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Tutto per piacere

Marina Valensise

Mozart e Da Ponte prima del #metoo. Le tresche, il gioco (e gli abusi) della seduzione dalla vita al palcoscenico. “Le nozze di Figaro” a Roma

Lorenzo Da Ponte aveva trentacinque anni, e una vita molto allegra, avventurosa e grama alla spalle, quando Mozart gli propose di scrivere un dramma tratto da Le mariage de Figaro del francese Caron de Beaumarchais, il sequel del Barbiere di Siviglia, che a Parigi, dopo la censura di Luigi XVI, faceva furore. I due si erano conosciuti dal barone Raimund von Wetzlar, che era pronto a finanziare generosamente e portare sulle scene di tutta Europa la versione in musica di quella pièce acclamatissima che denunciava il malcostume, rovesciando i criteri dell’onorabilità sociale. Un soggetto perfetto per l’opera buffa italiana, che a Vienna aveva ripreso quota, come scrisse il 7 maggio 1783 al padre Leopold Wolfgang Amadeus Mozart, che aveva passato in rassegna più di cento libretti, senza trovarne uno di suo gradimento: “Come poeta abbiamo qui un certo abate Da Ponte – Questi per ora ha già un lavoro pazzesco, perché deve rivedere i testi teatrali e deve fare – per obbligo – un libretto tutto nuovo per Salieri. Prima di due mesi non avrà finito – poi ha promesso di farne uno nuovo per me – chissà se poi può – o vuole! – mantener la sua parola. Lei lo sa bene, i signori italiani sono molto gentili all’apparenza! Basta, li conosciamo! – Se è in combutta con Salieri non riceverò un libretto finché campo. E desidero moltissimo cimentarmi in un’opera italiana”.

   

“Come poeta abbiamo qui un certo abate Da Ponte… Se è in combutta con Salieri non riceverò un libretto finché campo” (Mozart) 

Per farlo, Mozart dovette aspettare un paio di anni, ma ne valse la pena. Da Ponte, l’ex ebreo convertito, l’ex prete con un passato di libertino, poeta e versificatore sensibile, era sbarcato a Vienna con una lettera di raccomandazione per Antonio Salieri. L’amico Caterino Mazzolà, poeta di corte a Dresda, il primo in grado di scrivere un’opera buffa, non potendogli offrire un lavoro, quando gli si presentò in miseria, messo al bando dalla Serenissima, l’aveva dirottato con poche ma sentite parole sul celebre compositore maestro di cappella alla corte imperiale: “Amico Salieri, il mio dilettissimo Da Ponte vi porterà questi pochi versi. Fate per lui tutto quello che fareste per me. Il suo core e i suoi talenti meritan tutto. Egli è, oltre a ciò, pars animae dimidiumque meae”. Così, dopo una fase di assestamento, dopo la morte improvvisa di Metastasio che apprezzava i suoi versi e soccombette al ritiro della pensione imperiale, dopo il trasloco per indigenza in una stanza ammobiliata nel sobborgo di Vidden, Da Ponte tornò alla carica con Salieri. E Salieri non solo parlò di lui al direttore del teatro italiano, ma gli fece ottenere un’udienza con l’imperatore, che ne rimase conquistato, e gli chiese pure di scrivere per lui. Fra varie ambasce e molte rivalità Da Ponte scisse così Il ricco d’un giorno, un’opera subito musicata da Salieri, ma entrata in sonno per l’arrivo a Vienna di Paisiello e la rivalità del celeberrimo abate Casti, che cercava di fare terra bruciata intorno agli altri poeti concorrenti. Quando finalmente nel dicembre del 1784 l’opera di Salieri andò in scena, si rivelò un fiasco. Ma Da Ponte non si diede per vinto. L’imperatore insisteva: voleva un’opera sua per il teatro italiano. Così, fra mille traversie si mise a scrivere Il burbero di buon core per l’altro compositore favorito di Giuseppe II, Martini, e fu un successo. E alla fine propose a Mozart, che all’epoca aveva ventisette anni e non se la passava benissimo, di scrivere per lui. “Volfango Mozzart (sic) sebbene dotato di talenti superiori a quelli d’alcun altro compositore del mondo passato, presente e futuro, non aveva mai potuto, in grazia delle cabale dei suoi nemici esercitare il divino suo genio in Vienna”, scriverà Da Ponte nelle sue memorie paragonandolo a “una gemma, che, sepolta nelle viscere della terra, nasconda il pregio brillante del suo splendore”.

