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Salvini è davvero il nuovo Bossi?

Nel vuoto politico che si è creato nello spazio di centrodestra dopo l’implosione del Popolo della libertà, si è affermata la presenza della Lega rifondata da Matteo Salvini, dopo la profonda crisi che quel movimento aveva subìto in seguito al crollo del mito del fondatore Umberto Bossi.

12 Maggio 2015 alle 14:55

Salvini è davvero il nuovo Bossi?

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Nel vuoto politico che si è creato nello spazio di centrodestra dopo l’implosione del Popolo della libertà, si è affermata la presenza della Lega rifondata da Matteo Salvini, dopo la profonda crisi che quel movimento aveva subìto in seguito al crollo del mito del fondatore Umberto Bossi. Questo fenomeno controcorrente, di una proposta nata nell’ambito del centrodestra che resiste al crollo di quel sistema, è stato un po’ frettolosamente etichettato come “antisistema” e considerato in sostanza come una ripetizione dall’altra parte della barricata del fenomeno elettorale del movimento di Beppe Grillo. Per approfondire l’analisi è utile consultare un ebook dedicato alla figura del segretario della Lega uscito l’8 maggio: "Matteo Salvini il militante", scritto da  Alessandro Franzi e Alessandro Modron (edito da Goware, scaricabile per 4,99 euro).

 

Scorrendo la parte biografica del testo si scopre che l’innovazione più rilevante apportata da Salvini alla proposta leghista, la rivendicazione insistita della sovranità nazionale dell’Italia (non della Padania), si scopre che già da giovanissimo esponente della Lega nel consiglio comunale milanese eletto nel 1993, Salvini “si definiva ‘cattolico’, ‘federalista’, ma ‘no, niente secessioni’. ‘Anzi - aggiungeva il futuro segretario della Lega – io dico che bisogna dare una mano al sud: la strada però è quella dei contributi alle piccole e medie imprese, non quella dell’assistenzialismo’.” D’altra parte aveva dedicato la sua tesina presentata per l’esame di maturità alla questione meridionale.

 

Naturalmente poi Salvini, diventato leader del movimento giovanile della Lega, seguì tutte le giravolte di Umberto Bossi, ma il suo tratto personale consisteva nell’attenzione a tutto quello che veniva dal “basso”, in una capacità di ascolto della base leghista che massimizzò poi come direttore di Radio Padania, dove nel suo filo diretto e senza filtro con gli interlocutori non evitò di mettere in evidenza anche gli aspetti più umorali e radicali. Nelle farsesche “elezioni” del parlamento leghista di Pontida, a lui toccò di rappresentare la lista del leghismo comunista, in una parodia dell’arco parlamentare vero, il che sembra difficilmente compatibile con le sue attuali frequentazioni dell’estrema destra italiana ed europea.

 

A chi gli fa notare questa contraddizione, Salvini replica che non ha più senso la battaglia tra fascismo e comunismo, fenomeni storici ormai superati e incapaci di fornire risposte ai problemi attuali.

 

Salvini fa parte di quella generazione di esponenti politici che si è affermata dopo la fine della “guerra civile europea”, che ha caratterizzato il secolo breve, dalla Rivoluzione d’ottobre allo scioglimento dell’Urss, la cui conclusione spinse Francis Fukuyama a elaborare la tesi iperbolica della “fine della storia”.

 

Salvini, invece, sta con i piedi piantati nella nuova storia, come gli altri esponenti di successo della scena politica, il che naturalmente può rendere priva di prospettiva storica la sua visione, il che sollecita le polemiche che si rivolgono contro i suoi atteggiamenti più contundenti e le sue vicinanze più spericolate. Questa idiosincrasia per i riferimenti (e i miti) della “storia condivisa”, che già aveva sperimentato nella campagna polemica di Radio Padania contro il Risorgimento, ora lo ispira nella sua battaglia contro l’Unione europea e i rischi di islamizzazione. Su quest’ultimo punto, che lo vide essere il primo e allora abbastanza solitario entusiasta del libro di Oriana Fallaci, “La rabbia e l’orgoglio”, che distribuiva a centinaia di copie durante i suoi appuntamenti elettorali, Salvini ha anticipato, nel suo modo diretto e rozzo (“se va avanti così la metà dei bambini milanesi si chiamerà Mustafà” è un esempio del suo eloquio colorito) una tematica che poi è diventata centrale nel confronto anche culturale europeo. Naturalmente non si può paragonare la profondità intellettuale della lezione pronunciata a Ratisbona da Benedetto XVI con le contumelie piuttosto becere di Salvini, ma è un fatto che la tematica affrontata con una certa lungimiranza è la stessa.

 

La battaglia antieuropea, che rappresenta il punto centrale, insieme a quella contro “l’invasione” dei clandestini, della nuova Lega, al di là della semplicifazione sloganistica, contiene come nucleo fondamentale la riscoperta del principio di interesse e di sovranità nazionale. Guardando “dal basso” gli effetti del processo di integrazione continentale, Salvini legge nell’euro e nelle procedure europee di controllo dei bilanci e di imposizione dell’austerità, la causa principale del depauperamento dell’economia italiana. In questo fa proprio un senso comune assai diffuso, anche se naturalmente privo di controprove, visto che nessuno può dire quale sarebbe stata la sorte di un’Italia esclusa dalla moneta unica.

 

Le preoccupazioni e le denunce dei danni che subisce l’interesse e la sovranità nazionale a causa degli interventi dell’eurocrazia o della politica estera dell’Unione sono invece più fondate. La guerra alla Libia a sostegno di un fantomatica primavera araba e le sanzioni alla Russia dopo la crisi ucraina, visti dall’osservatorio della comunità e delle imprese nazionali, procurano solo danni, in termini di colossali flussi migratori e di restringimento di opportunità di mercato.

 

La base della rivendicazione identitaria della Lega, che Salvini sta cercando di ampliare dall’orizzonte padano a quello nazionale, è la protesta contro i vincoli burocratici e fiscali che opprimono le famiglie e le imprese. Questo è il terreno sul quale Salvini è riuscito ad attirare consensi prima orientati verso le altre formazioni di centrodestra, e resta comunque quello tipico di quest’area, anche se viene interpretato in forme tutt’altro che “moderate”, in uno stile che risente anche della situazione di incertezza e di insofferenza che caratterizza settori rilevanti dei ceti medi.

 

[**Video_box_2**]Resta l’interrogativo sulla capacità di Salvini di accompagnare all’indubbia capacità propagandistica identitaria una agilità tattica che possa contribuire alla costruzione di un sistema di alleanze competitivo, che renda la campagna di opposizione a Matteo Renzi una prospettiva politica e non una semplice deprecazione. Salvini si è dedicato con tenacia da militante alla costruzione di una base sociale a sostegno della sua politica, e in questo forse ha lavorato meglio dell’altro Matteo. Questa attività costante e alcune intuizioni sulle tendenze profonde del ceto medio gli hanno consentito di uscire indenne dal terremoto che ha devastato il centrodestra. A differenza di Grillo, il suo competitore fondamentale nella conquista del voto di protesta, Salvini dice di essere intenzionato a costruire alleanze di governo, ma per ora su questo terreno si è limitato ad indicazioni generiche, spesso contraddette da una pratica tutt’altro che inclusiva, che ha provocato anche crepe all’interno del suo stesso movimento, come dimostra la secessione veronese di Flavio Tosi.

 

E’ in questo campo scivoloso e complesso che si vedrà se la Lega di Salvini saprà emulare i successi politici di Bossi o se resterà rinchiusa nel recinto vociante delle presenze antisistema.  

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