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Segnali di vita nel deserto del centrodestra

Le indicazioni programmatiche da seguire per non diventare, prodianamente, l’Unione di centrodestra

17 Luglio 2015 alle 17:30

Segnali di vita nel deserto del centrodestra

Da quando la dissidenza di Gianfranco Fini avviò il processo di implosione del Popolo delle Libertà, che rappresentava il momento di massima di coesione almeno formalmente raggiunto dal centrodestra, si sono moltiplicati i tentativi e le velleità scissionistici, tutti naturalmente camuffati da “nuovi” centri di aggregazione. E’ un fenomeno apparentemente simile a quello che ha travagliato per un secolo la sinistra italiana, ma senza il carattere ideologico e il peso dei collegamenti (e delle sudditanze) internazionali. Oggi il centrodestra riesce a federarsi solo in (alcune seppure rilevanti) competizioni elettorali locali, il che dimostra che numericamente è tuttora competitivo. E’ abbastanza naturale che in una situazione di questo tipo si presentino soggetti che puntano a raccogliere i consensi perduti convogliandoli su una prospettiva della quale l’unico punto certo è l’identità del capo fazione proponente. Non mancano i riferimenti internazionali, da quello di Raffaele Fitto ai conservatori britannici, dell’area berlusconiana ai repubblicani americani, della Lega di Matteo Salvini al Front national francese, dei seguaci di Angelino Alfano e degli altri centristi al Partito popolare europeo. Si tratta però di riferimenti piuttosto posticci e, nella maggior parte dei casi, istituiti in modo unilaterale e con soggetti che hanno già risolto, magari da secoli, il problema dell’unificazione dei moderati e dei conservatori, che da noi, invece si è realizzata, in forme diverse, solo con l’esperienza democristiana prima e con quella berlusconiana poi.

 

Così il centrodestra pare un deserto politico affollatissimo di soggetti che urlano in quel deserto ma non si ascoltano tra di loro. Il traino che seppe esercitare a suo tempo Silvio Berlusconi era determinato soprattutto dalla sua forza elettorale autonoma, ma ora che manca questo ingrediente la tendenza prevalente è quella alla differenziazione, che in sostanza consegue dalla subalternità al renzismo, persino in una fase calante dell’attrazione del premier. Per risalire la china sono utili le indicazioni programmatiche, del tipo di quelle raccolte dal Foglio oggi tra i giovani amministratori aderenti a Forza Italia, che sottolineano l’orientamento antistatalista, antifiscalista e antiburocratico che anima tutte le versioni del centrodestra.

 

[**Video_box_2**]Serve però anche un ancoraggio in positivo, una opzione maggioritaria e di governo, della quale ci sono solo sprazzi nelle esperienze unitarie di amministrazione regionale e locale. Partendo da queste due correnti si può provare a ricostruire o meglio a costruire nelle condizioni attuali una prospettiva che unisca moderati conservatori e arrabbiati, ma questo richiede in primo luogo una considerazione umile e realistica dell’inadeguatezza delle singole proposte in campo, senza la quale risulta inevitabile la coazione a ripetere gli errori e i processi secessionistici del recente passato e del desolante presente.

 

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