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Mafia capitale, storia di una no news

Il massimo romanzo criminale, qui a Roma, fu quello della Banda della Magliana e non è finita bene. Il resto del racconto è una storia di rubagalline, coatto in eccesso, “strozzo” e magna magna.

7 Giugno 2015 alle 06:02

Mafia capitale, storia di una no news

Il sindaco di Roma Ignazio Marino risponde in prefettura alle domande dei cronisti sull'inchiesta denominata "Mafia Capitale" (foto LaPresse)

Viviamo tempi in cui il verbalizzato diventa impaginato automatico. La robotizzazione della cronaca ha strabilianti conseguenze tipografiche. Eccoli, davanti a me, i titoloni su Mafia Capitale e gli strilli sul nuovo Sacco di Roma. C’è una cupola sotto al Cupolone! E c’è una banda di predoni che s’arricchisce alle spalle del povero cittadino in coda sul Grande Raccordo Anulare. La storia è maestra di Vita Capitale e la letteratura che l’accompagna è il regalo di questo passato che si snoda per duemila anni fino ai giorni nostri. E’ la biografia di Roma, il racconto dell’Italia. Il Sor Buzzi e i suoi compari non hanno innovato un bel niente. Praticavano “lo strozzo”, attività che il Belli descriveva come l’ascesa verso il grande decisore, colui che disponeva, ordinava e risolveva il caso. Burocrazia de noantri che si risolveva con una scalata perché “la strozzata s'ha da spigne all'inzù de mano in mano”. Dunque, no news. Sistemare l’immigrato è pratica burocratica, nient’altro che questo. E il Sacco di Roma? La retorica ha i suoi momenti di pura comicità e i suoi vuoti di memoria e tragicità. Quale sacco? Quello del 390  dei Celti? Quello del 410 dei Visigoti guidati da Alarico? Quello del 455 dei mai dimenticati Vandali? Quello del 472 del goto Ricimero? O forse quello dei Saraceni nel 846? E i Normanni nel 1084 che fecero? Il picnic all’Ara Pacis? E non parliamo dei lanzichenecchi di Carlo V D’Asburgo nel 1527. La famosa “calata” per chiunque abbia un flashback sui banchi di legno della scuola elementare. E voi, cari cronisti dell’oggi, profeti del verbale in questura, vorreste mettere insieme a questi il Sacco di Carminati? Avete presente Tredicine? Con quel nome, non poteva certo lanciare lo Shuttle. Il suo commercio romano è fatto di ambulanti, caldarrostai figli dei monsoni del subcontinente indiano, un monopolio dell’angolo perfetto, belvedere per lo smercio della bibita, del panino postconfezionato, del tramezzino, del supplì.

 

E’ un festival della chincaglieria, il centro di Roma. Alla Fontana di Trevi mancano solo Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe e Pinocchio che scappa inseguito dai Carabinieri. A Piazza del Pantheon si vende in nero tutto il finto e il vero, il possibile e l’impossibile e non si vede un pizzardone all’opera per regolare tutto questo traffico. Il dedalo del Tridente, cittadella della storia, della cultura, arena della politica, è una fiera di tavolini che s’allungano su ogni centimetro di marciapiede, la teoria e tattica dell’invasione del sanpietrino. Sedie bicolorate, pieghevoli e fisse, tavolini di legno scandinavo, plastica e metallo si spostano come truppe napoleoniche mentre il Papa recita l’Angelus in Piazza San Pietro. Fioriscono funghi invernali per riscaldarsi da un inverno che non arriva mai, spuntano macchine del gas, le zone pedonali sono eternamente motorizzate. Tutto a posto.  Quando dirigevo Il Tempo, mi occupai della faccenda, ne uscirono impaginati un po’ d iarresti e dimissioni nel corpo alto e basso, magro e grasso, dei vigili urbani dell’Urbe. Toh! anche tra i tutori della legge si praticava “lo strozzo” dei tempi remoti.  Non c’era bisogno di Buzzi e Carminati per scoprire la natura dell’amministrazione romana e in fondo fu l’Espresso a certificare che se la Capitale è corrotta allora la nazione è infetta. La coop dell’immigrazione non è mafia, ma una delle tante (dis)organizzazioni di cui si nutre il sottopancia della Capitale. Come in un ciclo della storia, a turno vengono portate a galla da una “retata”, parola non a caso strillata oggi dalla prima pagina del Messaggero. Roma è un grande fienile, la sua biada è grassa e a disposizione di chiunque trovi il modo di saltare il recinto della fattoria. E’ un percorso con barriere create ad hoc perché “la strozzata s'ha da spigne all'inzù de mano in mano”. E’ una corsa a ostacoli dura, spietata, dove – direbbe Gordon Gekko – non “serve un laureato a Harvard, ma gente povera, furba e affamata”. Il darwinismo romano è la cosa più crudele che abbia mai visto in vita mia. Stelle e stalle si confondono, se ti invitano in terrazza o in un salotto, non sai mai se stai chiacchierando con un brillante imprenditore o un candidato a entrare a Regina Coeli per qualche fattaccio.