  

In realtà fu Mozart a chiedere a Da Ponte un libretto dalla commedia di Beaumarchais. E fu Da Ponte a superare furbescamente ogni divieto, offrendo il Figaro “all’imperadore medesimo”, previo tagli e omissioni di varie scene per non offendere la decenza, e soprattutto facendogli ascoltare alcuni brani di quella musica “d’una bellezza maravigliosa”. L’impresa venne ultimata in sei settimane. “Di mano in mano ch’io scrivea le parole, ei ne faceva la musica”, ricorderà Da Ponte. E in mancanza di altre testimonianze, noi oggi possiamo solo immaginare il lavoro di quei due sfigati ai margini del bel mondo, l’ex bambino prodigio scappato dalla corte di Colloredo e l’avventuriero veneziano protetto dall’imperatore ma afflitto dalla miseria. Impossibile sapere cosa Da Ponte proponesse a Mozart nella metrica perfetta del suo italiano limpido e colloquiale, e come Mozart intervenisse su quei versi, chiedendo di saltare, di stringere, di allentare per arrivare insieme alla confessione di Cherubino, “Non so più cosa son, cosa faccio… / Or di fuoco, ora sono di ghiaccio… / Ogni donna cangiar di colore, / Ogni donna mi fa palpitar…”, o agli improperi di Figaro, “Non più andrai, farfallone amoroso / Notte e giorno d’intorno girando, / Delle belle turbando il riposo, / Narcisetto, Adoncino d’amor”…

  

“Le regie sono sempre moderne, o funzionano o non funzionano. Il teatro rinasce in ogni respiro che dà allo spettacolo nuova vita” (Vick) 

Certo i due, avranno avuto di che discutere. Da Ponte doveva solo mettere mano al vasto repertorio della sua vita per ricreare il dramma di Beaumarchais. Tant’è che per cogliere il sostrato dei libretti scritti per Mozart, che in soli cinque anni produssero i capolavori della trilogia italiana, Nozze, Don Giovanni e Così fan tutte, bisogna leggere le memorie pubblicate a New York nel 1827, quando ormai ottantenne il vecchio emigrato in fuga dai debitori, approdato a New York con moglie e figli per fare il droghiere, e diventato commerciante, bancarottiere e professore di italiano, dopo una vita di espedienti per combattere l’avversa sorte, volle accreditare la sua reputazione e stabilire la verità della sua vita. E bisogna leggere quel capolavoro specie ora che Le nozze di Figaro tornano al Teatro Costanzi di Roma – da martedì 30 all’11 novembre sotto la direzione di Stefano Montanari, che accompagna i recitativi al fortepiano, con due cast da urlo (Andrey Zhilikhovski e Alessandro Luongo, Federica Lombardi e Valentina Varriale, Elena Sancho Pereg e Benedetta Torre, Vito Priante e Simone Del Savio, Miriam Albano e Reut Ventorero) – nel nuovo allestimento di Graham Vick, che ammette come unica tradizione il moderno, il come noi, fedele in questo a Mozart che con Da Ponte rivoluzionò il teatro con personaggi tratti dalla vita contemporanea. Leggendo Da Ponte scopriremo infatti gli infiniti spunti offerti dalla vita all’arte, a cominciare dal soggiorno in casa del conte Bernardo Memmo, il patrizio veneziano, già inquisitore di stato che gli offre ospitalità, quando Da Ponte perde il posto di di insegnante per un’ode in stile rousseauiana giudicata contraria all’ordine pubblico. Trattando della maggiore o minore felicità dell’uomo in società o nello stato di natura, Da Ponte aveva composto per i suoi allievi alcuni versi che finirono incriminati poiché sembravano deridere il corno del doge e la sua autorità (“Il garrir de’ signor, che pien d’orgoglio / Ergon le corna aurate, un lieve fischio / Parmi d’aura nascente…”). L’improvvisatore di Ceneda, in realtà, era un tipo divertentissimo, il perfetto prototipo dell’avventuriero illuminista, intrattenitore prezioso per un gentiluomo dedito ai piaceri della vita. Quantunque entrato a vent’anni negli ordini minori, era un gaudente, un amante della vita, incline ai piaceri della carne. Insomma un pedigree meraviglioso.

