Don Josè c'est moi

Marina Valensise

L’ombra di Bizet dietro l’altro eroe di “Carmen”, il soldato pazzo d’amore e gelosia. Il tormentato debutto dell’opera, ora a Caracalla

Quasi 62 mila biglietti venduti per la stagione all’aperto dell’Opera di Roma, inaugurata da un nuovo allestimento di “Traviata”

Con buona pace di Alberto Ronchey, il ministro per i Beni culturali che negli anni Novanta pensava di porre fine alla sessantennale tradizione della lirica fra i ruderi delle terme del III secolo dopo Cristo, l’Opera a Caracalla continua a suscitare un’adesione di massa. E così esulta la squadra di Carlo Fuortes e Alessio Vlad per i 61.707 biglietti venduti quest’anno con incassi per 4 milioni e mezzo di euro, rispetto ai 2 milioni e nove dell’anno scorso e al milione e quattro del 2013. Per inaugurare l’estate 2018, a Caracalla è andata in scena la Traviata nel nuovo allestimento di Lorenzo Mariani, coi costumi di Silvia Aymonino, le coreografie di Luciano Cannito, le luci di Roberto Venturi e la direzione di Yves Abel (Carlo Donadio il 13, 15 e 20 luglio). Così, Violetta Valéry, (interpretata da Kristina Mkhitaryan, in alternanza con Valentina Varriale), non è più la cocotte di Dumas, ma una diva degli anni Cinquanta assediata dai paparazzi. Il ballo in casa sua è un via vai di gente in via Veneto, fra cartelloni al neon che si trasformano in un’impalcatura mobile, gente che scorrazza in Vespa, signore in abiti ispirati da Balenciaga e Christian Dior e scatenate in swing da urlo e rock ’n’ roll acrobatici sulle note di Verdi. Altra licenza poetica, la casa di campagna dove i due amanti si rifugiano all’inizio del secondo atto è il terrazzo di una villa a Capri, con chaises longue elegantissime su un mare in tempesta proiettato da un video sui ruderi romani. E’ lì che Alfredo, (Alessandro Scotto di Luzio e Giulio Pelligra) cede la scena al padre Germont (Fabián Veloz e Marcello Rosiello) che implora Violetta di rinunciare al figlio maschio, per non mandare in aria il matrimonio della femmina. Ed è sempre lì, che in un contesto da scandalo Montesi a Capocotta regna un’atmosfera felliniana, tra la malinconia di Otto e mezzo, la ferocia della Dolce vita, e una citazione dalla Città delle donne con lo scivolo rosso e e il cuore imbottito contornato di lampadine per la festa da Flora, finché la stanza da letto di Violetta, nell’ultimo atto, diventa un discarica fra le macerie e le rovine di una vita distrutta.

 

 

Dopo la Traviata anni Cinquanta, da stasera torna a Caracalla la Carmen di Georges Bizet nell’allestimento di Valentina Carrasco, con la direzione di Ryan McAdams (cinque rappresentazioni fino a giovedì 2 agosto). L’argentina di La Fura dels Baus ha scelto di ambientare questo dramma di seduzione e sangue alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Per fortuna, la concessione all’attualità si ferma qui, coi combattimenti dei tori, che sottolineano la separazione tra latinos e americani, resa vieppiù attuale dal muro di Donald Trump contro i migranti, la presenza dei contrabbandieri che trattano le persone come se fossero merci, e una sostanziale fedeltà al libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy tratto dal romanzo di Prosper Mérimée. Dunque, nessuna indulgenza al politicamente corretto del #metoo, che in nome della battaglia contro gli abusi sessuali ha spinto i responsabili del Maggio musicale fiorentino a censurare il femminicidio cambiando addirittura il finale. A Firenze, l’assassinio della diabolica seduttrice, pugnalata da Don José, il soldato che per amore diventa un fuorilegge, è stato sostituito dal tentativo da parte della stessa Carmen di far fuori Don José, seduttore sedotto e irretito, anche se poi alla prima il colpo di pistola sparato da Veronica Simeoni è rimasto in canna, e il povero Don José è caduto per terra, fulminato fuori tempo e senza un perché.

 

Il dramma di seduzione e sangue nato per l’Opéra Comique è ambientato questa volta alla frontiera tra Messico e Stati Uniti

A Caracalla niente di tutto questo. La regia punta sui toni forti, recupera il folklore del Dia de Muertos, la tradizione messicana che combina l’antico culto azteco dei morti con la festa cristiana di Ognissanti. Insiste sulla morte sacrificale della sigaraia, inserita come vuole il libretto nel simbolismo della corrida, come se fosse lei stessa a offrirsi in sacrificio al suo boia, e mette in scena il doppio sacrificio, col toro infilzato da Escamillo, come se fosse un simulacro visto che sulla torre del rudere romano appare una piñata in forma di toro, l’animale indomito e selvaggio, che viene ucciso nel momento stesso in cui Carmen viene messa a morte.

