre per girare intorno all’obiettivo prioritario che è quello di mettere con urgenza gli scarponi sul terreno e far tesoro di una consapevolezza ormai evidente: in medio oriente esiste una guerra che ci riguarda da vicino e se non ci occupiamo noi di quella guerra prima o poi sarà quella guerra a occuparsi di noi più di come lo fa oggi.

 

Dunque, che fare? La scorsa domenica, con grande lucidità, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha offerto al Messaggero alcune frasi non banali per inquadrare un tema con cui prima o poi dovrà fare i conti anche il nostro capo del governo. Sintesi: l’instabilità del medio oriente è generata più dal non interventismo presente dell’occidente che dall’interventismo passato e la comunità internazionale deve capire in fretta che in medio oriente, e soprattutto in Siria, bisogna prendere posizione. “Tutti sono consapevoli – scrive Prodi – che le guerre non si vincono con i droni ma con gli scarponi e gli unici scarponi, ancorché terribilmente malandati, sono quelli dell’arcinemico Assad, protetto dall’arciavversario Putin. Bisogna che di questo gli Stati Uniti prendano atto. Il Califfato è in posizione di crescente forza e tutto questo andrà avanti finché gli Stati Uniti continueranno a trovarsi nella posizione impossibile di combattere nello stesso tempo contro il terrorismo e contro il suo unico avversario sul terreno, e cioè l’odiato Assad”.

 

Il prossimo 28 settembre, Putin interverrà all’Assemblea generale dell’Onu e pur tra mille contraddizioni – non ultima quella di aver appoggiato Assad negli anni in cui non esistevano giustificazioni per sostenere il sanguinario leader siriano – potrà rivendicare di essere l’unico leader internazionale ad aver messo gli stivali sul terreno per combattere il terrorismo islamista. La scorsa settimana, intervistato da questo giornale, Renzi ha riconosciuto che non esiste stabilità in medio oriente se non si accetta il fatto che l’occidente deve fare di tutto per avere “la Russia a bordo della comunità internazionale”.

 

Se è vero, come sostiene Renzi, che per combattere il terrorismo non servono misure spot è anche vero che in questo momento l’Italia avrebbe un’occasione d’oro per dimostrare di avere un peso in politica estera: mettere insieme il presidente americano e il presidente russo e organizzare un incontro nel cuore del Mediterraneo, a Lampedusa. E con unico scopo: non regalare a Putin la bandiera della lotta allo Stato islamico e certificare (ricordate Pratica di Mare?) la convergenza necessaria tra Russia e America: per combattere, senza retorica, il terrorismo islamista.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.