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Così, a un passo dal Sessantotto, una canzone di guerra diventò una hit

La “Ballata dei berretti verdi” del sergente maggiore Barry Sadler, ferito in Vietnam, è una semplice marcetta dal testo militarista. Ma il 5 marzo 1966 superò tutti i record di vendita negli Stati Uniti: un milione di copie in meno di cinque settimane

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cicchetti@ilfoglio.it

5 Marzo 2019 alle 10:34

C'è una canzone che è stata ai vertici delle classifiche di vendita negli Stati Uniti e che oggi sembra una balzana comparsata, un ospite imbarazzante e fuori luogo, un granello di sabbia negli ingranaggi iperbolici – e talvolta immaginari – del racconto collettivo sui “fabulous Sixties”. Anche grazie alle pellicole hollywoodiane, la nostra memoria musicale comune riguardo alla guerra in Vietnam ormai è legata in maniera indissolubile ai brani che hanno accompagnato la controcultura degli ultimi anni Sessanta, il movimento pacifista e la furia iconoclasta sessantottina. Give Peace a Chance di Lennon esce nel 1969, l'anno dopo i Sabbath danno una sterzata “luciferina” al blues con War Pigs. Mentre il 5 marzo 1967 l'ufficio dello sceriffo della contea di Dade emette un mandato di arresto per Jim Morrison, il cantante dei Doors, accusato di oltraggio al pudore, perché nel famoso e controverso concerto di Miami avrebbe mostrato il pene alla folla. Quello stesso giorno, ma solo un anno prima, i “times” non erano ancora “a-changing”: il 5 marzo 1966 la protesta dissacratoria e l'opposizione alla guerra sembravano ancora lontanissimi dal diventare mainstream. E questo non si rifletteva solo nei sondaggi ma anche nelle classifiche pop. Proprio mentre gli Stati Uniti stavano per raggiungere l'apice della guerra contro i Viet Cong, al numero uno delle classifiche musicali americane entrava una canzone intitolata The Ballad Of The Green Berets (La ballata dei berretti verdi) del sergente maggiore Barry Sadler.

  

L'ascesa di Sadler dalle giungle del Vietnam alle vette del pop è abbastanza avvincente da meritare un film. La sua rapida caduta rende la storia ancora più travolgente. “Per molti aspetti la sua vita è una storia tragica”, ha detto Marc Leepson, editorialista di The VVA Veteran, rivista di veterani americani. “Era in cima al mondo, o almeno agli Stati Uniti, nel 1966. Poi tutto si sbriciolò”. Sadler è esattamente ciò che la sua carica e la sua uniforme fanno immaginare: un membro attivo delle Forze speciali dell'esercito degli Stati Uniti, l'unità d'élite conosciuta come berretti verdi

 

Suo padre era morto di cancro quando era molto piccolo e sua madre Bebe non era la mamma modello. Lavorò in bar e bordelli di diversi stati occidentali prima di stabilirsi in Colorado. Sadler passò molte notti sotto l'ala protettrice di “Ma” Brown, la maîtresse del bordello del famigerato Pioneer Bar a Leadville. Durante l'adolescenza, Barry è costantemente nei guai con la legge ma nell'estate del 1958 ha il buon senso di unirsi alla US Air Force. Mentre è in servizio come medico militare in Vietnam, all'inizio del 1965, cade in una trappola “punji”: una buca mimetizzata nel sottobosco, dentro la quale sono infilzati bastoni affilati, nel caso di Sadler addirittura cosparsi di feci. Durante il lungo ricovero negli Stati Uniti per riprendersi dalla grave ferita e dall'infezione, il sergente compone una ballata. Ad aiutare Sadler a scrivere i testi e a ottenere un contratto discografico con la RCA Victor Records è lo scrittore Robin Moore, autore del romanzo The Green Berets che nel 1968 diviene un film con John Wayne intitolato a sua volta The Green Berets (la fantasia deve ancora salire al potere). In gennaio pubblica il brano. A livello melodico, lascia alquanto a desiderare: una marcetta militare approssimata, con rulli di tamburi, riff di corno e la voce stentorea di Sadler. Non proprio un capolavoro. Eppure la canzone decolla subito: da fine febbraio, in meno di cinque settimane The Ballad of the Green Berets vende un milione di copie e diventa il singolo numero uno secondo la rivista Billboard. Il Pentagono assegna addirittura un colonnello come addetto stampa al sergente cantautore e lo manda in un tour nazionale di 15 mesi per promuovere la canzone. Il brano rimane nelle parti alte della classifica per tutto il 1966, il tutto mentre Beatles, Beach Boys e Rolling Stones sfornano successi. Durante uno dei momenti più fantasiosi che la musica americana abbia mai vissuto, quella che conquista il primo posto per trentadue giorni di fila è una canzone musicalmente trascurabile, con un messaggio decisamente militarista

   

Oggi è difficile immaginare che un brano simile diventi la hit dell'estate. La ballata di Sadler è un peana patriottico. Non si sa molto del suo protagonista, il soldato senza nome che “combatte corpo a corpo”, l'“impavido che salta e muore”, l'uomo che “intende proprio quello che dice”. Scopriamo semplicemente che è “il migliore d'America”, un partecipante fiero e incrollabile alla macchina della guerra. È il contesto sociale nel quale debutta il singolo che fa la differenza: il conflitto in Vietnam infuria mentre il sentimento pacifista sta appena iniziando a farsi largo tra i giovani e a trovare una voce in canzoni come Eve Of Destruction o Turn! Turn!Turn!La Ballata dei berretti verdi allora può esplodere tra quei cittadini americani che vogliono sinceramente difendere il proprio paese dai pericoli della Guerra fredda, l'inno di chi appoggia di cuore i propri “ragazzi al fronte”. Oggi la canzone ha fatto il suo tempo. Cosa ne rimane? Forse la traccia più nota l'ha lasciata grazie a un improbabile cameo nel film cult Palla da golf (Caddyshack), in una scena dove Bill Murray la canticchia prima di andare in guerra contro un “esercito” di talpe.

    

      

Anche la carriera musicale del sergente Barry Sadler si interruppe dopo quel primo successo. In poco tempo, centinaia di migliaia di dollari di royalties se ne andarono in bevute e in affari sbagliati. Meno di 15 anni dopo la Ballata, Sadler venne condannato a 5 anni di carcere per l'omicidio di Lee Emerson Bellamy, un cantante country praticamente sconosciuto. Un giudice ridusse la pena a soli 30 giorni nella Casa di lavoro della contea. Ne scontò 28. Nel 1980 si trasferì in Guatemala, dove, a quanto si dice, addestrò i Contras. Leggenda o verità? Non lo sapremo mai. Quello che è certo è un colpo di pistola che lo ferisce alla testa, in un taxi di Città del Guatemala. Trasferito a Cleveland muore per arresto cardiaco il 5 novembre 1989, quattro giorni dopo il suo quarantanovesimo compleanno.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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