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Non demonizziamo i centri sociali

La Cassazione ha fatto bene a dare ragione a Tempo Rosso. Le associazioni fanno "proselitismo sociale" e hanno un'impronta internazionalista

15 Agosto 2018 alle 06:00

Non demonizziamo i centri sociali

Foto Wikimedia Commons

Leggo sul Manifesto il resoconto della sentenza della Cassazione che dà definitivamente ragione al centro sociale “Tempo rosso” di Pignataro Maggiore (Caserta), e torto alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che mirava a far eseguire un’ordinanza di sgombero. Già i giudici dei due gradi ordinari avevano riconosciuto la ragione del centro sociale. “Dice la Cassazione che gli edifici pubblici occupati non possono essere sgomberati se per anni il comune proprietario dei locali (l’ex macello comunale) ha tollerato l’occupazione. Ingenerando negli occupanti ‘il convincimento della legittimità dell’occupazione’".

 

Occupanti che nel nostro caso erano anche in regola col pagamento delle bollette. La motivazione della Corte chiarirà se vi sia stato anche il riconoscimento del valore sociale dell’attività svolta dal centro. A me naturalmente interessa soprattutto questo. Trasformati da tanti anni in un nome babau per spaventare l’opinione pubblica, i centri sociali, almeno molti fra loro, conducono un’attività benemerita di buon vicinato, di convivenza solidale, piacevole e spesso creativa, in favore delle persone deboli fisicamente o socialmente, e anche delle altre.

 

Un proselitismo “sociale” è perseguito anche da organizzazioni fasciste, il cui sostegno ai poveri e agli umiliati fa leva sull’avversione e la caccia ad altri poveri e umiliati, e cerca di procurare una base più o meno “di massa” alla loro cattiveria. I centri sociali fanno molto spesso nei quartieri, nei paesi, quello che i partiti di sinistra e la loro rete tradizionale di sezioni, circoli, case del popolo, hanno smesso largamente di fare, separando forse definitivamente una pratica della politica dalla pratica della società.

 

Nei centri sociali un’intenzione “internazionalista” è spesso, almeno nei simboli, prevalente, e a volte anche perseguita con interventi e adozioni reciproche in altre parti del mondo. Anche quando un’enfasi ideologica informi il loro linguaggio, va messa a confronto con la loro azione concreta. Il Manifesto pubblica il comunicato del Centro dopo la sentenza: “Nella provincia del malaffare, del deserto ambientale e sociale, e dell’ipocrisia istituzionale, essere Tempo Rosso è per noi la nostra maniera di esistere e resistere qui, a testa alta e senza mai fare un passo indietro! Aqui estamos!” Essere, esistere, resistere: però Aqui estamos! è la traduzione pressoché letterale, cinquecento anni dopo più o meno, del monaco Martin Lutero: Hier stehe Ich!

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Commenti all'articolo

  • romamor

    16 Agosto 2018 - 17:05

    Circa 2500 anni dopo il console o centurione romano: Hic manebimus,(optime) .

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