Enrico Letta con Matteo Renzi il giorno dell'insediamento di quest'ultimo a Palazzo Chigi (foto LaPresse)

Enrico, stai sereno

Salvatore Merlo
L’arte di farsi tradire. Veltroni perdonò D’Alema come Berlusconi perdonò Bossi - di Salvatore Merlo

Spassionatamente e con autentica simpatia viene da dirgli: #EnricoStaiSereno, ma sul serio. Renzi lo accoltellò, ammesso che il tradimento esista in politica, lo sappiamo, ce lo ricordiamo, lo sanno tutti. Con toni epici i giornali raccontarono l’intera vicenda come se fosse partorita dalla fantasia di Shakespeare, ché tutto il teatro elisabettiano, come il palcoscenico girevole di Montecitorio, è attraversato da figure di traditori assoluti. Quando accade non è un bello spettacolo, ma va avanti così da qualche millennio. Letta era presidente del Consiglio, regnava, il boy scout ambizioso lo rassicurava, lo consigliava, e gli sorrideva con piglio sbarazzino: #staisereno, appunto. Ma poi: zac! A Palazzo Chigi c’è andato Renzi. E Letta da quel momento è rimasto in silenzio, mentre quelli che gli vogliono bene, da Francesco Boccia a Marco Meloni, si disponevano alla pugna contro il marrano, contro il Riccardo III di Rignano sull’Arno. Guai a lui.

 

Letta invece niente. Muto. Avvolto in un silenzio che sembrava alludere più al distacco che al rancore. Però adesso pubblica un libro con questo sottotitolo: “Comandare non è governare. Se vuoi correre veloce vai da solo, se vuoi andare lontano devi farlo insieme”. E allora cominciamo a pensare che il silenzio di Letta non fosse ginnastica zen, e che esistano molti modi di tradire ma che esistano pure molti modi di farsi tradire. Insomma, essendo la politica diventata un grande spettacolo, bisogna forse anche imparare a farsi tradire per bene. Con grazia, se possibile. E con un pizzico di furbizia. Il tradimento, in politica, è un punto di vista, una condizione abbondantemente retrattile come dimostra la storia. D’Alema soffiò la segreteria del Pds a Veltroni, nonostante questo avesse vinto un referendum. E certo poi Walter – che pure non gliela perdonò – non ha passato il resto della sua esistenza a lagnarsi del tradimento di Massimo. E quando Berlusconi provò a scippargli i deputati della Lega, Bossi lo mandò a quel paese, fece cadere un governo. E gli diede pure del furfante. Ma poi si ricandidò con il Cavaliere, e vinsero le elezioni. Nel suo indispensabile cinismo, l’uomo politico deve governare il distacco dalle emozioni, pronto semmai ad approfittare dell’altrui mancanza di autocontrollo. Dunque: basta concentrarsi su quei trenta denari. Vai avanti, Enrico. #Rifatti una vita!

 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.