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Avventure del casting politico

Come reclutare classi parlamentari nell’epoca in cui lo studio tv, il web e il Palazzo si sovrappongono. Tra Grillo redivivo, nostalgici delle Frattocchie e curricula post Cav. Rappresentare e rappresentarsi, nelle parlamentarie ricomparse in un mattino, e nel caso della fashion-blogger scelta al talk-show

6 Settembre 2015 alle 06:15

Avventure del casting politico

Le parlamentarie online del Movimento cinque stelle, abolite per lo spazio di un mattino da Beppe Grillo ma subito riabilitate: portano consenso

Le mirabolanti avventure del casting politico, questo è il problema. Trovare i cosiddetti “volti nuovi”, reclutare truppe che non si sgretolino come soldati di terracotta. Problema per Beppe Grillo che ribadisce le parlamentarie online dopo averle messe in forse per lo spazio di un mattino, problema per la Forza Italia neo-post-berlusconiana alle prese con i curricula e i “volti per la tv”, problema per il Pd di Matteo Renzi sospeso tra un’impossibile e intermittente nostalgia delle Frattocchie, la leggendaria scuola quadri del Pci già in parte rimpianta ai tempi delle “Summer School” e delle lezioni di politica veltroniane, e l’adesione al “modello Leopolda”: attingere all’inner circle di “chi ci sta”, di chi condivide l’idea, di chi affianca il leader dai tempi dei camper e delle primarie, di chi dalle cosiddette professioni fa “cucù, ci siamo anche noi”, di chi dalla sempre più citata società civile svetta o sembra svettare in un campo specifico e pare adatto a essere traslato in Parlamento o al governo.

 

Rappresentare e rappresentarsi: è l’orizzonte comune di chi ha il “daimon” della politica e di chi vuole conquistare la ribalta mediatica, un orizzonte fino a non molti anni fa raggiungibile con percorsi diversi: se volevi fare il politico di qua, se volevi fare l’uomo di spettacolo o di informazione di là. Tuttalpiù, come ircocervo, si additava l’ex attore Ronald Reagan, poi presidente degli Stati Uniti, e, in tempi più recenti, l’ex culturista e star del cinema Arnold Schwarzenegger, poi governatore della California. Pareva eresia dire che un politico “si era fatto le ossa in tv” (credenziale invece richiesta al giovane politico in molti partiti odierni). Non essendoci ancora una “pancia del web” da domare, lusingare e governare, pareva poi materia da romanzo di fantascienza di Isaac Asimov l’idea di un reclutamento politico alla Grillo: su uno schermo, sì, ma di computer; non in duello con un avversario (sembrano oggi materia da museo, quasi quasi, anche i famosi “duelli” Prodi-Berlusconi del 2006), ma perché ti sei autocandidato con un video autoprodotto e autospedito in rete.

 

Vuoi per lo sgretolamento di tutto un mondo venuto dal Novecento, vuoi per la crescita di potere simbolico dell’indistinto “uomo qualunque venuto da internet”, vuoi per effetto della cantilena sul posto di lavoro che tanto è in balìa di un caso e di una fortuna per niente ciechi, perché bisogna essere “visti” anzi “visualizzati” dal sempre casuale contatto giusto, a un certo punto è diventato essenziale metterci – letteralmente – la faccia. Mettere la faccia in un gigantesco casting in cui i confini tra universo politico e universo mediatico, prima legati dalla parola scritta (giornali, discorsi) o radiofonica, e poi dall’immagine televisiva ma in forme codificate (la tribuna politica, l’intervista al politico, l’approfondimento, la cronaca della manifestazione), sono diventati un unico Nuovomondo. La terra vergine del “tutto è possibile e chiunque può farlo” in cui arrivare anche impreparati o, vedendola in modo ottimista, con tutto da imparare. Ed è a questo punto che le avventure del casting sono diventate materia di studio di politologi e sondaggisti nonché rompicapo per quadri di partito e consiglieri simpatizzanti: si seleziona gente che sappia stare in televisione, punto che anche l’inizialmente sdegnosa Casaleggio Associati, quartier generale a Cinque stelle, ha dovuto affrontare, ma anche gente direttamente “dalla” televisione, tanto che l’intervento televisivo può essere anche il primo passo verso l’ingresso nel partito (ultimo, ma non isolato, caso quello di Therese Salemi, la giovane fashion blogger e aspirante politica che dice di aver sempre votato Berlusconi, e che, ha detto al Corriere della Sera, deve il suo sbarco nelle truppe di Forza Italia a un intervento ad “AnnoUno”.

