Rieccola. I nuovi casi di ebola scuotono il Congo

Adriano Sofri

Trentasei morti in una settimana, tre centri d'intervento sanitario e una riserva di 20 mila vaccini. Il ritorno del virus preoccupa un paese in ginocchio 

L’epidemia di ebola è riesplosa all’altro capo del Congo RDC, nelle province di Ituri e del Nord Kivu, nel nord est flagellato dalle guerre di Stati e di bande. Giovedì, durante un incontro alla Fondazione Langer di Bolzano, padre Antonio e Benito Mazzuccato, fratelli gemelli oggi ottantenni che hanno trascorso buona parte della vita con i pigmei dell’Ituri – “con”, non “per” – hanno ricevuto una telefonata da Mangina, 30 km dalla città di Beni (350 mila abitanti) da un loro collaboratore: diceva che i morti sono, dalla scorsa settimana, 36.

 

Pochi giorni fa era stato dichiarato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il cessato allarme nella Repubblica Democratica del Congo per l’epidemia di ebola, la nona nel paese, insorta a maggio a Mbandaka, nella provincia di Equatore, all’estremo ovest. Erano infatti trascorsi 42 giorni, due interi cicli di incubazione, come vuole il protocollo, dalla dimissione dell’ultimo paziente, avvenuta il 12 giugno. Appena una settimana, e l’epidemia, la decima, è riesplosa, questa volta nella regione più oppressa dalle violenze. I centri di intervento sanitario sono stati stabiliti a Beni, Mangina e Goma. L’insorgenza epidemica è ritenuta specialmente drammatica, perché è la prima volta che l’ebola fa la sua comparsa nel Nord Kivu, e soprattutto perché il virus non appartiene al ceppo appena trattato e debellato all’ovest .

   

Là erano state praticate 3.300 vaccinazioni col vaccino sperimentale rVSV-ZEBOV, e avevano cooperato l’Unicef, i Medici senza Frontiere, l’Oms, la Croce Rossa e il ministero congolese, limitando il numero dei morti a 33. (L’epidemia del 2013-2014 in Africa Occidentale era costata 11 mila morti). Resta una scorta di 3200 vaccini nel paese, e il produttore, Merck, ne ha una riserva di 20.000. I vaccini vanno conservati a una temperatura di meno 70 gradi, non facile da ottenere in zone spesso non servite o servite saltuariamente dall’elettricità. Il contagio dell’ebola è particolarmente aggressivo, tanto più in zone in cui gli spostamenti di persone sono fittissimi: così fra Ituri e Uganda, e nel Nord Kivu verso città di milioni, come Butembo e soprattutto Goma.

  

Il solo Nord Kivu ha più di un milione tra sfollati e profughi dai confinanti Uganda e Ruanda. “Un portatore del virus che entri in un centro commerciale può contagiare 1000 persone”, secondo l’Oms. Oltre alla vaccinazione a tappeto dei villaggi in cui il virus ha i suoi focolai, più efficace e fattibile dell’individuazione di coloro che sono stati in contatto con persone infettate, le autorità sanitarie si sforzano di persuadere a non lavare e abbracciare, secondo la tradizione, i corpi dei morti, e porli in contenitori isolanti. Avevo raccontato poco fa qui un viaggio nel Nord Kivu con l’Unicef: di tutte le sciagure umane e naturali, o umane e naturali insieme, che affliggono il pianeta, a quel paese meraviglioso e troppo ricco per non far gola agli ingordi mancava finora solo l’ebola. Ora il repertorio è completo.