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Occhio al fattore C

Disoccupazione su, petrolio giù (e su), euro basso (ma fino a quando?), Quantitative easing (in cambio di riforme). Il refolo di ottimismo che spira intorno alle aspettative economiche dell’Italia proviene dall’estero, da cause esogene forti ma non necessariamente durevoli né dipendenti dalla nostra volontà. Perché non dobbiamo dormire inoperosi.

31 Marzo 2015 alle 13:54

Occhio al fattore C

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Occhio a non sopravvalutare il fattore C. Perché di consigli a Matteo Renzi sarà pure affollato il retrobottega delle parole vane, siamo d’accordo, ma qui si parla di numeri. Il refolo di ottimismo che spira intorno alle aspettative economiche dell’Italia proviene dall’estero, da cause esogene forti ma non necessariamente durevoli né dipendenti dalla nostra volontà.

 

Numero uno. L’euro deprezzato sta favorendo in modo impetuoso le esportazioni, ma già s’indovina negli Stati Uniti un brusio crescente contro il dollaro debole, brusio che diventa un’autorevole predizione di sventura (da Paul Krugman in giù) nel caso in cui la Fed decidesse di alzare i tassi d’interesse dopo una lunga e pagante stagione di allentamento monetario.

 

Numero due. Il recente calo dei prezzi petroliferi sta avendo effetti benefici (non tanto, in realtà, per il consumatore di benzina che rimane vessato dalle solite tasse inamovibili), ma il testacoda è sempre dietro l’angolo. L’interventismo militare saudita nello Yemen sta provocando un nuovo innalzamento nel prezzo del greggio: considerando che Riad ha esercitato per mesi una sorta di spericolato dumping energetico anti americano per scoraggiare il ricorso allo shale gas, è lecito immaginare che adesso la monarchia saudita – mentre cerca di regolare i conti con la revanche sciita in medio oriente – abbia anche in vista un rimbalzo per controbilanciare la dispendiosa intemerata contro Washington.

 

Numero tre. Gli indicatori economici principali al momento parlano di fiducia economica in aumento, ma le stime di crescita non preludono a un cambiamento immediato nella dialettica tra occupazione, che migliora o si stabilizza anche per via del Jobs Act, e disoccupazione che risale, sì, insieme con la domanda di lavoro negli uffici di collocamento (altro segnale minimo di ottimismo, a voler essere fiduciosi) e tuttavia rimane elevata, per lo più nel mondo giovanile, e non facilmente riassorbibile a breve termine.
Numero quattro. Il Quantitative easing promosso da Mario Draghi è un’iniziativa sovrana, ma non sarà eterna e sopra tutto è vincolata a un percorso di riforme espressamente richieste ai paesi che beneficiano dell’interventismo della Banca centrale europea. In altre parole, il nostro debito pubblico – peraltro in continuo aumento anche a causa del denominatore debole nel rapporto deficit/pil – è protetto da Draghi, ma può essere garantito soltanto dal decisore politico.

 

E qui arriviamo al punto centrale: spread e tassi d’interesse rimarranno relativamente sotto controllo soltanto se i mercati continueranno a credere che, per l’Italia, il peggio è alle spalle. Affinché questo avvenga c’è bisogno di puntellare le riforme fatte e di realizzarne altre: il 27 giugno, per citare un caso non secondario, scadranno i termini d’attuazione della delega fiscale e dietro l’angolo ci attende l’incognita di un innalzamento dell’Iva dagli effetti prevedibilmente recessivi.

 

Tanto basta a giustificare l’invito: occhio a non sopravvalutare il fattore C.

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