 

Il caso fortunato, rieccolo. Ma caso ha voluto che gli “imbarcati” dal Movimento cinque stelle del 2013, per usare le parole di Grillo, non fossero proprio tutti adatti al Palazzo, e anzi in parte fossero stati sedotti dalla promessa sottesa a quel clic “dal basso”, a quella “democrazia” del casting online che permette a tutti di essere deputato (ma poi sono dolori). E quante volte si sono uditi i vecchi dirigenti dell’ex Pci-Pds-Ds e ora Pd borbottare sul “livello” (basso, va da sé) di alcuni newcomers, e la parola “livello” dice tutto? (Su questo giornale, nel 2008, Francesco Cundari aveva raccolto i ricordi e la saudade degli ex allievi delle Frattocchie: “…Tutti quanti… ne ricavarono un’inguaribile nostalgia per corsi, riunioni, assemblee e seminari come si svolgevano allora, in quella grande villa ottocentesca – con tanto di piscina e ping pong, con la grande mensa comune e quel terribile vino bianco dei Castelli – all’Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti…”, per arrivare al quale “l’unica indicazione era un cartello sull’Appia con scritto semplicemente: ‘km 22’, e a quel punto si sapeva che bisognava girare a sinistra e prendere una salita che s’inerpicava nel verde, sulla via di Albano…”). E in quell’“andavamo alle Frattocchie”, già in epoca pre-Renzi, si percepiva molta perplessità per le liste “beautiful”, per le convention, per i loft, per chi non aveva seguito il cursus honorum interno di sezione (possibilmente sezione Mazzini, quella di Massimo D’Alema). Lontani erano pure i tempi gloriosi del “Portaborse”, protagononista del film di Daniele Luchetti con Nanni Moretti, ma pure figura mitologica della possibile scalata alla politica: uno si metteva dietro a un politico (scegliendo la corrente, nel caso dell’ex Dc) e magari, seguendo seguendo, anno dopo anno, poi passava dalla retrovia alla prima persona (sul modello dell’eterno assistente universitario con il professore di ruolo).

 

[**Video_box_2**]“Dal ’92-’93” in poi”, dice Giovanni Orsina, storico alla Luiss, “abbiamo visto sgretolarsi gradualmente tutte le strutture di formazione e selezione della classe politica, anche se quella dell’ex Pci è sopravvissuta più a lungo, come ultimo residuo della Prima Repubblica. E’ saltata la legittimazione che quelle strutture avevano, ed è stata spazzata via l’idea che il ruolo di chi fa politica è un ruolo che ti costruisci sul campo. Una tendenza comune ad altri paesi europei, solo che noi siamo andati più avanti, arrivando alla desertificazione della classe politica: ed ecco la cosiddetta ‘società civile’ selezionata con strumenti differenti rispetto al passato. Ma se questa selezione la si vuole fare con criterio, permettendo poi al selezionato di maturare, allora ci vuole un apparato”. Forza Italia, a più riprese, ha tirato fuori le scuole-giovani che però non hanno avuto molto successo come canale di reclutamento; il Pd, invece, come si è detto, si barcamena tra vecchio e nuovo modello. “In Forza Italia si è vissuti per anni all’ombra di Berlusconi”, dice Orsina, “e nel Pd all’ombra del passato. Il luogo a cui tornare, l’ancoraggio, la base di sicurezza: in entrambi i casi era come avere un esoscheletro che ti tiene in piedi ma ti impedisce di muoverti. Tolto quello, puoi muoverti, ma fai fatica a stare in piedi”. Ma il punto vero, dice Orsina, è che “tutto il discorso contro il professionismo politico, per il rinnovamento, contro il cursus honorum, sia nella Forza Italia post Berlusconi sia nel Pd di Renzi, ha un aspetto anche mostruoso di strumentalità al leader”. A casa Grillo l’ingombro della leadership originaria, lo si è visto in questi giorni, non può essere eluso: per un Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, che esultava forse troppo presto all’idea di parlamentarie fatte meno a casaccio (“finalmente Grillo ha capito che la Rete non risolve tutto”, diceva alla Stampa qualche giorno fa), c’era un Grillo che ricordava agli astanti, sul suo blog, che per candidarsi non è cambiato nulla. Abbiamo scherzato. Ho scherzato. Ho detto che si cambia e però non su questo punto. Grillo lo può fare. Solo che ora il suo partito degli “uno vale uno” è pieno di gente che, dopo due anni sul campo, dopo aver lavorato sui problemi, fa capire Pizzarotti, vorrebbe che andassero avanti gli “uno” un po’ più qualificati degli altri. “Come salvare la qualità dentro la quantità”, dice Orsina, “è un tema che percorre tutta la riflessione liberale otto-novecentesca, da Alexis de Tocqueville a Ortega y Gasset. Pensatori che avevano precorso i tempi. Oggi siamo infatti arrivati all’impossibilità di costruire catene gerarchiche, persino in campi apparentamente più neutri: si pensi all’assurdo dei giudici che condannano i geologi perché non hanno previsto un terremoto. Come si fa, poi, a pretendere che un politico indebolito e delegittimato a prescindere come categoria risolva e decida?”. 