 

L’anno scorso i diplomatici messicani a Roma scrissero al sovrintendente Fuortes per protestare contro l’uso “distorto” delle tradizioni nazionali. Ma per capire le scelte sanguinolente della regia, bastava leggere il libretto della Carmen di Bizet, e la novella scritta trent’anni prima da Mérimée. La violenza della femme fatale, il dramma di una passione senza scampo, di un amore cinico e distruttivo, irresistibile e sfrontato è tutto lì, in quelle pagine e in quella partitura di un’opera che non per niente, nonostante le quarantacinque repliche, fu accolta con freddezza e finì per tradursi in un fiasco, gettando nello sconforto il compositore che morì tre mesi dopo la prima, il 3 giugno 1875.

 

Bizet aveva 37 anni e una discreta carriera musicale alle spalle. Ma non aveva mai conosciuto il trionfo e il clamore del successo. Certo, era un artista a tutto tondo, amante della letteratura e della pittura, e un pianista sopraffino, stimato da Liszt. Come compositore si considerava un innovatore, sensibile alla musica di Wagner, attento a quella di Berlioz, con cui aveva collaborato, e di Gounod, che era stato il suo maestro. Ma era un insicuro, un tipo tormentato, permaloso, litigioso, afflitto com’egli stesso ammise da manie di persecuzione. Ex enfant prodige, era nato povero, figlio unico e devoto di una pianista dilettante, a sua volta figlia di un avvocato declassato, e di un maestro di canto che sognava la rivalsa attraverso il pargolo e intanto viveva facendo il parrucchiere. Ammesso a nove anni al Conservatorio di Parigi, Bizet aveva vinto una serie di premi prestigiosi, come il Prix de Rome, ottenuto per una cantata composta a 19 anni, Clovis et Clotilde, che gli aprirà le porte di Villa Medici. Nei tre anni romani, aveva composto una prima sinfonia, un’ode sinfonica, e s’era lanciato in un’opéra comique, L’Amour peintre. Colto, sensibile, gran viaggiatore, adorava l’Italia più che gli italiani, villeggiava sui Colli Albani e andava a zonzo tra il Circeo, Napoli e Terracina. Ma restava un insicuro, lievemente cinico, poco passionale, oculatamente opportunista e sentimentalmente immaturo: “Una gomitata per la strada, uno sguardo che si fissa troppo a lungo su di me e frr… prendo fuoco! Faccio tutto quello che posso per correggermi, ma è difficile, difficilissimo”, scriverà in una lettera citata dal suo biografo Winton Dean (Bizet, Edt, Torino 1980). Tant’è che a detta di molti il vero eroe della Carmen – che non è lei, ma lui, Don José, il soldato innamorato che diventa un bandito – è in realtà l’ombra di Bizet, il suo alter ego, la proiezione della sua gelosia.

 

Il compositore, ex enfant prodige, era un uomo insicuro, permaloso, litigioso, afflitto da manie di persecuzione

Tornato a Parigi nel 1860, ventiduenne, Bizet perde l’adorata madre, ne ingravida la cameriera che sino alla morte resterà fedele a lui e alla sua legittima sposa e inizia la vita grama da musicista innovatore a caccia di scritture e però male in arnese con un sistema obsoleto, dove le sale da concerto sono precluse ai non abbienti, come sa bene Berlioz, e dove i teatri stabili sono in mano a vecchie cricche prigioniere delle convenzioni. Ma Bizet non si dà per vinto, scrive La Guzla de l’Emir per l’Opéra Comique, Les pécheurs de perles per il Théatre Lyrique, accompagna Berlioz nelle prove dell’Enfance du Christ, esordisce come concertista, compone varie sinfonie come Roma, molte romanze e tanti brani per pianoforte. Pur passando per capofila della nuova musica, vive nella precarietà, trascrivendo composizioni altrui e dando lezioni di piano. A 29 anni, la svolta: si innamora di Geneviève Halévy, cugina del futuro librettista di Carmen. La fanciulla è la secondogenita del suo ex maestro di composizione, Fromental Halévy, e di una scultrice dilettante, anche lei ebrea, ricchissima ma nevrastenica, che darà al genero il tormento sabotandone la carriera. Due anni dopo, superata l’opposizione della famiglia verso il “bohémien forestiero”, i due si sposano con rito civile, in quanto entrambi atei, e per loro inizia una nuova vita, dove le responsabilità di famiglia rischiano però di mettere a repentaglio la serenità dell’artista. La moglie di Bizet infatti è instabile come sua madre, che tormenta anche lei, accusandola della morte della primogenita Esther. Dopo l’iniziale idillio, la vita dei Bizet diventa ben presto un inferno, costellato di gelosie, umiliazioni, tradimenti, difficili da ricostruire vista l’assenza di tracce, dopo l’eliminazione volontaria di carte compromettenti a opera dei parenti sopravvissuti al compositore. Intanto, nel 1870 scoppia la guerra franco-prussiana, Bizet si arruola nella Guardia nazionale, raggiunge la moglie a Bordeaux, dove la poveretta in visita alla madre ha avuto un esaurimento nervoso. Crolla il Secondo Impero, Parigi cade in mano alla Comune. Bizet riprende a scrivere, ma senza successo. L’Opéra rifiuta per ragioni finanziarie la sua Grisélidis, e i nuovi lavori, Djamileh e L’Arlésienne, ispirata a un dramma sentimentale vero e oggetto di un racconto di Alphonse Daudet, si rivelano un fiasco. L’anno dopo, e siamo nel 1873, Bizet si mette a scrivere il Don Rodrigue, che però abbandona per l’incendio dell’Opéra. E’ a questo punto che decide di riprende in mano Carmen, progetto al quale lavorava già da tempo, e nel giro di due mesi, nell’estate 1874, termina le 1.200 pagine di partitura e completa l’orchestrazione. “Mi accusano di essere oscuro, complicato, monotono, più intralciato dall’abilità tecnica che illuminato dall’ispirazione. Bene, stavolta ho scritto un’opera tutta chiarezza e vivacità, piena di colore e melodia”, scrive all’amico Paul Lacombe. L’ottimismo è tornato.

