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Letta, Renzi e l'ultimo tentativo di rivincita degli sconfitti

Secondo il presidente del Consiglio tanti dei suoi avversari pensano che "adesso o mai più". Per questa ragione Enrico Letta ha deciso di dare l'annuncio delle sue dimissioni dal Parlamento, che verranno date solo a settembre (e sarebbe interessante capire perché proprio in quella data), con tutto questo anticipo

20 Aprile 2015 alle 13:37

Letta, Renzi e l'ultimo tentativo di rivincita degli sconfitti

Pier Luigi Bersani con Enrico Letta (foto LaPresse)

Matteo Renzi, con i collaboratori più fidati, lo definisce l'ultimo tentativo di rivincita degli sconfitti. Il presidente del Consiglio si riferisce all'attacco concentrico dei vari Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta. Ognuno a modo suo, quelli che sono stati rottamati dal premier cercano di dare l'ultimo assalto a palazzo Chigi. Quello che sanno, infatti, è che al di là di tutto, una volta che sarà passato l'Italicum, Renzi sarà ancora più saldo in sella. E allora, anche l'ipotesi, che pure qualche esponente della minoranza del Partito democratico ancora nutre, di giocare sulla non eccellente situazione economica rischia di diventare irrealizzabile. Insomma, secondo il presidente del Consiglio tanti dei suoi avversari pensano che "adesso o mai più". A giudizio dei renziani per questa ragione l'ex premier Enrico Letta ha deciso di dare l'annuncio delle sue dimissioni dal Parlamento, che verranno date solo a settembre (e sarebbe interessante capire perché proprio in quella data) con tutto questo anticipo. Il predecessore di Renzi ha scelto apposta questo momento. Per due motivi. Il primo non riguarda il presidente del Consiglio ma banali quanto prosaici motivi di marketing: quale miglior modo di pubblicizzare un libro che, altrimenti, rischierebbe di mancare di appeal? Il secondo motivo riguarda invece il premier. Annunciare adesso le proprie dimissioni significa rinfocolare la polemica interna al Partito democratico proprio in un momento quanto mai delicato, come la vigilia dell'approdo nell'aula della Camera dei Deputati della riforma elettorale fortissimamente voluta da Renzi. Insomma, da una parte c'è Bersani che cannoneggia da dentro il Parlamento, dall'altro c'è Letta che fa altrettanto, ma da fuori. Ma il bersaglio di questa caccia grossa, ovvero sia Matteo Renzi, non sembra essere troppo preoccupato di questo attacco concentrico.

 

Del resto, perché dovrebbe esserlo dal momento che la minoranza del Partito democratico appare più che mai divisa e che queste differenze emergeranno in tutta la loro evidenza a breve, nell'assemblea degli oppositori interni di Renzi, che è prevista per domani? Infatti, sono sempre più i deputati dell'area riformista che mandano al presidente del Consiglio messaggi, diretti o indiretti, di disimpegno rispetto alla battaglia che intende fare Pier Luigi Bersani. "Non siamo tutti come D'Attorre": è questa, in genere, la frase che viene ripetuta più spesso da chi intende smarcarsi dalla linea dura dei Pasdaran dell'area riformista. Linea dura che, peraltro, non viene appoggiata nemmeno da Roberto Speranza, che pure a causa della sua contrarietà all'Italicum ha rassegnato le dimissioni da capogruppo di Montecitorio. Bob Hope, come lo chiamava il presidente del Consiglio quando i rapporti tra i due erano migliori, voterà comunque a favore della legge elettorale, e con lui molti altri, a cominciare da Cesare Damiano.

 

Se l'ultimo tentativo di destabilizzarlo non lo preoccupa, dal punto di vista dell'esito pratico, perché sa che è destinato a fallire e non certo a indebolirlo a palazzo Chigi, questo non significa però che l'escalation polemica nei suoi confronti dei vari Bersani e Letta non dia fastidio al premier. E questo per un preciso motivo: tutti i sondaggi rivelano come uno dei veri motivi di disaffezione dell'elettorato del Pd al proprio partito è l'alto tasso di litigiosità interna. "La nostra gente non vuole che ci dividiamo", continua a ripetere il presidente del Consiglio. E il fatto che invece il Pd sia lacerato da polemiche più o meno cruente proprio alla vigilia di una campagna elettorale importante impensierisce il premier. Certi comportamenti infatti potrebbero nuocere al Partito democratico nelle urne. E, di conseguenza, nuocerebbero allo stesso presidente del Consiglio.

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