 

E’ il giro del denaro che scorre dal porto fluviale dell’Antica Roma fino al Foro. Sono i “zecchini e ddobboloni” del Belli che vanno e vengono da duemila anni, prima della mafia, dell’antimafia e di tutte le creative fattispecie di reato che si vogliono applicare a questa storia di collettivizzazione delle perdite di bilancio e di guadagno elettorale.

 

[**Video_box_2**]Eccola, la politica. Avanza in bicicletta il marziano a Roma, Ignazio Marino. Divenne sindaco sulle macerie dell’Alemanneide, veste la fascia tricolore di un Comune la cui assemblea è un misto tra il ring di wrestling e i Cesaroni. In mezzo, la magistratura, con un sottofondo da Tutti Dentro, un riverbero familiare della voce di Alberto Sordi nella parte del giudice Annibale Salvemini, zelante, preciso, inesorabile che va ai titoli di coda della sua vicenda con una frase surreale: “Spero che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti”. Che ne sapete voi di Roma, diceva lo sguardo di Matteo Orfini mentre dettava la linea del Pd romano: “No alle dimissioni di Marino”. Siamo ai vuoti (e voti) a perdere. Tutti per uno, nessuno per tutti. Il sottotesto è da guinness del manicheismo: se sei contro Marino sei contro l’Antimafia, ergo... Una stupidaggine che cozza contro la storia del Pd romano, fatta di un certo pragmatismo, eccellenti rapporti con i costruttori, gli appaltatori, le cooperative, il pascolo sempreverde delle municipalizzate, la cultura come macchina del catering elettorale. Marino deve dimettersi perché non ha visto lo smazzettamento della solidarietà? Ma per favore, siamo seri. Buzzi andava a pranzo e a cena con tutti, la sua manovalanza era preziosa, carne da cannone elettorale e tutti la volevano grigliata a puntino sul piatto delle elezioni comunali, provinciali, regionali. La tragicommedia di Marino è fatta di una Capitale a cui mancano solo le vacche in mezzo alla strada per somigliare a Calcutta, il resto c’è tutto. Le strombazzate rivoluzioni cascano nelle buche, nei tombini, affogano nella spazzatura di cui ogni cittadino può fornire selfie. Provate a far svuotare regolarmente il cassonetto nel vostro quartiere, se vi riesce. Sono cose che fanno twittare di rabbia anche Bruno Vespa. E’ più facile vincere alla lotteria di capodanno. La mafia? Qui avrebbe problemi a organizzare il consenso. Troppa disorganizzazione. Il massimo romanzo criminale fu quello della Banda della Magliana e non è finita bene, il resto del racconto è una storia di rubagalline, coatto in eccesso, “strozzo” e magna magna. Roma non è granitica, si compone e decompone in storie diverse, arruffate. Lasciate perdere i verbali di Buzzi e Carminati, rileggete Ennio Flaiano, eccola qui, la Capitale, in questo quadretto di familiare fosforescenza: “Famiglia romana con padre liberale e figlio maggiore comunista, minore fascista, zio prete, madre monarchica, figlia mantenuta: si sfidano tutti gli eventi”. Daje.

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