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I fagiani del Campidoglio

Capitale mafiosa, nazione assuefatta. Non illudetevi, per mantenere un regime nulla è più efficace che banalizzarlo. E così sta avvenendo, da almeno vent’anni a oggi, come dimostra l’inchiesta tonitruante e un po’ stracciacula sulla vera o presunta Banda del malaffare politico-romano che a quelli della Magliana gli avrebbe al massimo spicciato casa.

5 Giugno 2015 alle 16:40

I fagiani del Campidoglio

Il Campidoglio, a Roma (foto LaPresse)

Capitale mafiosa, nazione assuefatta. Non illudetevi, per mantenere un regime nulla è più efficace che banalizzarlo. E così sta avvenendo, da almeno vent’anni a oggi, come dimostra l’inchiesta tonitruante e un po’ stracciacula sulla vera o presunta Banda del malaffare politico-romano che a quelli della Magliana gli avrebbe al massimo spicciato casa.

 

Inchiniamoci pure al dottore procuratore Pignatone, ci mancherebbe, ma non beviamocela, di grazia, la storia di una palingenesi a portata di mano, di una Cosaccia nostra a metà tra Corleone e Cetto Laqualunque finalmente strozzata ed esibita a mezzo stampa come un capitolo nuovo della rivoluzione morale in corso. Roba per palati grezzi e pentastellati, tricoteuses annoiate e fanfattisti quotidiani. Il sospetto, anzi, è che uno sbadiglio li seppellirà. E’ la reazione più sensata, sia pur crepuscolare, che la così detta opinione pubblica tutta-viscere-e-particulare riserva alla fanfara dei poliziotti di complemento, agli sbirro mediatico-giudiziari, agli allarmisti in servizio permanente e ineffettuale. Tangentopoli dovrebbe aver insegnato qualcosa, i furbetti del quartierino dovrebbero aver demistificato abbastanza, il Mose e l’Expo non vi dico, e da parecchi mesi ormai anche i fagiani del Campidoglio (le oche benedette ammonivano i Quiriti del barbaro alle porte, questi di oggi sono volatili striduli e goffi da far ridere): non è che la delinquenza non esista, non è che al dettaglio manchino gli affaristi della minor specie e gli ingollatori di tangenti; il fatto è che disegnarli all’ingrosso per ciò che non sono, costruire un clima di emergenza corruttiva diffusa e sistematica, con un profilo di criminalità organizzata paragonabile alla geometrica potenza di fuoco stragista dei Riina e dei Provenzano, finisce col rendere l’ossessione peggiore della malattia. L’effetto assuefazione che ne discende, spesso alimentato da sentenze destinate a smentire o a ridimensionare il quadro accusatorio dei pubblici ministeri, si combina con una sempre più larga diffidenza verso le intenzioni dei togati.

 

[**Video_box_2**] I casi umani e politici di Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia, gli insuccessi seriali ottenuti da Henry John Woodcock, la suprema irrilevanza del dottor Gribbels e della sua setta a cinque stelle: stanno lì a dimostrare che sul teorema della nazione infetta tutt’al più si possono costruire piccole o grandi notorietà, rendite effimere, traiettorie narcisistiche per astri stagionali e stelle cadenti, ma nulla di più. In altre parole: il cittadino-elettore e il conformista naturale hanno smesso di premiare la dottrina del moralismo in armi. Non credono nelle possibilità autorigeneranti della politica, è vero, ma se gli promettete la mafia e poi gli servite un brodino, se gli sventolate Robespierre e poi gli rifilate Pietro Grasso, il massimo che potranno fare sarà stracciare la tessera elettorale e attendere la prossima carovana di arresti e latrati d’indignazione.

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