   

Era nato ebreo nel 1749 a Ceneda, oggi Vittorio Veneto, primogenito di Geremia, un conciatore che rimasto vedovo abiurò dalla religione mosaica per risposarsi con una giovane cattolica e venne battezzato come Gasparo, prendendo il nome del vescovo suo protettore. Al primogenito Emanuele spettò il nome completo, Lorenzo Da Ponte, mentre gli altri due figli, Baruch e Anania, divennero Gerolamo e Luigi e come lui ebbero la possibilità di fare studi regolari entrando in seminario. A vent’anni Lorenzo dovette rinunciare alla mano di “nobile e vaga giovane” che amava teneramente, per abbracciare “uno stato del tutto opposto al temperamento, al carattere, a’ principi e agli studi” suoi. Ma vero prete non fu mai. E se lo fu, non smise mai di vivere l’allegra doppia, tripla e quadrupla vita del libertino, giocatore d’azzardo sempre a caccia di qualche zecchino, adultero professo, amante alquanto masochista di donne tremende, approdo possibile di una vergine in fuga dal connubio voluto dalla matrigna dispotica con un vecchio che sembrava un cadavere avvizzito. Fu persino un fidanzato incapace di scegliere tra due doviziose sorelle di Gorizia, sin al punto di fuggire in fretta e furia col suo “fardelletto sotto il braccio, che conteneva un abito, poca biancheria, un Orazietto e un Dante”, per trovare riparo in una locanda dove sarà oggetto della bramosia dell’ostessina, la giovane ninfa suddita di Maria Teresa, che in tutta libertà gli insegnerà i fondamenti del tedesco: Ich liebe dich, Ich liebe Sie

  

Il librettista era il perfetto prototipo dell’avventuriero illuminista, un gaudente, un amante della vita, incline ai piaceri della carne 

Leggendo le sue memorie scopriremo le tante tresche destinate a nutrire il suo estro. Il conte Memmo, per esempio, teneva in casa una giovane che senza essere né bella, né brillante, esercitava su di lui un potere tirannico, asservendolo a cieca passione. Molto simile alla Susanna delle Nozze, la cameriera che alla vigilia del matrimonio con Figaro, concupita dal conte di Almaviva, escogita il modo di mettere in scacco il padrone. Ebbene, disgrazia volle che l’amica di Memmo si innamorasse di un giovane che in un primo tempo piacque al conte veneziano, ma che poi, per qualche misteriosa ragione che “non è d’uopo menzionare”, scrive Da Ponte, gli dispiacque, tanto da venire cacciato di casa. Innamorata persa, la ragazza cercò di fargli cambiare idea, pregando Da Ponte di intercedere. Il giorno stesso Da Ponte riuscì nell’impresa. L’amante rientrò in casa e fra il giubilo generale si decise il matrimonio tra i due giovani, fissando data e condizioni. Proprio lo stesso scenario con cui s’apre La folle journée, con le nozze imminenti tra i due sottoposti di Almaviva, la smania del conte di esercitare lo ius primae noctis, nonostante il ripudio del diritto feudale, e il contorno di famigli pronti a mettere becco… Ma tornando in casa Memmo, Da Ponte ebbe una singolare sorpresa. Dopo cena, trascorse alcune ore in piacevoli conversari, il suo ospite lo congedò: “Andate a dormire allegro. Oggi avete fatta felice la mia Teresa”. A quel punto, colpo di scena: l’ex prete e poeta, chiudendo la porta della sua stanza, sente il bisbiglio dei due amanti che si confidano quanto egli sia pericoloso per l’ascendente dimostrato sul conte. “Se tu credi questo, sarà mia cura il far sì che parta in pochi giorni da questa casa”, conclude lei perfida. L’indomani, la donna si rifiuta di servirlo a tavola e ha l’ardire di tenere testa al conte: “Avendo le sue e le tue mani da servirlo, bisogno non ha delle mie”. Da Ponte, si sente ribollire in sangue in corpo come il Vesuvio, e a quel punto prende le sue cose e lascia su due piedi quella casa per imbarcarsi verso Padova.