 

Carmen è una ventata di speranza per questo grande musicista sfortunato, che pure deve affrontare nuovi ostacoli, come il boicottaggio del direttore dell’Opéra, che non riesce a digerire l’assassinio e si dimette; o il rifiuto del soprano Marie Roze per la mancata modifica dei “lati più scabrosi” dell’eroina di Mérimée; e persino il tentativo di sabotaggio dei librettisti, che attenti al soldo cercano di annacquare tutto, chiedendo ai cantanti di recitare “in sordina”. Alla fine, Bizet può contare sull’entusiasmo del soprano Marie Célestine Galli-Marié, da molti accreditata, a torto, come la sua amante, la quale, conquistata dal personaggio, accetta un compenso ragionevole (2.500 franchi al mese per quattro mesi con dodici recite ogni mese), rifiutando però censure e compromessi. Bizet vende la partitura per 25.000 franchi all’editore Choudens, con la clausola di dividere in tre parti eguali (lui, l’editore e i due librettisti) gli eventuali diritti esteri. La prima della Carmen va in scena all’Opéra Comique il 3 marzo del 1875, il giorno stesso in cui Bizet riceve la Legion d’onore.

 

La vita con la moglie diventò presto un inferno costellato di gelosie, umiliazioni, tradimenti. Per “Carmen” una fredda accoglienza

Le prove erano state esaltanti, ma l’accoglienza del pubblico è fredda. Dopo gli applausi del primo atto, con la gente che sale sul palcoscenico per congratularsi con il compositore, dopo il bis del secondo atto e l’entrata del Toreador, scende il gelo. “Da questo punto in poi Bizet si allontana sempre più dalla tradizionale forma dell’opéra comique e il pubblico è stupito, disorientato, perplesso”, scriverà Ludovic Halévy nel suo diario. “Le persone che circondano Bizet durante gli intervalli sono sempre meno numerose, le congratulazioni sono meno sincere, imbarazzate, forzate. Freddezza più pronunciata nel terzo atto: l’unico brano applaudito è l’aria di Micaela, di vecchio taglio classico. Sempre meno persone sul palcoscenico, E dopo il quarto atto, che è stato glaciale dal principio alla fine, nessuno, salvo tre o quattro amici sinceri e fedeli a Bizet. Tutti avevano sulle labbra parole di incoraggiamento, ma molta tristezza negli occhi. Carmen era caduta”.

 

E mentre tutti prendono le distanze e Bizet amareggiato vaga tutta la notte per le vie di Parigi, sui giornali sta per scoppiare un finimondo su quell’opera indecente, “incarnazione del vizio”, sui personaggi “del tutto negativi e privi di interessi”. L’unico a prevedere che nel giro di dieci anni Carmen sarebbe diventata l’opera più popolare del mondo sarà Ciajkovskij. E non sbagliava. Un altro che aveva capito tutto sin da subito è Friedrich Nietzsche, che l’ascoltò nel 1881 e si mise a studiarne la partitura. E così legge la storia della diabolica sigaraia alla luce della contrapposizione tra la musica redentrice di Bizet a quella di Wagner, tra la luce limpida e meridiana della passione reale e le brume ideali del nord. Carmen per lui è una filosofia dell’amore fondata sulla logica spietata della necessità, improntata al fuoco dei climi caldi, frutto di quella sensibilità meridionale, più abbronzata, più riarsa, che invidiava a Bizet e prima ancora a Mérimée. Quell’opera aveva “ritradotto” l’amore nella natura. “Non l’amore di una ‘vergine superiorie’. Ma l’amore come fatum, come fatalità, cinico, innocente, crudele e appunto in ciò natura! L’amore che nei suoi strumenti è guerra, e nel suo fondo è l’odio mortale tra i sessi”. L’amore estremo che se non ricambiato diventa tremendo “perché di tutti i sentimenti – come aveva già capito Benjamin Constant – l’amore è il più egoista, e per questo, quando è ferito, è il meno generoso”. E così forse, bisognava aspettare altri cent’anni, e arrivare alla morte dell’amore, per capire il genio di Bizet e la modernità della sua Carmen.