 

Chi ha scelto la via del “dàgli” al politico di professione, vedi i Cinque stelle, deve però ora fare i conti con la necessità di strutturarsi in un partito che, come da programma per “Italia cinque stelle”, la kermesse di Imola prevista per metà ottobre, mira a “governare” (“Grillo è populista, il M5s sempre meno”, ha scritto Marco Tarchi sul Fatto quotidiano martedì scorso). Elisabetta Gualmini, professore ordinario di Scienza politica a Bologna, già presidente dell’Istituto Carlo Cattaneo e ora anche vicepresidente della Regione Emilia-Romagna per il Pd, il fenomeno Grillo l’ha studiato dall’inizio (per il Mulino, nel 2013, ha pubblicato con Piergiorgio Corbetta il saggio “Il partito di Grillo”). Di fronte al falso allarme sulle parlamentarie online cancellate e subito riconfermate con grancassa, Gualmini dice: “Grillo sa che quanto più resta vicino all’ortodossia tanto più viene apprezzato”. E in effetti non c’è intervista in cui il presidente a Cinque stelle della Vigilanza Rai e membro del Direttorio di M5s Roberto Fico (per esempio su Repubblica, qualche giorno fa) non santifichi la “coerenza” degli eletti. “Grillo ha il problema di non poter smentire senza conseguenze uno dei principali assunti dei movimenti populisti”, dice Gualmini: “L’idea dei cittadini scelti da cittadini, dell’uomo qualunque che può occupare le istituzioni. Se Grillo rovesciasse questo assunto verrebbe meno l’identità del movimento, anche se si potrà arrivare, come sperano molti cinque stelle, a una forma meno ‘pura’ di parlamentarie online. Ma è proprio l’aderenza a questo schema ‘cittadino sceglie cittadino’ a premiare Grillo nei sondaggi”. Per Gualmini anche il “mito berlusconiano degli inizi aveva qualcosa di questo schema: gli uomini del fare, i distanti dalla politica. “Ma se all’inizio puntare su queste persone faceva parte di una strategia, quando i partiti personali entrano in crisi si brancola nel buio. E il centrodestra dovrà passare dalle primarie”. E però nel centrodestra, in questi giorni, si parla piuttosto di “curricula” esaminati anche “provando” i futuri politici in tv. “Io penso che le competenze in politica servano”, dice Gualmini, “ma in un’epoca in cui non ci sono più le sezioni o i circoli devi comunque avere una via di contatto con l’elettorato, nel centrodestra come nel centrosinistra. I cittadini oggi sono elettori volatili, che si spostano anche seguendo delle facce. E infatti il centrosinistra, nel declino del modello di partito di massa fondato sull’organizzazione capillare burocratica nei territori, non ha potuto risparmiarsi la ricerca di strumenti diversi di reclutamento, tanto che Renzi senza primarie non sarebbe mai emerso”.
Nel tramonto di un mondo, senza più maestri da seguire, “ognuno cerca di attrezzarsi come può”, dice Alessandro Campi, docente di Storia del pensiero politico a Perugia, convinto però che “tutti gli strumenti messi a punto fino a oggi non diano garanzie rispetto alla qualità del personale politico. Garantiscono sulla fedeltà, magari. Danno una parvenza di selezione democratica. Ma poi non consentono di creare una catena di controllo vertice-periferia, esigenza comunque fondamentale per un’organizzazione che non voglia fallire, come si è visto per il M5s”.

 

Di quali strumenti dotarsi, allora? La questione tormenta chi si muove ai piani alti dei partiti, di destra e di sinistra. “Forza Italia”, dice Campi, “è stata un’antesignana della selezione dei gruppi dirigenti in base alla resa televisiva. Ora si attinge direttamente alla fonte, prendendo la persona dal talk-show. Ma se l’esigenza è dotarsi di un personale politico all’altezza delle difficoltà che si possano presentare, questo metodo non è adatto. E se il modello della scuola di partito non è più proponibile, legato com’è a un tipo di partito-chiesa che non esiste più, c’è la via di mezzo, come insegnano altre democrazie dove le strutture di partito sono rimaste, aggiornandosi ma non prescindendo dal fatto che le carriere politiche si costruiscono partendo dai rami bassi, sulla base dell’esperienza. Non c’è più vincolo ideologico, ma ci può essere garanzia di professionalità e coerenza data dal fatto che ci si è messi alla prova negli anni. La via opposta, prendere gente inesperta e buttarla nell’agone, ha un costo di avviamento proibitivo, e crea diseconomie”. Secondo Campi si dovrebbe “recuperare l’idea, a un certo punto circolata anche in Forza Italia, “di andare a cercare il nuovo personale politico tra i giovani che hanno dato buona prova nelle amministrazioni locali, dove si capisce come funziona la macchina burocratica e si apprendono le scaltrezze della vita assembleare, dal consiglio comunale in giù. Ma tutto questo presuppone un orizzonte temporale che nessuno, oggi, sembra più voler contemplare. Si vive in un eterno presente, nel turbillon effimero di persone che entrano, escono e si bruciano nell’arco di un mese o di una settimana”. Ed è questo, dice Campi, “il vero deficit mentale di cultura politica”. Intanto nei talk versione estiva le facce nuove si affannano per ben figurare, nel perenne provino e illusione ottica di perfetta democraticità.

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