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Così Repubblica scopre, senza poterlo dire, la difficoltà di essere renziani

Dal lavoro alla giustizia. Perché il quotidiano di Ezio Mauro è costretto ad affidare ai Felice Casson il compito di dare la linea ai lettori disorientati di Rep.

31 Luglio 2015 alle 13:28

Così Repubblica scopre, senza poterlo dire, la difficoltà di essere renziani

Il direttore di Repubblica Ezio Mauro (foto LaPresse)

Il No alla richiesta d'arresto per il senatore Azzollini "lo considero un segno di maturità perché i senatori non sono passacarte
della Procura di Trani". Matteo Renzi interviene in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo le polemiche di parte della minoranza parlamentare e interna al Pd per la decisione di Palazzo Madama dei giorni scorsi di respingere la richiesta di arresti domiciliari pervenuta dalla Procura di Trani. La misura cautelare era stata chiesta nell’ambito di un’inchiesta sul crac da 500 milioni della casa di cura Divina Provvidenza (CdP) di Bisceglie (Bari), di cui Azzollini è ritenuto amministratore di fatto.

 

"Ho molta fiducia nei senatori. Non si sta parlando del bar dello sport. Qui si sta parlando della libertà o della privazione della libertà di una persona", ha detto il presidente del Consiglio, aggiungendo: "Il Pd è quel partito che quando si è trattato di mandare in galera un proprio deputatolo lo ha fatto perchè non riteneva ci fosse fumus persecutionis".


 

 

 

Vorrei ma non posso, allora forse meglio che ne parli tu. Ogni volta che il Partito democratico mostra al pubblico la sua anima più garantista, meno manettara, meno moralista, a Repubblica i cronisti vanno nel panico, la direzione si sente spiazzata e periodicamente i lettori del quotidiano diretto da Ezio Mauro si chiedono, evidentemente, come sia compatibile il Pd versione salvataggio Azzollini con la Repubblica delle dieci domande, degli appelli di Saviano, delle intercettazioni a strascico, della teoria, nota, che ciò che dice un pm non è sentenziabile, non è interpretabile, non è criticabile ma, grosso modo, coincide con ciò che dice il vangelo. Si capisce, dunque, che di fronte a un partito guidato da un leader piuttosto coccolato da Rep. non ci si capaciti di come sia possibile che questo partito osi mandare a quel paese una procura, dando la possibilità ai suoi senatori di rivendicare la scelta, e che per questo oggi gli amici di Largo Fochetti siano nelle stesse condizioni in cui si ritrovarono quando dovettero commentare la riforma del lavoro: appoggiare un leader di sinistra che fa cose che un tempo faceva la destra.

 

In quell’occasione, Rep. scelse di non esprimere in modo chiaro la sua opinione, e da mesi aspettiamo un editoriale di Ezio Mauro che dica: “Che bello hanno abolito l’articolo 18”; oppure: “Che schifo hanno abolito l’articolo 18”, e invece ancora nulla. Allo stesso modo, oggi, il partito della pesca a strascico di Rep. sceglie di affidare la sua opinione sul tema offrendo la parola a Felice Casson, che interrogato da Liana Milella dice, con sobrietà: “Azzollini salvato perché la casta è infastidita dai pm”. Il punto è sempre quello: Repubblica si rende conto che una sinistra moderna non può che essere una sinistra che rottama il giustizialismo, e che a volte fa cose che banalmente in Italia si chiamano di destra (non farsi dettare la linea dai giudici, non farsi dettare la linea dai sindacati); ma per non deludere i suoi lettori prova a raccontare, travestendosi da Fatto Quotidiano, che un altro mondo è ancora possibile e che il garantismo, signora mia, non la trionferà. Tutto chiaro e tutto lineare. E a questo punto non resta che prepararsi a leggere nei prossimi giorni una bella intervista alla tessera numero uno della Repubblica del moralismo: la compagna Debora Serracchiani. Nel frattempo, la nostra piena e totale solidarietà a Repubblica, costretta a dover fare i conti con il proprio beniamino che giorno dopo giorno fa diventare patrimonio della sinistra ciò che Repubblica aveva raccontato essere da sempre patrimonio della destra becera e cialtrona.

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