  

Nello scenario iniziale, le nozze imminenti dei due sottoposti di Almaviva e la smania del conte di esercitare lo ius primae noctis

Chi meglio di lui dunque poteva tuffarsi nell’opera di Beaumarchais e immaginare un dramma con quell’intreccio di una cameriera sicura del fatto suo che aggira le mire del nobile padrone, mentre un paggio in piena tempesta ormonale salta da una donzella all’altra fino a concupire la stessa contessa, e una vecchia, per farsi rimborsare un certo debito, sogna di impalmare il futuro sposo, salvo scoprire di essere sua madre… Certo anche Mozart aveva da dire la sua. Anche lui aveva un repertorio di abusi, umiliazioni e scandali al quale attingere. E oggi che Graham Vick riporta in scena la bella favola settecentesca, dove il gioco della seduzione spezza le barriere sociali, dove la molestia sessuale è l’orizzonte dei sensi e il desiderio si colora della nécessité de plaire, è giusto tirare in ballo il #metoo. “Ovviamente è in discussione”, ammette infatti Graham Vick. “L’idea dell’abuso di potere è sempre lì, alla base della trama delle Nozze di Figaro. Il droit du seigneur è un’invenzione che indica l’abuso quotidiano da parte dei pochi uomini che ne approfittano, ma non si limita al gender”, spiega il regista inglese, nel suo italiano rotondo. E dice pure di aver esaminato a fondo le motivazioni di tutti i personaggi, per capire dove vogliano arrivare sia quelli che hanno potere, sia quelli che ne sono privi. “Gli spettatori che oggi vanno a teatro sono il conte di Almaviva e la Contessa, non Figaro e Susanna. Molti di loro però hanno a casa una nonna con una badante filippina, un servo disponibile per tutti a prezzi economici, tant’è vero che in Gran Bretagna si è dovuto approvare una legge contro la schiavitù, che riguarda non solo i cinesi per strada o i rumeni che tengono un bordello, ma persone intrappolate in un appartamento borghese e trattate come schiavi”. Attenzione però. Vick non nutre alcuna nostalgia per l’aristocrazia. Lavorando per anni in Russia, dice di aver visto il momento in cui in Russia si è iniziato a guardare con nostalgia alla corte degli zar, dimenticando le cose tremende che succedevano in passato. “Qui noi invece siamo sempre uguali e basta”, insiste il regista inglese. E quando uno gli chiede se non ci sia un limite nella sua regia, risponde di no. “Non esiste una regia tradizionale. Le regie sono sempre moderne, o funzionano o non funzionano. Perciò non c’è alcun limite. Il teatro è sempre contemporaneo. Rinasce in ogni respiro che dà allo spettacolo nuova vita. E se ci limitassimo a imitare cose già fatte, sarebbe un prodotto di seconda mano”. Benvenga allora la rigenerazione dell’opera, con gli attori in blue jeans, vestiti come vestiamo noi oggi, nel Duemila. Benvengano le felpe, le magliette, i leggins con le scarpe da ginnastica, al posto di crinoline, mantelli e taffetas, se questo serve a dare nuova vita a un capolavoro. Pazienza per i tradizionalisti che sognano di rivedere l’opera vista da bambini con la nonna. Benvenga l’urlo del drogato nel loft della Bohème che Graham Vick ha messo in scena al Comunale di Bologna in primavera o l’aula scolastica in balia dei bulli del suo Così fan tutte di due anni fa all’Opera di Roma. A condizione, però, di riconoscere che l’illusione teatrale che ancora oggi parla a noi contemporanei è il frutto di un’epoca remota, dove il divertimento, il gusto del piacere, l’amore per la licenza e la libertà dei sensi erano appannaggio del libertino, pronto nel suo eroismo a infrangere dogmi, tradizioni, autorità e potere. Esattamente il contrario di quanto sembra accadere oggi che l’eguaglianza, dopo due secoli di libertà, cerca di ripristinare un dogma simmetrico e opposto, mettendo al bando la seduzione e ogni traccia della nécessité de plaire.