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Tra palco e realtà

Dove arriverà quel partito degli ex premier che si muove alle spalle di Renzi

L’uno dice che “il riformismo è altro dal partito della nazione, io preferivo il metodo di Letta a quello di Renzi”, l’altro spiega che “la narrazione di Renzi non aiuta a stare meglio: è metadone” e che “esprimere dubbi sull’opportunità di approvare le riforme elettorali a maggioranza risicata è buon senso”.

25 Aprile 2015 alle 06:18

Dove arriverà quel partito degli ex premier che si muove alle spalle di Renzi

Romano Prodi con Enrico Letta

Roma. L’uno dice che “il riformismo è altro dal partito della nazione, io preferivo il metodo di Letta a quello di Renzi”, l’altro spiega che “la narrazione di Renzi non aiuta a stare meglio: è metadone” e che “esprimere dubbi sull’opportunità di approvare le riforme elettorali a maggioranza risicata è buon senso”. Entrambi hanno un libro da promuovere, e questo spiega forse l’attivismo comunicativo, ed entrambi, il prossimo 5 maggio si presenteranno insieme all’auditorium di via Veneto, a Roma, in un dibattito dal titolo: “Italia di ieri e Italia di oggi”. E intorno a Romano Prodi ed Enrico Letta si addensa la curiosità del Palazzo e del Pd, dei giornalisti e del ceto politico di una sinistra che governa l’Italia, ma che pure soffre e si contorce, avvolta e stravolta dal novismo di Renzi. “Trovo interessante l’idea che l’alternativa a Renzi possa nascere fuori dal Parlamento”, ha detto pochi giorni fa al Foglio Stefano Fassina, uno dei leader della sinistra democratica. Ma questa alternativa è ancora una nebbia nella quale per lo più sorgono sirene e miraggi, mormorii e suggestioni, che pure accendono l’interesse, diventano oggetto di occhiute speculazioni e sguardi concetrati, intesi a decrittare ogni minima oscillazione. E a Montecitorio i deputati non parlano d’altro. “Renzi ha dimostrato di saper perdere, quando fece quel bel discorso dopo le primarie. Ma adesso sembra non saper vincere”, dice un centrista del Pd, Giacomo Portas. “Chissà che sta facendo Letta… Secondo te che fa Enrico?”. E così è tutto un mormorare nei cappannelli del Transatlantico, mentre fuori del Parlamento si agita il gruppo degli ex premier, Prodi e Letta, dei quasi premier (Pier Luigi Bersani), e pure del solito Massimo D’Alema, che giovedì sera, a Reggio Emilia, accarezzava le sue rabbiose agonie: “Renzi avanza per sgradevoli forzature. Guerini faceva parte della corrente andreottiana della Dc”. Senso: la sinistra è un’altra cosa.

 

Dunque la parola Ulivo torna a far capolino qui e là, nelle parole di Rosy Bindi, mentre Prodi e Letta, con le loro entrature e il loro profilo proiettato da tempo anche oltre i confini d’Italia, al momento appaiono come due interessanti compagni di strada, forse destinati a fare un pezzo di percorso insieme per poi separarsi, ma anche no. L’uno, il più anziano, ha forti addentellati in Russia e tra i paesi emergenti, l’altro è ben inserito nel sistema europeo. Letta fa parte del board di Spencer Stuart, società internazionale di cacciatori di teste, è amico dell’Aspen, a Strasburgo (dove ha studiato) conosce tutti, è un volto familiare a Obama e Merkel, ha rapporti fantastici con Jacques Attali, e adesso diventerà anche professore al Science Po di Parigi, primo passaggio per entrare nell’empireo francese dell’Ena, la scuola responsabile per la formazione dell’alta funzione pubblica francese. “Letta è perfetto per sostituire Renzi a Palazzo Chigi”, dice per esempio Giovanni Orsina, politologo e professore della Luiss.

 

[**Video_box_2**]“Prodi può fare il padre nobile di un nuovo Ulivo, in cui Letta potrebbe entrare con i pezzi della sinistra spintonata da Renzi. Ma Letta è molto di più, ha un profilo totalmente sovrapponibile a quello di Renzi, sia l’uno sia l’altro non sono ‘proprio’ di sinistra. Il che, per Letta, è insieme una fortuna e una disgrazia. E infatti Letta ha delle chance solo se Renzi fallisce, se affonda”. E le ipotesi di un fallimento, certo ancora estremamente fantasiose, sono quella della “crisi interna” e quella della “crisi esterna”. La prima ipotesi (quasi impossibile) è l’impaludamento di Renzi sulla riforma elettorale (o su quella del Senato) cui sembra lavorare la minoranza del Pd. “Se non passa l’italicum il governo cade”, ha detto ieri Renzi. Che succederebbe? Voto, o forse il capo dello stato cercherebbe prima un nuovo governo. La seconda ipotesi è quella di un ritorno prepotente della speculazione finanziaria sul mercato italiano. “In entrambi i casi c’è un solo uomo con l’età, il curriculum e i rapporti giusti, compreso quello con il presidente Mattarella. Ed è Letta”, dice Orsina.

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